Il 28 novembre di settanta anni fa, una giovane contadina di Calabricata, Giuditta Levato, veniva uccisa con un colpo di fucile. Nel momento in cui cadde a terra teneva per mano un suo figlioletto in tenerissima età. Lottava affinché i suoi bambini potessero avere una vita diversa dalla sua ed in quella lotta c’era tanta rabbia verso uno Stato che cinque anni prima le aveva sequestrato il marito, bracciante, mandandolo in guerra per uccidere o ad essere ucciso. Poi ci fu l’8 settembre ed i soldati sbandati incominciarono a far ritorno alle loro case. Molti erano morti in guerra ma coloro che tornavano avrebbero dovuto constare che nulla in Calabria era cambiato. Anzi ai loro occhi l’8 settembre del 1943 era servito ad una classe dirigente, codarda, vile ed imbelle per imporre la continuità dello Stato.
Di quello stesso Stato che li aveva mandati a morire e che ora li costringeva a vivere nella fame e senza dignità. Molti non piegarono la testa e l’occupazione delle terre fu equiparata alla “Resistenza” dei calabresi anche se la marcia di così tante donne ed uomini sui campi incolti colpiva al cuore l’antico diritto di proprietà e metteva in seria discussione la parola “legalità” per come era stata fino a quel momento declinata.
Nel 1943 il movimento contadino non aveva “capi” e non c’erano ancora partiti strutturati sul territorio, mentre si avvertiva ovunque una grande voglia di libertà e di giustizia. In questo clima Fausto Gullo, comunista, già imprigionato e confinato come antifascista, venne scelto da Togliatti ad occupare il posto di ministro dell’agricoltura nel primo governo di unità nazionale. Non fu un caso: la nomina di Gullo è strettamente collegata al movimento delle occupazione delle terre in Calabria e costituì una ponte lanciato dal PCI verso il movimento popolare nel tentativo di dirigerlo e farlo pesare negli equilibri di governo. Gullo fu “ministro dei contadini” almeno nella misura in cui un governo di coalizione lo poteva consentire, i decreti che da Lui presero il nome non contenevano nulla di particolarmente rivoluzionario se non in due righe in cui si invitavano “ i contadini ad organizzarsi in “associazioni regolarmente costituite in cooperative o in altri enti” per rivendicare il diritto ai “ terreni di proprietà privata o di enti pubblici che risultino non coltivati o insufficientemente coltivati”.
Non sfugga la portata rivoluzionaria delle due righe che abbiamo sopra riportato, perché non era il governo a concedere ma, per la prima volta, erano i contadini a conquistare un loro diritto che diventava legge dello Stato nel momento in cui si incontrava con l’azione di governo. Era lo “Stato” che si organizzava dal basso e contaminava l’alto, aprendo così una porta che consentiva ai diseredati del Sud, di lasciarsi alle spalle il brigantaggio, e di incontrare lo Stato.
Ed era troppo! Infatti per bloccare il movimento contadino non c’era che un modo: far entrare nell’agone del confronto sociale, ed accanto ai proprietari terrieri, la magistratura che nel Sud, e particolarmente in Calabria, ha storicamente rappresentato il principale bastione dei privilegi delle classi dirigenti, la roccaforte della peggiore conservazione. In questa ottica fu previsto che ogni commissione per l’assegnazione delle terre incolte fosse presieduta da un magistrato in servizio. Per esempio, a Catanzaro fu nominato il presidente del tribunale, Blasco!
Le assegnazione delle terre furono lentamente bloccate ed i contadini spinti in uno stato d’animo che oscillava tra la storica esasperazione e l’antica rassegnazione. Intanto, il tempo passava, si era svolto il referendum istituzionale ed aveva vinto la Repubblica ma i contadini ragionavano sulle stagioni utili per dissodare, concimare e seminare i campi. Invece i “lavori” delle commissioni si andarono arenando nelle secche della peggiore burocrazia erede del fascismo.
Nel luglio del 1946 i partiti conservatori mettevano il veto sulla conferma di Gullo all’agricoltura ottenendo il suo trasferimento al dicastero di giustizia. In questo clima di contrapposizione di classe, contro i contadini si puntarono i fucili e Giuditta Levato, di appena trenta anni, fu una delle prime vittime di questa lotta. Era solo una donna del popolo, una madre di Calabria, una figlia delle miseria. Chi ha descritto Giuditta Levato come una mistica del pensiero comunista ha commesso un grave errore anche se comprendo il clima in cui ciò avvenne. Il sacerdote impegnato all’ospedale civile di Catanzaro si rifiutò di celebrare i funerali per via delle bandiere rosse che erano accanto alla bara. Dopo i funerali, soprattutto fuori della Calabria, su questa morte calò un cupo silenzio perché si era al tempo dei governi di coalizione.
Infatti, l’Unità , organo del PCI, non diede alcun risalto alla morte della Levato se non l’anno successivo quando ormai si era consumata la rottura di governo tra democristiani e comunisti e quindi la Levato venne recuperata in chiave antigovernativa. Non a caso, il primo dirigente nazionale a recuperare la figura di Giuditta fu Pietro Secchia che in un editoriale sull’ Unità contrappone il sacrificio della donna di Calabricata alle violenze che venivano attribuite ai comunisti ed agli ex partigiani. Di lì a qualche anno Giuditta Levato sarà un’icona della “causa” anche se i suoi assassini vennero assolti! “Santificata” mentre i contadini della Calabria partivano senza speranza.
In un clima di guerra fredda i giornali comunisti Le restituirono con enormi interessi lo spazio che avevano lesinato al momento della sua morte. Giuditta fu “celebrata” in ogni congresso del PCI, della CGIL o dell’UDI come una eroina del riscatto popolare.
I Costituenti sicuramente tennero in conto il sacrificio delle tante “Giuditte” mettendo un serio limite al diritto di proprietà ed insistendo molto sull’obbligo costituzionale di rimozione delle cause sociali che impediscono il riscatto della persona umana. Le cose cambiarono successivamente quando lo “Stato” dei “Blasco” (usiamo le virgolette perché non ci riferiamo all’uomo ma alla funzione svolta) ha riassorbito ogni istanza di cambiamento. Il progressivo “imborghesimento” dei dirigenti e dei “quadri” di quella che veniva chiamata la “Sinistra di classe” fecero il resto. La Sinistra di oggi -nella misura in cui esiste - ha fatto proprie le parole “odine”, “legalità”, “giustizia”, “proprietà” declinandole con lo stesso significato che nel 1946 avevano dato gli esponenti del blocco di classe che hanno represso nel sangue il movimento contadino. Resta la sinistra sociale ma non ha voce! Il sacrificio di Giuditta Levato è stato sostanzialmente tradito, al punto che se oggi si andasse alle elezioni politiche e fossero in vita Giuditta Levato ed il presidente “Blasco” i partiti di Sinistra, senza ombra di dubbio, sceglierebbero “Blasco” per acclamazione ed ad unanimità!