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COSENZA. Processo Villa Verde, i pentiti raccontano: ecco come si usciva dal 41/bis

COSENZA. Processo Villa Verde, i pentiti raccontano: ecco come si usciva dal 41/bis
villa verde   Rifiutare il cibo, dimagrire, non prendersi cura di sé, rifiutare i contatti con la famiglia e tentare il suicidio: erano queste le "regole" per scappare dal 41 bis, regole che valevano per lo meno a Villa Verde, a Donnici, dove i boss cercavano rifugio, ricompensando i medici compiacenti, per poter soggiornare senza noie e senza restrizioni nel periodo della carcerazione.

È questa la tesi della Dda di Catanzaro, che ha ottenuto il processo per il professore Gabriele Quattrone, lo psicologo Franco Antonio Ruffolo, il medico Arturo Luigi Ambrosio e Caterina Rizzo, moglie di Antonio Forastefano. A raccontarlo in aula oggi, davanti al collegio del tribunale di Cosenza presieduto da Enrico Di Dedda, è stata la collaboratrice di giustizia Lucia Bariova, ex moglie di Vincenzo Forastefano, fratello di Antonio, uno dei boss, oggi pentito, che avrebbe goduto del trattamento. Avrebbe dovuto testimoniare anche lui oggi, ma a causa di alcuni problemi di salute la sua deposizione è stata rimandata. 

Molti i non ricordo della donna, che a fatica, sollecitata dal pm della Dda Saverio Vertuccio e fortemente contestata dalle difese, ha raccontato le dinamiche familiari. Una collaboratrice «non attendibile», secondo i legali, così come Salvatore Lione, ex braccio destro di Vincenzo Forastefano, come riportato da alcune sentenze depositate agli atti. I due, ieri, hanno comunque snocciolato alcune informazioni su quanto avveniva in famiglia per evitare il carcere duro. Dinamiche che la Boriova ha appreso, il più delle volte, da Caterina Rizzo, moglie di Antonio Forastefano.

«Fu Salvatore Lovato (ex affiliato e ora pentito, ndr) a spiegare come bisognava fare per fingere la depressione e finire in clinica», ha spiegato la collaboratrice. Un iter che lui stesso ha seguito e ha raccontato nelle scorse udienze in aula. Tonino Forastefano però non aveva seguito tutto alla lettera, presentandosi ben vestito e curato. Così la prima perizia di Ambrosio non fu totalmente favorevole, facendogli ottenere "solo" il trasferimento da Parma a Roma, fuori però dal regime di 41 bis. Per avere perizie compiacenti, ha inoltre aggiunto la donna, bisognava pagare i medici.

«Caterina Rizzo ha trovato il medico Ambrosio per la perizia e lo ha pagato. Ha nominato anche Ruffolo», ha spiegato. Alcuni periti erano però «inavvicinabili», tanto da impaurirsi e rimettere il mandato pur di non avere a che fare con la situazione. «Rizzo è scesa più volte a Reggio Calabria per pagare il dottore. Ha versato due tranche da 10mila euro, soldi che le aveva dato Salvatore Lione - ha raccontato -. Il medico in questione era Quattrone».

Nella perizia di Quattrone, Forastefano risultò un personaggio borderline, da trasferire vicino alla famiglia. «Nessuno in famiglia doveva però sapere che Lione dava i soldi della bacinella alla Rizzo, perché Antonio Forastefano non era visto di buon occhio dopo un furto di coca. Avevano anche intenzione di farlo fuori», ha poi spiegato Lione stesso. Così come volevano ammazzare anche lui, ai tempi reggente della cosca e accusato di aver sottratto il denaro dalla bacinella comune. Per questo si pentì, in contemporanea con la Boriova, motivo per cui la loro credibilità è stata contestata, «in virtù di rapporti tropo stretti». Lione ha spiegato che toccava a lui la gestione del denaro del clan. La Rizzo si era così rivolta a Lione per avere i soldi da usare per comprare le perizie favorevoli per Forastefano e Lovato. A lei versò circa 20mila euro in tre tranche, «soldi destinati ad Ambrosio», dirigente sanitario e, nelle parole dei pentiti, vero dominus della clinica di Donnici. «Ma mi fecero anche i nomi di Quattrone e Ruffolo», ha aggiunto.