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COSENZA. Vidi fumo e sentii l'odore: bruciavano mio padre, Ibtissam e Cocò

COSENZA. Vidi fumo e sentii l'odore: bruciavano mio padre, Ibtissam e Cocò
cocò «Vidi una colonna di fumo nero e sentii una forte puzza di bruciato. Puzza di lamiere, di gomme e anche di carne». Giuseppe Iannicelli junior oggi ha 17 anni. Quando suo padre Giuseppe sparì nel 2014, a gennaio, ancora non ne aveva compiuti 14. Era un ragazzino quella notte che, cercando invano suo padre, tutta la sua vita cambiò drasticamente e inevitabilmente.

Oggi, nell’aula di Corte d’Assise a Cosenza, è toccato a lui raccontare della morte di suo padre, del suo nipotino Cocò, di soli 3 anni, e della compagna di Iannicelli, Ibtissam Touss. Il giovane ha testimoniato nel corso del processo che vede alla sbarra Faustino Campilongo, alias “Panzetta”, Cosimo Donato, detto “topo”, accusati del triplice omicidio di Cassano, dove il 19 gennaio 2014, in località Fiego, vennero ritrovati i corpi del piccolo Cocò Campolongo, di suo nonno e della compagna, uccisi e dati alle fiamme all’interno di una Punto.

«Mio padre mi disse che portava Cocò e la donna con sé perché era convinto che così nessuno gli avrebbe fatto del male per il suo passato». Giueppe junior guarda spesso il gabbiotto dietro il quale sua madre, sua sorella e la zia assistono al processo. Le donne piangono ascoltando il racconto del ragazzo, che quelle parole, a tratti, non riesce a pronunciarle. Ma il suo è un resoconto lucido di una notte di ricerche, di ricordi olfattivi terribili e di convinzioni che, piano piano, prendono forma nel suo animo. All’epoca del delitto, il giovane era fidanzato con Eleonora, figlia di Cosimo Donato. Per questo nelle ricerche del padre, sorvegliato speciale e pertanto costretto a rincasare alle 21, aveva coinvolto anche il suocero, che però non vedeva di buon occhio la relazione con la figlia.

Le ricerche del 16 gennaio. L’ultimo incontro tra padre e figlio avviene il 16 gennaio, giorno della scomparsa e dell’omicidio. Il ragazzo, dopo esser passato da casa del padre per una doccia, va in sala giochi fino alle 19, orario in cui Giuseppe Iannicelli dovrebbe andare a prenderlo, dopo essere andato a Sibari e aver incontrato il cugino Pasquale Perciaccante. Di lui, però, non c’è traccia. «Quando ho visto che non arrivava – spiega il 17enne – ho provato a chiamare sia lui sia Ibtissam. Ma il telefono risultava spento. Così me ne sono andato da solo a casa».

A questo punto Giuseppe junior comincia a fare la spola tra casa di sua sorella, casa di suo padre e casa di suo zio, sperando di dare un senso a quel ritardo. Fa anche tappa a casa di Salvatore Stabile, autista di suo padre, che non poteva guidare per via del ritiro della patente, e chiama un amico, col quale torna a casa del padre per cercarlo. È a questo punto che, arrampicandosi su un muretto per vedere se la macchina è parcheggiata, nota la colonna di fumo e quell’odore sgradevole. «Il fumo era distante e veniva dai boschi a valle, dalla zona dove poi venne trovato il corpo di papà», spiega. Il racconto di quegli odori lo fa bloccare un attimo. Una commozione che ha coinvolto l’intera aula. È il pm a suggerirgli quel ricordo che Giuseppe junior, evidentemente, vuole cacciare via. Il racconto riprende dal successivo giro di perlustrazione in paese.

«Mio cugino Gaetano Campilongo mi accompagnò da Stabile in paese e durante il tragitto chiamai Eleonora, la mia fidanzata. Le ho chiesto se il padre fosse in casa e mi disse di no. Mi feci dare il numero e mi disse che sarebbe venuto», spiega ancora. L’incontro avviene lungo la strada, a Praia Longa. Giuseppe è in compagnia di Stabile, Donato è assieme a Campolongo. I due sono visibilmente nervosi, quasi impauriti. E, soprattutto, puzzano di benzina. «Chiesi loro se avevano visto mio padre e che giro avevano fatto. Mi dissero che erano passati proprio da quel posto dove poi mio padre fu ritrovato. Mi dissero che non l’avevano visto – racconta – ma puzzavano di benzina e avevano le mani nere ed unte. Li presi in giro e a quel punto Donato diede un calcio a Campilongo e mi dissero che erano andati a rubare gasolio. Lì per lì non ci feci caso ma col passare del tempo mi sono insospettito, perché era chiaramente odore di benzina». I due sono freddi, impazienti di andar via. «Dicevano di aver paura di essere fermati dai carabinieri – spiega ancora Iannicelli -. A quel punto sono entrato nella loro auto per mettere un po’ di musica e ho sentito di nuovo l’odore di benzina. Siccome non erano molto d’aiuto, dopo un po’ dissi loro di andar via».

Il rapporto con Donato. A “Topo” non va molto a genio la relazione tra la figlia e il giovane Iannicelli. Tanto che, prima del triplice omicidio, arriva a spezzare la sim della ragazzina. «A quel punto chiesi a mio padre di comprarne una nuova e andammo insieme a portargliela. Donato non si oppose». Un atteggiamento, secondo la Dda, spiegabile con il ruolo di subordine dei due, che secondo l’accusa spacciavano droga per conto di Iannicelli a Firmo.

Quando Donato e Campolongo si ritrovano a casa del giovane per le condoglianze, dopo il ritrovamento del corpo, le incongruenze cominciano a prendere corpo nella mente del giovane. «Gli chiesi come mai non avessero visto fiamme quella sera facendo quella strada e allora cambiarono versione, dicendomi che ne avevano fatto un’altra». Anche Eleonora si comporta in modo strano. È in possesso di alcune foto scattate con il cellulare Ibtissam a Giuseppe Iannicelli e qualche tempo dopo, quando la loro storia finisce, racconta ad un amico del suo ex fidanzatino quale fosse il reale rapporto tra quegli adulti che avevano passato più volte le feste insieme, Donato, Campolongo e Iannicelli. «Disse che Donato e Panzetta si erano serviti di mio padre e l’avevano tradito quando non ne avevano avuto più bisogno. Crescendo – conclude – ho capito che le persone hanno pure due facce».