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Rosy Bindi, l'Antimafia e i pugni rigorosamente a vuoto della Commissione

Rosy Bindi, l'Antimafia e i pugni rigorosamente a vuoto della Commissione
bindisanità   Rosy Bindi ha annunciato che lascerà il Parlamento. Dopo 30 anni meno qualche mese in cui ha occupato seggi e posti di responsabilità. Nel 2013 era stata eletta in Calabria, spedita lì (lei toscana) da Bersani (emiliano) dopo che Renzi, sindaco di Firenze, aveva promesso che le avrebbe sbarrato il passo se alle primarie per scegliere i parlamentari la Bindi si fosse presentata in Toscana. La Calabria, quasi mai titolare di presidenze di Commissioni parlamentari, ne ha ottenuta una grazie a lei: la Commissione Antimafia, notoriamente inutile rispetto all’obiettivo assegnatole di innescare la sconfitta del fenomeno.

A illuminare il quadro e la funzione dell’Antimafia, del resto, aveva già provveduto Diego Gambetta, uno dei più autorevoli studiosi al mondo delle mafie. Per intenderci, il teorico della mafia come «moderna industria della protezione di mercati illegali», l’unica teoria che non utilizzando mai suggestioni razziali (tipo: familismo amorale, carenza di capitale civico e/o sociale e via razzisteggiando) riesce a spiegare con lucidità laica il devastante fenomeno. Per Gambetta: «In passato l’apporto della Commissione (Antimafia, ndr) non fu privo di ambiguità…. Si ha l’impressione che questo istituto - di cui pure fecero parte Cesare Terranova e Pio La Torre, che hanno pagato con la vita la lotta alla mafia - sia servito come una palestra in cui le forze al governo permettevano all’opposizione di sinistra di menare pugni antimafia purché rigorosamente nel vuoto…» (Oxford – non l’università antimafia sponsorizzata dalla Bindi in Calabria – dicembre 1993; cfr, Gambetta, La mafia siciliana, Einaudi). Giudizio illuminante, dal quale non furono distanti Sciascia e Falcone, il cui fulcro è un impietoso riferimento ai pugni contro le mafie «purché rigorosamente nel vuoto».

La Commissione Antimafia nacque 55 anni fa, nel 1962. Un periodo storico più che sufficiente per realizzare trasformazioni radicali di uomini e società. E’ l’età stessa dell’Antimafia a raccontare in modo spietato il suo fallimento: migliaia e migliaia di audizioni, proposte, indagini, condanne indomite e fiere si sono dipanate incessanti mentre incessantemente il potere delle mafie cresceva nel paese e, secondo una diffusissima vulgata, si espandeva da Sud a Nord, conquistandolo.

Ma l’inutilità della Commissione va precisata: è inutile, ha dimostrato per oltre mezzo secolo di essere inutile, rispetto all’obiettivo strategico di cancellare le mafie dall’orizzonte storico della società italiana. Incapace di centrare l’obiettivo, l’Antimafia s’è via via trasformata in una specie di cimitero degli elefanti per dare ruolo e visibilità al fine-carriera di politici arrivati al capolinea. Se si esclude la presidenza Violante (1992- 1994), tra l’altro molto contestata e criticata, tutte le altre sono servite per dare la liquidazione e la buona uscita a qualcuno e non sono mai state conseguenza di un progetto strategico e culturale contro la bestia mafiosa. Tolto Violante, presidente della Camera (1996) dopo aver presieduto l’Antimafia, nessun altro presidente della Commissione assolto l’incarico ne ha avuto uno più prestigioso. Così per i presidenti. E anche per molti rispettabilissimi componenti che nel tempo ne hanno fatto parte occupando una posizione retoricamente prestigiosa e delicata proprio perché inutile rispetto all’obiettivo.

E’ anche la storia di Rosy Bindi che ora ne prende atto. E prima di lei di Beppe Pisanu, anche lui splendido passato, diventato inservibile per tutti i progetti di Cdx o Csx. Bisognava liberarsi dal fastidio di gruppettari e rifondaroli che pure avevano voti in parlamento? E fu presidente Forgione. Lumia rompeva in Sicilia? Anche lui presidente. E in passato Alinovi, Chiaromonte, e altri veramente autorevoli personaggi, diventarono presidente per tenere buona l’opposizione (solitamente di sinistra) consolandola con un pennacchio.

Rispetto alle analisi di Gambetta (1993) la situazione s’è ancor più logorata. Impotente contro le mafie e la riduzione della loro aggressività l’Antimafia è diventata palestra dell’eccellenza mediatica in cui si muovono consulenti, giornalisti, magistrati in distacco, politici senza più lavoro, dentro un vortice che muove soprattutto un importante spazio mediatico favorendo visibilità, carriere e collocazioni mentre le mafie, sostiene quello stesso mercato quasi a tutelare il proprio futuro, diventano sempre più potenti e devastanti.

Unico merito, la costruzione di un archivio straordinario di documenti sul fenomeno a cui hanno attinto (vedi testimonianze di Lupo, Sciarrone e altri storici e sociologi) studiosi che solitamente, grazie a quei documenti, arrivano ad analisi molto diverse di quelle che infuriano nel paese e hanno fatto crescere l’interrogativo inquietante e gigantesco che tutti evitano: perché (dopo 55 anni) l’Italia non è riuscita e non riesce a liberarsi dalle mafie? Perché in oltre mezzo secolo le mafie non sono state drasticamente ridimensionate fino a ridurle fisiologica devianza criminale?