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IL PUNTO. Come e perché Marco Minniti diventa il ministro più amato dagli italiani

IL PUNTO. Come e perché Marco Minniti diventa il ministro più amato dagli italiani
minniti Nando Pagnoncelli sul Corsera dell’1 aprile ci consegna nel suo periodico sondaggio un Marco Minniti campione di consensi del Governo Gentiloni tanto da spingere il quotidiano milanese a titolare: “Minniti il più gradito tra i ministri. Consensi anche nel centrodestra”. Pagnoncelli interpreta la performance con le proposte avanzate da Minniti sui migranti (ridefinizione CIE, accelerazione per le procedure di rimpatrio, ecc) oltre che sulla questione “sicurezza Paese” in senso più generale.

Immigrazione e “Sicurezza del paese” (tema che sottende la difesa dal terrorismo) sono temi complessi e spinosi per tutte le democrazie Europee. L’Italia non fa eccezioni. Il Governo Gentiloni è un Governo “giovane” e Minniti è diventato ministro per la prima volta con questo governo. Per quanto bene e celermente possa aver intrapreso il suo lavoro al Viminale è quindi troppo breve il tempo trascorso per immaginare che l’opinione pubblica (cioè uno schieramento che va oltre la parte politica di Minniti) abbia già percepito che è stata imboccata una strada risolutiva. Come ministro è partito con piglio e ha fatto proposte serie, è vero.  Ma, se seguissimo il suggerimento di Pagnoncelli senza aggiungere altro, dovremmo credere che gli elettori di centrodestra, FI e Lega su tutti, abbiano deciso un’apertura di credito a Minniti anziché aspettare e impallinarlo alla prima difficoltà. Ma perché un’apertura di credito, seppur basata su un “buon inizio”, su uno dei ministri che più di tutti ha una storia politica fortemente connotata a sinistra e per giunta nel Pci?

Per capire bisogna tener conto che il sondaggio è stato eseguito da Pagnoncelli dopo il sabato in cui tutti gli occhi e l’intero sistema mediatico europeo e non solo guardavano all’Italia attendendosi disordini e tensioni per il contemporaneo avvenimento che vedeva centinaia di migliaia di persone in Lombardia (un milione hanno poi valutato gli esperti) accanto a Papa Francesco e a Roma i 28 (ops! 27) capi di stato delle nazioni dell’Ue. Tutto è filato liscio come in una scampagnata fuori porta anziché due appuntamenti appetitosi per il terrorismo internazionale e/o una dimostrazione di forza dei gruppi radicali del disagio che scorre per  tutte le strade d’Europa.

Ma l’exploit non è stato casuale.

Per capire è forse utile fare un salto indietro al Lingotto di Torino dove i renziani hanno discusso le proprie proposte. Tra i partecipanti, anche Minniti. Ovviamente, tra gli oratori. E in questa sede, proprio nella celebrazione di una delle sacre liturgie della politica, Minniti esordisce parlando prima delle cose già fatte come Ministro, per poi, passare a spiegare qual è il loro significato più squisitamente politico. Il Ministro in un tempio della politica asserisce un principio: chi ha ruoli operativi in politica, la politica non la fa parlando di politica, ma di quello che ha realizzato concretamente. Per chi “nasce” dalla politica non è poco. Il Ministro in quella sede mette quindi la sua competenza davanti al ruolo strettamente politico. Ma non è finita qui. Affronta e sdogana, si può dire a gamba tesa, il tema “sicurezza” ri-visto da sinistra.

Tema storicamente spinoso per chi, come la sinistra italiana, per ragioni storiche ha visto fin dall’inizio e per lungo tempo nelle forze armate un possibile e potenziale pericolo per la democrazia. Non a caso la sicurezza è stato tradizionalmente un punto di forza delle destre. Minniti, invece, sostiene e spiega, come mai nessuno nell’area di sinistra aveva prima fatto, che la sicurezza è pane per i denti della sinistra. Insomma, ribalta un ragionamento antico cuore della sinistra, conservato gelosamente e difeso ancora oggi dall’insieme delle sinistre radicali figlie della storia complessa della sinistra in tutte le sue sfaccettature.

Minniti dice: la sicurezza è un tema assolutamente di sinistra. E lo è proprio perché chi vuol essere vicino al popolo, alla gente comune, ai ceti più deboli, ha il dovere in primis di garantire ad essi la sicurezza. Sostiene che le fasce più deboli dalla popolazione sono quelle che risentono maggiormente in uno Stato in cui la sicurezza vacilla. Chi abita in quartieri di lusso o in case sicure, chi può pagare vigilanza privata e sofisticati sistemi informatici antintrusione, o anche semplicemente chi può allungare ai figli i soldi per un taxi al rientro da una serata, è meno esposto. Se non si garantisce una sicurezza “di Stato”, sono le fasce deboli a rischiare più di tutti.

Probabilmente in pochi avranno seguito attentamente le giornate al Lingotto, forse degli elettoti di destra nessuno, ma potrebbe essere questo atteggiamento complessivo, fatto di competenze tecniche ed analisi politica, che al Lingotto ha vissuto un passaggio chiave, a piacere agli elettori, di destra o sinistra che siano. Di certo è soprattutto grazie a quella impostazione teorica e culturale che Minniti ha potuto organizzare la sicurezza del sabato del Papa e dei Capi di stato. Da qui, forse, il fenomeno di una vasta opinione pubblica che, al di là delle divisioni politiche, ha percepito di potersi fidare di un meccanismo che, senza mai indebolire i diritti della democrazia e della libertà impediva che la violenza potesse tracimare dai punti deboli della difesa dello Stato.