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Le "fraternal compagnie" di GIANGURGOLO

Le "fraternal compagnie" di GIANGURGOLO
gianC   Correva  il 25 febbraio dell’anno 1545 quando otto attori di quel tempo si riunivano in uno studio notarile per stipulare un contratto di “fraternal compagnia”, che li impegnava a recitare uniti, per un periodo di tempo non breve, in luoghi non fissi e per “guadagnarsi il pane”: iniziava così l’avventurosa storia della Commedia dell’Arte, archetipo del teatro moderno e della moderna società dello spettacolo.

Ne faceva parte anche la maschera calabrese di Giangurgolo, la cui origine, secondo  un’ampia pubblicistica, è stata una conseguenza relativa  alla   volontà dei calabresi di prendere  in giro gli spagnoli fuggiti dalla Sicilia in Calabria in seguito al trattato di Utrech del 1713. Ma nel 1962 Ulisse Prota  Giurleo, nel suo I teatri di Napoli nel  ‘600,  provava che Giangurgolo nasceva  napoletano un secolo prima, citando  anche l’attore che lo ha interpretava: Natale Consalvo. “Ricaviamo tale notizia – scrive Giurleo - dall’Istrumento d’affitto del Jus repraesentandi (…): con patto che nel presente Istrumento d’affitto si intendano apposti et inseriti tutti quelli patti, clausole (…) di detto Jus, per il predetto Sacro Hospitale fatto a Natale Consalvo, alias Capitan Giangurgolo in Commedia e stipulato per me predetto Notaro lì 30 giugno 1618”.

Giangurgolo pertanto faceva parte di quella schiera di maschere in forza alle “fraternal compagnie” napoletane create  con lo scopo di ripetere all’infinito <<parti “fisse” e “mobili” con tratti folkloristici allusivi a cliché di satira sociale e regionale, giocati tanto sul polilinguismo dei dialetti quanto sul variegato repertorio dei gesti>>.

Nell’Arte rappresentativa e all’improvviso Andrea Perrucci scriveva  che i  “calabresi sono, insieme ai siciliani, i più duri a profferir la tersa lingua toscana; accompagnando i loro ridicolissimi vocaboli con le bestemmie alle quali è proclive la plebe di quella Nazione. Al pari di Giangurgolo, a Napoli uno dei personaggi più di successo  era  quello dello stodente calavrise, detto anche   “pacchisicchi”, per i pacchi di fichi secchi che riceveva dal paese di origine. Lo stereotipo dello studente preso di mira nelle sceneggiate napoletane è Don Nicola, protagonista con Pulcinella della  Redeculuso contrasto di matrimonio, scritta agli inizi del ‘700 e conosciuta anche come La canzone di Zeza, moglie di Pulcinella. Alle bastonate del napoletano, il calabrese rispondeva con il “classico”   cacafocu: …a mia sta vastunata?/ci aiu a minari na cacafocata!/mo vaiu a lu catoiu/pigghiu lu cacafocu/e mi ti vogghiu accidere a stu locu!

Altre importanti variazioni della maschera calabrese  sono state  rappresentate nelle commedie Lo sfratto e Il calabrese fortunato, attraverso i personaggi Pantacchio e Pagliazzo che, in linea col Pivolo di Perrucci, riscattavano in parte il calabrese in commedia dal ruolo scenico di umiliato ed offeso.

Un importante documento iconografico, ritenuto introvabile dagli studiosi alle prese con Giangurgolo, rileva  la sua  presenza   in Francia. Ma   la sua importanza  risiede nel mostrare una figura totalmente diversa dalle solite del  Capitano. E’ una incisione francese di anonimo,  denominata “parasitus obsequiosus” e commentata con una frase di Orazio tratta dal Libro I delle Satire, 4: “Quando Bacco nella sua sincerità svela i sentimenti riposti anche contro costui: e questo commensale pare affabile e urbano e schietto a te”. E’ un documento che conferma, ove ce ne fosse bisogno, la scelta buffonesca che gli attori sono costretti a fare nelle piazze europee, per ovviare all’incomprensibilità dei dialoghi.

Nella prima metà del settecento iniziava la fase discendente della Commedia dell’Arte e il testimone dei “lazzi” veniva  raccolto dalle marionette e dai burattini. In un manoscritto del settecento un viaggiatore italiano scriveva di “quei calabresi ingegnosissimi che vanno per il mondo cantando storie accompagnandosi col violino, e facendo saltellare dei fantocci su una tavoletta con tanto amore della loro Patria e mia”.

Ma chi è oggi Giangurolo? Probabilmente, se si riuscisse a “smascherarlo” e farlo diventare un uomo del nostro tempo, si potrebbe scoprire che egli  fa parte di “fraternal compagnie” inquietanti. Non più vittima, ma aguzzino, specializzato a provocare la tragedia, indossando una maschera feroce e infida per dissimulare la sua grande vigliaccheria.