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CALABRIA. Il lavoro, storia e vita di Ciccio, Ivana, Massimo e (quasi) tutti gli altri

CALABRIA. Il lavoro, storia e vita di Ciccio, Ivana, Massimo e (quasi) tutti gli altri
sottocupazione   Il problema di Reggio Calabria (e della Calabria in generale) è soltanto uno: non circola il denaro. Il resto è conseguenza.

Non è che non ci sia il denaro: quello è presente, anche se è poco, paragonato alle grasse città del Nord. Semplicemente non gira. La città ha una forma di economia di sussistenza post-industriale. Le stesse regole del medioevo applicate alla società liquida contemporanea. Reggio è un paradosso che ridicolizza la storia e l’idea stessa di progresso.

Il denaro se lo tengono stretto in saccoccia gli scarsamente illuminati soliti noti. Gli “investimenti produttivi” li pretendono dallo stato. Abituati da sempre alla forma Keynesiana del comparato, imprenditori, borghesi e feudatari vari non sanno neanche per scherzo cosa voglia dire iniziativa privata e rischio. Ma, ancora peggio, non conoscono l’abbecedario delle regole del mercato del lavoro. Applicano quella generale di stampo naturalistico. Pesce grande mangia pesce piccolo, o ti mangi la minestra o salti dalla finestra, io sono io e voi non siete niente.

Lo racconta bene Ciccio, 600 euro al mese in uno dei grandi negozi che prima o poi verranno sequestrati per mafia o roba simile. Commesso tuttofare, tutte le mattine parte all’alba e torna al tramonto, nel mezzo un panino ma cibo e viaggi sono a spese sue. E a Natale gli regalano altri 400 euro, così almeno una volta l’anno riesce a vedere 1000 euro tutti insieme. Però sulla sua testa pende come una spada di Damocle la promessa della “registrazione”, questo sogno di una notte di mezza estate di gran parte dei lavoratori dipendenti reggini. Prima o poi ti “registro”. Con l’Inps, gli assegni e tutto il resto. E Ciccio dorme tranquillo, sognando uno stipendio normale e magari il conto in banca e persino le ferie.

Ma Ciccio sa che deve dimostrare qualcosa al padrone. Ne ha visti giovinastri fannulloni licenziati a calci in culo solo perché pretendevano di fare soltanto nove ore al giorno, o addirittura chiedere soldi in più per le prestazioni festive, o restare a casa in malattia, cose da non credere. Non sapevano che con questa crisi si deve stringere la cinghia. Sono tempi duri, e fuori c’è la fila per lavorare, li evangelizza il padrone corto di cerimonie. E guai- guai- a parlare di liquidazione. La rete di amicizie è tale che se fai uno sgarbo ad uno hai chiuso con tutti. Quindi il buon Ciccio non fiata e piega la schiena. E per fortuna che c’è sua mamma, che gli paga l’affitto con la pensione di reversibilità.

Oltre lo Stato, il parastato, gli affini e i connessi alla grande mammella pubblica, le aziende in regola con i dipendenti sono rare come pietre preziose. Certo, ci sono, ma scava- scava quasi tutte hanno grumi di profonde irregolarità e devianza feudale. Per non parlare dei rapporti giornalieri con i malavitosi. Commercio, servizi, agricoltura, edilizia. Un grande ristorante apparecchiato per i conti in banca dei nobilastri senza titolo. E tutti gli altri servi della gleba, benedetti da chi dovrebbe mitigare l’ingiustizia.

Penso a Ivana, laurea fresca in tasca e subito nel mega studio professionale, impegnati e vedrai, passano mesi e poi anni, e sempre cinquecento euro al mese sono, sempre in prova, sempre una prova costante, e poi lo stage finto, e poi vediamo il mese prossimo, e quindici giorni di pausa ad agosto ma si deve rientrare prima, e le smancerie del padrone e della padroncina, fai le fotocopie e poi vai a comprarmi le sigarette, si deve avere pazienza, c’è la crisi.

O Massimo che fa le pulizie e si spacca in due scopa in mano e cappello in testa, e non parlate assai che vi diminuiamo l’orario di lavoro e al posto di darvi 700 euro ve ne diamo 350, e se ti permetti a dire una parola ti arrivano quegli amici sotto casa, sì, proprio quelli che ogni tanto vedi negli album di figurine delle retate antimafia, che sono loro i veri proprietari dell’azienda e il capo è un pupo messo lì come parafulmine.

Penso a tutte le commesse ed i commessi, ai baristi ai camerieri ai pizzaioli, alle loro vite senza respiro. Penso ai laureati nei call-center e alla festa quando superano i 500 euro, penso ai ragazzi che credono alle parole dei lestofanti, alle promesse vane, agli inganni. Penso agli studi d’avanguardia, agli avvocati e allo stuolo di cronici praticanti gratis, ai giornalisti a quanche centesimo a rigo quando lo prendono, ai commercialisti che mettono la firma sul lavoro dei loro servi, ai muratori che si contendono il pane con quelli d’oltremare o d’oltre cortina, alle parrucchiere shampiste a 20 euro al giorno che schiumano vendette silenziose.

Penso a Franco, moglie e tre figli uno dietro l’altro, che prima lavorava in una società “partecipata”, e poi non l’hanno partecipata più e la conseguenza è stata tutti a casa, cercatevi pane, e oggi si alza ben prima dell’alba e va a farlo il pane, dieci testoni al mese che fai scherzi, torni che sei imbiancato di farina e la vasca da bagno diventa colla, ma va bene così, il padrone è buono, come il pane appunto.

Penso ai ragazzi che lavorano negli studi medici, con i loro camici bianchi a 700 euro al mese. A quelli che dipendono dagli spacciatori di cultura grossolana, sottopagati e quasi derisi, nei loro posti in case editrici, televisioni, radio, giornali e giornaletti nei quali gli unici a godersela sono i volontari, con uno stipendio alle spalle, che ci lavorano per vanità o fame di gloria. Mentre gli altri, i dipendenti, hanno stipendi da anni ’50.

Penso alla protervia di una borghesia calabrese totalmente incapace di produrre ricchezza senza la flebo attaccata degli aiuti di stato, e alla sua sfacciata ipocrita faccia buona, la faccia dell’antimafia di maniera, della cultura da strapazzo, delle apericene e degli stuzzichini di caviale, dei viaggi lampo in via Montenapoleone a rimpinguare il guardaroba dell’amante di turno. Penso ai grandi (grandi?) imprenditori che costruiscono ponti di cartone e case di rifiuti, e rifletto sulla vita di Teresa, che sognava di fare il notaio e passa le giornate davanti alla fotocopiatrice. Penso a quei ragazzi che solo pochi anni fa avevano la grande speranza di diventare giornalisti, speranza e capacità, ma che si sono scontrati con questo muro di merda cementata, questa ostilità alla civiltà, questa catena eterna di sudditanza, e che oggi vendono polizze assicurative o danno ripetizioni d’italiano.

Io vedo tutto questo. Vedo uno strumentale bacino di disoccupati, allargato a dismisura dalla crisi, dentro il quale pescano gli sfruttatori, i diavoli del nuovo millennio, santificati da una cultura piegata e assoggettata, con intellettuali proni che celebrano le lodi di questo progresso tombale.

Io vedo questo e vedo lo smarrimento di una politica ripiegata sulla lotta di potere. Sento le voci degli sfruttati calabresi perdersi nel clamore delle stupidità e delle divagazioni che costituiscono il dibattito. Vedo la dialettica politica trasformata in sceneggiata napoletana, e colgo l’estrema, lacerante, dolorosa solitudine dei deboli.

Soli, contro tutti, a pensare che forse c’è qualcosa di sbagliato.

Rilanciate l’aeroporto. E pure la stazione ferroviaria. E il porto. E l’autostrada. Fateli. Fateli, per la gloria eterna di questo borgo medievale. E per dar modo alle generazioni che verranno di andarsene via, lontano. Ormai non c’è più niente da perdere, tranne le catene, che non sono di ferro, ma di finto benessere.

Il problema di Reggio è il traffico.