Direttore: Aldo Varano    

La ‘ndrangheta, le scritte e il lavoro

La ‘ndrangheta, le scritte e il lavoro
lavoro   La mafia e’ come un’industria della protezione (dixit il magistrato Cisterna). Perché in Calabria c’è bisogno di protezione, una protezione che una volta può venire dall’Inps, un’altra dall’Inail, un’altra ancora dalla Regione o dalla politica e qualche volta dalla ‘ndrangheta.

  Dopo qualche giorno, a mente fredda e serena, conviene a tornare sulle scritte di Locri apparse il giorno prima della grande manifestazione dei 25 mila del 21 di marzo. Opinioni diverse, come era logico, valutazioni anche divaricate. Il punto è capire – al di la’ se dietro quelle scritte si nascondano o meno messaggi ben mirati di famiglie di ‘ndrangheta di Locri – che la società meridionale è fortemente sottosviluppata. E in un contesto del genere la ‘ndrangheta si inserisce come strumento di potere, manovra, orienta anche. Ma non siamo affatto, per fortuna nostra, all’anno zero.

  Attenzione: questo è più o meno lo stesso meccanismo che ha consentito alle mafie di espandersi al Nord, dove la domanda di protezione investe altre esigenze, smaltire i rifiuti industriali da riciclare, gestire il mercato delle scommesse, offrire credito alle imprese o lavoro nero e così via. Sono tutti mercati in cui è richiesta una prestazione illecita e la protezione mafiosa. C’è, dunque, una diffusa domanda di illegalità in tutta l’Italia ed è lì che intervengono le mafie. La Calabria non fa eccezione ma la radice è più lunga che altrove e crea, ha creato, una sottocultura che permane e vive.

  La risposta repressiva è, dunque, la precondizione indispensabile. Sgomberiamo quindi il campo da un primo equivoco, che pure continua a circolare in queste ore: senza gli sbirri (tanto per usare quella parola) non si va da nessuna parte.

  Per liberare il Sud dalle mafie gli ultimi anni ci dicono anzi che l’azione deve essere accentuata, mirata, affinata, colpendo al cuore economico le cosche (ogni arresto deve avere una confisca di beni, dixit il magistrato Gratteri). Ma bisogna essere consapevoli che da sola questa ineludibile azione repressiva non produrrà mai un immediato miglioramento delle condizioni economico e sociali del Mezzogiorno. Chi dice il contrario mente. Non so se lo sa ma occorre dire che come non c’è causa ed effetto tra disoccupazione-sottosviluppo per la crescita delle mafie, non c’e’ causa ed effetto tra scompaginamento repressivo delle mafie e rinascita economica e civile dei territori. Almeno non nell’immediato.

  I tempi sono diversi. Secondo una prima tesi bisogna contrastare le mafie puntando a debellare le dieci o quindici famiglie più potenti della Calabria, ingaggiando una lotta qualitativa alla ‘ndrangheta e non ha dunque senso giocare con le grandi statistiche, conteggiando il numero dei mafiosi di terza o quarta fascia arrestati: bisogna fare delle statistiche qualitative che nessuno, però, vuole davvero fare.

  Secondo un’altra tesi – sempre presente nell’ambito della magistratura inquirente – la bonifica dell’illegalità deve essere invece a tutto tondo, anche se bisogna dire purtroppo un’amara verità: la Calabria è diventata terra di carriere, dove i magistrati (ma anche i poliziotti e i carabinieri) si fermano pochi anni e in quel lasso di tempo vogliono portare a casa in fretta risultati. Solo pochi coraggiosi affrontano radicalmente il problema ponendosi domande scomode e intelligenti sull’organizzazione del potere. Nicola Gratteri in questo ambito è quasi una straordinaria eccezione.

  Per questo motivo Gratteri sa bene che la battaglia richiede tempi lunghi e che dietro quelle scritte c’è un’altra amara verità: è il brodo di quella sottocultura che bisogna azzerare e prosciugare. La società civile calabrese è, infatti, la vittima della ndrangheta, non il suo sgabello, e quelle scritte sono anzi il segno della grandissima difficoltà in cui si trovano le organizzazioni criminali da almeno dieci anni a questa parte, investite dalla repressione - sia sotto il profilo carcerario che patrimoniale - che le ha messe davvero alla corda.

  Ora serve altro, così come serviva altro 10 anni fa, 20 anni fa, 30 anni fa etc etc. Ed è proprio quest’altro però che tarda ad arrivare e che rende ancora più melmosa la situazione. Come diceva Papa Francesco due anni fa (il direttore Varano dixit 24 mesi fa) ‘’…quando non si guadagna il pane, si perde la dignità. Questo è il dramma del nostro tempo, specialmente per i giovani, i quali, senza lavoro, non hanno prospettive per il futuro e possono diventare facile preda delle organizzazioni malavitose’’. E’ bene che queste parole si ricordino sempre.