Direttore: Aldo Varano    

L’INTERVENTO. Presa diretta: ma la Cupola degli impunibili non viene mai scalfita!

L’INTERVENTO. Presa diretta: ma la Cupola degli impunibili non viene mai scalfita!
invis  *Per un errore redazionale l'articolo che segue, per alcune ore, è apparso a firma del direttore di zoomsud anziché quella del suo autore che è Ilario Ammendolia. Ci scusiamo con l'autore e i nostri lettori.

(rep) Lunedì scorso la trasmissione “presa diretta” si è occupata della Calabria. Ed oggi, come tre anni fa, ha avuto come unico argomento la ndrangheta e sempre lo stesso ospite in studio: il dottor Nicola Gratteri. C’è qualcosa che non mi convince sul fatto che la Calabria venga declinata sempre e solo come ndrangheta e guardandola sempre dalla stessa angolazione.  Credo che l’opinione pubblica nazionale avrebbe capito molto meglio la realtà calabrese e la drammatica presenza della ndrangheta qualora accanto a Gratteri ci fosse stato un lavoratore licenziato o comunque senza lavoro, un cervello in fuga, o una ammalato costretto a peregrinare tutta Italia.  Percepisco un degrado dell’informazione che impedisce ai cittadini di comprendere la realtà e che strozza in gola la voce alla Calabria reale.

Questa volta lo zoom è stato puntato sul viso di Paolo Romeo, presunto capo di una cupola massonico-mafiosa ed oggi in carcere insieme al senatore Caridi all’avvocato De Stefano, all’ex consigliere regionale Alberto Sarra. Complici di cupola il giudice Tuccio, di don Pino Strangio ed altri di cui non ricordo il nome. Ho il massimo rispetto per il lavoro degli inquirenti, ne ho gli strumenti per condurre controinchieste come sarebbe compito e dovere della stampa libera. Le mie perplessità nascono dalla quasi certezza che qualora Paolo Romeo, il senatore Caridi, fossero ai vertici di un’autentica cupola non sarebbero in carcere. Gli altri non sarebbero imputati.

Da cosa nasce la mia convinzione?

Dalla storia di questo Paese e di questa Regione. Dai mille misteri mai risolti.

Dal fatto che Licio Gelli, gran maestro della P2, ed accusato di orrendi crimini, ha fatto meno carcere di Romeo. Per il senatore Andreotti, al contrario di Caridi, e pur accusato (poi assolto) di essere mandante di un omicidio e di aver colluso -per decenni- con la mafia, non è stato mai chiesto l’arresto.
Nella P2 c’erano 12 generali dei carabinieri, quattro dell’aeronautica, otto ammiragli, ventidue generali dell’esercito, una quarantina di parlamentari, numerosi magistrati, ambasciatori, membri della nobiltà tra cui lo stesso Vittorio Emanuele di Savoia, molti banchieri. Nessuno di loro ha subìto conseguenze! Anzi un iscritto è diventato presidente del consiglio e qualche altro ministro.

Ma qua siamo in Calabria. Quindi, domandiamoci: esiste una cupola segreta in grado di condizionare la vita pubblica della Regione ed, in alcuni casi, quella di ognuno di noi? Non lo escludo, anzi direi che ne sono certo!

Esiste in Calabria più che altrove! Perché esiste, prospera ed è forte dove più debole, rachitica ed ammalata è la democrazia! Non saprei indicare dove sia la testa (direi fuori regione) ma i tentacoli sono ovunque a Reggio come nella Locride, nella Piana come in Aspromonte. Se potessimo intravedere e forzare la porta blindata che ci separa da questo mondo occulto, sono sicuro che non ci troveremmo nomi noti della ndrangheta o della massoneria.

Questi semmai stazionano ai livelli bassi. Ai piani alti c’è ben altro ed, in caso di necessità, scattano altri livelli di tutela e di protezione verso un “Olimpo” invisibile agli occhi di noi comuni mortali. Eppure tanto la stampa quanto la magistratura per anni hanno dato in pasto nomi di poco conto, non spingendosi nel cuore del potere vero! Non ho avuto mai rapporti di frequentazione e di amicizia con nessuno degli arrestati, anzi ricordo la tensione che ci contrapponeva a Paolo Romeo ed ai suoi “camerati” ai tempi dell’università! Altri tempi!

Restano i misteri.

Nel 1992 quattro politici eccellenti furono arrestati con l’accusa di far parte ad una cupola occulta ed in quanto tali di essere i mandanti del delitto Ligato (il più grave delitto politico commesso in Calabria). Erano innocenti per come ha stabilito della magistratura. Oggi l’amministrazione comunale di Reggio dedica una sala del Comune a Piero Battaglia che fu tra gli arrestati, mentre per Giovanni Palamara (altro arrestato) è stata allestita la camera ardente nella sala del Municipio. Funerali solenni alla “memoria” per farsi perdonare la precedente viltà! Non è peregrina l’ipotesi che qualcuno abbia pensato di bruciare i loro nomi per proteggere un livello molto più alto di responsabilità.

Stessa cosa a Locri. Tanti anni fa un ex presidente del tribunale dichiarò di essere a conoscenza di delitti gravissimi (omicidi, sequestri di persona, estorsioni) nascosti dai magistrati di quel tribunale. Tutti fecero finta di non aver udito! Perché? Perché tutti -e dico Tutti- si sono guardati dall’oltrepassare la soglia degli “intoccabili”!

Lo stesso avvenne alla vigilia del delitto Fortugno quando -secondo il giudice Cascini-, la polizia intercettò una riunione segreta organizzata per discutere intorno alle forniture ed al grumo di interessi gravitanti intorno all’ospedale di Locri. Non solo i nomi dei partecipanti restarono segreti ma, dopo pochi giorni, tutti i poliziotti a conoscenza del summit notturno si dice siano stati trasferiti. La stessa rete di interessi denunciata dalla relazione Basilone e gravitante intorno all’ospedale di Locri (oggi stremato e distrutto anche ad opera dagli impuniti ed impunibili) non fu mai scalfita.

Da quanto ho detto -ed è solo una minima parte- comprenderete le mie perplessità su una verità mediatico-giudiziaria che potrebbe essere deformata.

Che fare?

Non facciamoci illusioni: oggi noi -gente comune- non abbiamo la forza per raggiungere quella “porta” segreta e meno che mai di oltrepassarla. Perché il popolo calabrese non ha voce. Perché la società civile è costretta ad arretrare ogni giorno. Perché una verità gridata ed imposta sostituisce la ricerca faticosa e discreta dei fatti. Come “presa diretta” dimostra, tutta l’attenzione è calamitata da “mafia” ed “antimafia”. Un binomio i cui termini si sostengono a vicenda.

Una cosa è certa: le “cupole”, le “corporazioni”, le “caste”, le “mafie” altro non sono che aggregazioni di potere che nascono alle spalle della sempre più evanescente “sovranità popolare” e dal progressivo abbattimento dello Stato di diritto. L’unico antidoto è la democrazia ed il ripristino delle garanzie costituzionali. Una trasmissione come “presa diretta” così come le costanti campagne mediatiche in cui la ndrangheta viene trattata al difuori del contesto politico e sociale, servono solo per nascondere  il dolore, le sofferenze, le ingiustizie , i soprusi a cui sono sottoposti i calabresi (non tutelati).

 Una grande opera di distrazione di massa che, tra l’altro, oscura il fascino, l’autenticità e la bellezza della Calabria.