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CALABRIA. Ariola, il vangelo secondo Matteo e il ponte costruito da PP Pasolini

CALABRIA. Ariola, il vangelo secondo Matteo e il ponte costruito da PP Pasolini
pasolini    Un’opera senza bagliori, il ponte, con le due spalle, l’asfalto, i guardrail acciaccati dagli urti. È messo lì per superare un vallone, una fenditura del terreno scavata dal millenario lavorio di un fiumiciattolo che nemmeno ha dignità di fiumara. A Est, campagne brulle o vestite di un’erba bassa attendono la semina. Sullo sfondo di Ovest, il mare della Costa degli Dei. Se è calmo e se la foschia stempera i colori, si fa immaginare un’immensa distesa di fave. Se infuria, schiuma birroso sulla spiaggia dorata e granulare o abbatte sulle scogliere l’impeto di onde che rimbalzano sconfitte frantumandosi in un tripudio di spruzzi.

Siamo sulle Preserre vibonesi, comune di Gerocarne, sugli ottocento metri d’altezza. È la contrada Ariola, fino agli anni ’60 abitata da contadini, carbonai, pastori, artigiani vasai e confinata ai bordi della civiltà, che ancora non era riuscita a inerpicarsi fin lassù. L’unico sussulto di cronaca, per opera del brigante Peppe Musolino, leggendario ma non da andarci orgogliosi: in località Pietra delle Armi perpetrò la sua vendetta mortale su uno dei due fratelli Zoccali, intento al taglio di un bosco. 

Un ponte qualsiasi, e anonimo se non si fosse intrecciato con la storia di Pier Paolo Pasolini. Era il 1960, una giornata d’un inverno incazzato, con un freddo che penetrava le ossa. Pasolini stava girovagando nella Calabria più sconosciuta e più impervia per trovare luoghi dove i millenni erano scorsi immutabili e in cui girare “Il Vangelo secondo Matteo”, e volti che si confacessero alla narrazione: contadini dalle rughe profonde scolpite dalla sofferenza, le mani callose da non riuscire a stringere appieno il pugno, la camminata sbilenca e curva cui condanna la zappa. Il film uscì nel 1964. Fu un’opera controversa che subì gli strali della censura e gli costò accuse di vilipendio della religione. Tra gli interpreti, nel ruolo di Tommaso, il calabrese Rosario Megale, diventato attore sul campo. Le comparse, tutte locali. Molte le facce di Ariola, i dannati della terra, uomini e donne, di un tempo rimasto immobile, che estate e inverno calzavano la sola scorza dura della pianta dei piedi e con fattezze antiche di cui altrove s’era perso lo stampo.

Partecipò alle riprese anche Natalia Ginzburg. Le località che Pasolini scelse furono Cutro e Le Castella, nel Crotonese, con il castello aragonese che si addentra penisola nelle acque dello Ionio, lo stesso dove nel 1966 Mario Monicelli girò scene de “L’armata Brancaleone”, con Vittorio Gassman.

Pasolini giunse ad Ariola da Vibo Valentia, dando ascolto all’istinto proletario e alla passione per il mondo contadino che tanto ispirò le sue opere, vi si intersecò. Vi giunse dopo aver scoperto che in quel paesino di cinquecento anime, disperso in un’epoca distante l’intera storia e dove i forestieri che non avessero gli abiti dei cafoni e i volti piagati dalla fatica diventavano una novità su cui sgranare gli occhi e sprofondare inchini, era in atto una protesta contro il Comune che manteneva intatto il Medioevo: una mulattiera per giungervi, niente fogne, niente rete idrica, sterrata la viabilità interna, polverosa d’estate e un acquitrino fangoso dopo ogni pioggia, e l’elettricità limitata al minuscolo borgo, il buio invece per le numerose case sparse nella campagna intorno. Gli toccò percorrere un sentiero in salita ch’era poco più d’una mulattiera. Lui e la troupe a piedi, la macchina da presa a dorso d’asino.

Pasolini rimase affascinato dal lavoro dei vasai nelle anguste botteghe. Molti gli addetti a un’arte che qui ha raggiunto una nobiltà irripetibile. Lavoravano l’argilla rossa del luogo, dalle ottime qualità refrattarie, ricavando pentolame da cucina. E quella bianca, il caolino, per prodotti ornamentali e figurativi. Da un vasaio appurò che, pochi giorni prima del suo arrivo, uno dei portatori della bara di un defunto, nell’accingersi a superare il fiumiciattolo passando su una stretta e traballante passerella in tavole, dopo aver disceso il vallone e prima di risalire la scarpata dalla parte opposta e giungere al piano, aveva messo un piede in fallo e trascinato nella caduta gli altri e la bara, tra le urla e la disperazione dei parenti. Se ne impietosì. E riunì gli abitanti nel locale del centralino telefonico, un posto terribile di quei tempi, lo era ovunque nell’entroterra della Calabria, chi vi veniva convocato per parlare dentro quella stregoneria, ingannevole se rendeva vicine voci invece distanti persino il mare Oceano, giungeva di corsa e già accorato di lacrime, e in lacrime se ne andava, ché solo le cattive notizie provenienti dai parenti emigrati valevano lo spreco d’una telefonata, quelle buone potevano attendere i tempi più lunghi di una lettera. Promise che avrebbe contribuito alla spesa per la costruzione di un ponte che abbattesse la difficoltà del profondo fossato da superare. Mantenne la parola spedendo cinquantamila lire, che non erano poche. E ponte fu. Dopo, non dimenticò Ariola. E intrattenne una fitta corrispondenza con una famiglia del luogo. Peccato che l’emigrazione abbia disperso, assieme agli uomini, quelle lettere.

Vive ancora il paese, sopravvive anzi, saranno in duecento. E resistono i vasai, ce ne sono tre in attività e un quarto che segue le orme del padre. Merito anche di quel ponte. Che la prima domenica di marzo a Pasolini verrà intitolato.