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TEATRO. Da Goldoni a Erba: la nuova Locandiera si tinge di giallo

TEATRO. Da Goldoni a Erba: la nuova Locandiera si tinge di giallo
La locandiera    Ciò che trovo affascinante nel teatro, è l’uso dello spazio sulla scena. Riuscire a fare entrare, in un rettangolo nero, un pezzo di mondo vivo e palpitante: la realtà. Il mondo del “qui e ora”, dove tutto esiste nel momento esatto in cui accade.

Al Teatro Auditorium dell’Unical di Cosenza è andata in scena, diretta da Roberto Andò, una storia che viene da lontano e smaschera, con una buona dose di umorismo nero, le debolezze e le meschinità dell’essere umano, di ieri e di oggi. William Makepeace Thackeray diceva che “vi sono alcune bassezze che sono troppo basse anche per un uomo − la donna, la sola amabile donna, può arrischiarsi a commetterle”. E mi sembra che sia proprio il caso di Mira, la protagonista di questa commedia che Edoardo Erba riscrive e tinge di giallo, cucendo addosso a un’attrice, che dal grande schermo torna in mezzo alla gente, un testo che dell’originale conserva giusto dei punti di riferimento, come a ricordarci che è da lì che si parte.

La Locandiera di oggi è Laura Morante. È lei a vestire i panni della bella e seducente Mira, che già nel nome ha tutte le caratteristiche del personaggio. Ella mira, osserva, poi punta la sua preda, con quell’aria da svampita, indifesa, un po’ oca e impacciata nell’intrattenere i suoi ospiti, quel tanto che basta a convincerci che sia innocua. Siamo in un B&B, ancora in rodaggio, un vecchio casolare toscano - ereditato da alcuni parenti, gente “mesta”, dalle dubbie abitudini, di cui poco sappiamo e di cui poco è meglio sapere - che ora Mira gestisce, senza talento alcuno. O così sembra.

Ci troviamo in una sala da pranzo, una stanza con tre imponenti lampadari, una scacchiera per pavimento e un grande specchio alle spalle dei commensali, che raddoppia uno spazio che altrimenti risulterebbe angusto. L’atmosfera, infatti, è tesa fin dall’inizio: l’imbarazzo si taglia con il coltello e il mistero è servito. Ognuno fa la sua mossa.

Tutti seduti attorno a un tavolo, per quella che dovrebbe essere una cena di affari - e visibilmente a disagio per l’assenza inspiegabile di un fantomatico padrone di casa che mai vedranno - gli ospiti conversano, tra un bicchiere di vino e una fantasia di formaggi francesi che si sa “più puzzano, più son boni” in attesa che, da un momento all’altro, quella sedia vuota venga occupata. E lo sarà, ma non da chi ci si aspetterebbe. La serata non avrà l’esito che gli ospiti sperano, lo si intuisce già dalle prime battute, quasi sussurrate, tra Mira e Brizio, il suo contabile, che a metà cena sparirà per tornare come una furia nel bel mezzo della notte.

Nel secondo atto, ritroviamo tutti i personaggi che, in una specie di gioco delle tre campanelle, appaiono e scompaiono dietro un labirinto di porte a specchio che si aprono e si chiudono rendendo dinamica la scena. A cambiare, da questo punto in poi, non è solo la scenografia, ma anche l’idea che fino a qui ci eravamo fatti di Mira: da goffa e sprovveduta che era, si rivela invece furba, maliziosa e padrona di sé.

Consapevole del fascino che esercita sugli uomini che la circondano, si fa beffe di loro e ne dirige le mosse, a loro insaputa. Il gioco diventa pericoloso, Mira prende il comando della situazione e, con l’astuzia che appartiene solo alle donne dotate di un certo talento, seduce le sue vittime ribaltando inaspettatamente le sorti della storia. Come in un giallo che si rispetti, il finale non chiude un cerchio, perché la sorpresa è dietro l’angolo.