Direttore: Aldo Varano    

IL RICORDO. I lampioni di Italo

IL RICORDO. I lampioni di Italo
italo    Da poco più di un anno ero tornato ad abitare al mio paese, in una casa dai muri spessi in pietra posta in un luogo romito, adatto alla concentrazione e alla meditazione, dopo anni vissuti stando al centro del palcoscenico. In verità, la mia scelta era dettata anche dalla voglia di aprire una parentesi nuova nella mia vita, impegnandomi per quella che sentivo e sento ancora come la mia terra. Avevo ricominciato a frequentare gli amici della mia infanzia e della mia adolescenza, quei pochi che non erano stati da lì sradicati dalla necessità di trovare lavoro lontano, nella “Altitalia”, o addirittura all’estero.

Continuavo a frequentare la città, per recarmi a lavoro e per stare con mia figlia. Tuttavia, ero completamente fuori dal circuito della politica cittadina, distante da qualsiasi ambiente nel quale avessi bazzicato negli ultimi 20 anni.

Arrivai a casa, in quel primo pomeriggio assolato di metà dicembre, e subito, come era mia abitudine, accesi la televisione per andare a controllare le ultime notizie sul televideo.

Ancora oggi, a distanza di quasi quindici anni, ho ben presente la sensazione di vuoto assoluto che mi assalì e che mi fece crollare sul divano, le braccia abbandonate lungo i fianchi, quando lessi la notizia: scarna, lapidaria, crudele.

“E’ morto il sindaco di Reggio Calabria, Italo Falcomatà”.

Una scopettata a sangue freddo.

Ci eravamo allontanati, dopo le elezioni del 1997, alle quali mi ero presentato solo per scrupolo di coscienza, pressato, dopo aver annunciato più volte di non volerlo fare, dai tanti che pensavano fosse necessario il contributo di tutti per continuare quell’esperienza che aveva cambiato il volto e un po’ anche la mentalità di Reggio. Dopo le elezioni, alle quali avevo ottenuto, con l’appoggio solo degli amici e dei parenti, dopo essere passato dal partito socialista al PDS, dal quale avevo subito persino la candidatura di un membro della stessa mia sezione (alla quale mi aveva fatto iscrivere proprio Italo, perché c’era anche lui), 620 voti, senza, tra l’altro, avere alcun incarico. Primo dei non eletti - per 19 voti-, questo “grazie” a una legge elettorale assurda, e che sarebbe stata rovesciata di lì a poco proprio per la sua incongruità, che puniva l’affermazione al primo turno, non assegnando il premio di maggioranza al candidato sindaco vincente. Io non avevo alcun desiderio di entrare in Consiglio, per gli stessi motivi personali che mi avevano portato a dichiarare, pubblicamente e più volte, che non mi sarei ricandidato alle elezioni del 1997. Ciò nonostante, mi ferì, e non poco, il trattamento subito durante la campagna elettorale e anche dopo, quando il sindaco, pur avendone la possibilità (l’avrebbe fatto nel 2001 per favorire l’accesso in Consiglio di altri candidati), non optò per assessori scelti tra i consiglieri eletti che, per la norma sulla incompatibilità consigliere - assessore, avrebbero fatto strada nel consesso cittadino ai primi dei non eletti.

Ma il distacco da Italo non durò per molto. Lo ammiravo, e a un certo punto avevo capito che nel suo grande disegno per Reggio ci poteva stare anche il sacrificio di un “Falcomatiano della prima ora”, di un giovanotto che, con la sua determinazione, era riuscito a creare, insieme ad altri giovani consiglieri, le condizioni per determinare la sua ascesa allo scranno più alto del Comune.

Il primo contatto, dopo tanto tempo, fu creato da Italo in occasione di un Reggina-Fiorentina, perché volle che andassi insieme a lui al nuovo stadio che aveva visto la luce per il nostro comune impegno (insieme a quello determinante dell’indimenticabile ingegnere Nino Romeo). Volle che ci andassimo insieme, a piedi, partendo da casa sua, e per l’occasione tornai a sedere alla sua tavola, dove tanto volte mi ero fermato a pranzo e a cena per parlare di politica ma anche di tante altre cose. Dopo, percorremmo fianco a fianco il viale Galilei: era il suo modo per riconoscermi il merito di quella importante realizzazione che aveva consentito alla squadra della città di disputare il campionato della massima serie. Guardammo la partita, gioendo per la papera del portiere della Fiorentina che aveva spianato la strada al primo gol della Reggina, e al termine della partita ci separammo, convinti che il riavvicinamento era cosa fatta.

Tempo dopo, quando la proprietaria di un’azienda di Lazzaro mi espresse il desiderio di accompagnare il sindaco di Reggio a visitare la sua bella realtà produttiva, lo chiamai. Lui fece trasparire la voglia di chiudere definitivamente la fase di gelo nei nostri rapporti, dicendomi che mi avrebbe chiamato di lì a qualche giorno per andarci. Così fu. E a me, che volevo andare all’appuntamento con la mia macchina direttamente alla ditta, rispose che dovevo andare con lui, con la sua auto di rappresentanza, anche perché dovevamo parlare.

Era una bella giornata di sole, come le altre delle quali scrivo in questo piccolo racconto.

Parlammo di tanti argomenti, dei progetti che aveva in mente, anche di quelli a lunga scadenza, tutti concentrati sulla città, sulla convinzione che poco a poco, tassello dopo tassello, si sarebbe riusciti a farla diventare una città normale, con i fiori, le strade pulite, le strisce pedonali, l’acqua nelle case, le abitazioni di edilizia popolare dignitose e accoglienti, le corse del trasporto pubblico puntuali.

Ci fermammo per un caffè al bar di Piazza Chiesa, nel centro di Lazzaro, e dopo gli chiesi di farmi l’onore di salire a Motta per vedere la casa dove ero andato a vivere. Mi disse che, a malincuore, non poteva farlo quella volta, perché lo richiamavano a Palazzo San Giorgio, come ogni giorno, numerosi impegni, ma che presto avremmo fatto anche quello.

La  sua malattia non ce ne diede il tempo.

Ci incontrammo un’altra volta.  Lo chiamai e lui mi chiese di andarlo a prendere per accompagnarlo a casa con la mia macchinina rossa, la stessa che usavamo, quando ero assessore, per scorazzare per le vie della città la notte per controllare il prelievo dei rifiuti dai cassonetti. Mi disse che si sentiva strano, che alcune volte dimenticava le cose da fare perché si sentiva privo di forze, ma che era convinto si trattasse di sintomi passeggeri legati allo stress da troppo lavoro. In ogni caso, aveva fatto delle analisi che avrebbe ripetuto di lì a qualche giorno.

Le cose, come la città attonita capì in seguito, stavano in maniera diversa.

Italo, il Sindaco, era malato.

Forse era solo un modo per combattere la sorte maligna, ma credo che tutti, io compreso, fossimo convinti che ne sarebbe uscito, che ce l’avrebbe fatta, che niente e nessuno avrebbe potuto mettere fuori gioco La Speranza di Reggio, la sua occasione di riscatto e di rinascita.

Nel periodo in cui era ricoverato lo chiamavo ogni tanto, ma spesso lui non era in grado di parlare, così che mi limitavo a mandargli un saluto tramite sua moglie con le lacrime che mi rigavano il viso. E anche nelle occasioni  in cui trovava la forza per rispondermi, il più delle volte non aveva in testa la città, l’amministrazione, la prospettiva e la progettualità. Credo avesse orizzonti più limitati, anche se pure dal letto dell’ospedale trovava il modo per continuare a fare in qualche modo il suo lavoro.

Un giorno gli telefonai, saranno state le 2 del pomeriggio, e mi rispose col suo tono canzonatorio: “Mallamaci, chi fai?”. La voce era ferma, e in quei venti minuti buoni di conversazione non fece altro che parlare della città, delle cose fatte e di quelle in cantiere, come se avesse improvvisamente riacquisito una visione di prospettiva, una certezza di futuro. Chiudemmo la conversazione salutandoci con la promessa che ci saremmo sentiti dopo qualche giorno. Abbassai la cornetta e, piangendo di gioia, immaginai Italo di nuovo in giro per la città a parlare con le persone, a raccogliere pareri, a controllare persino i dettagli dei lavori, e vidi Reggio che tornava a sorridere perché il “Sindaco Speranza” stava di nuovo al suo posto da condottiero, forte e determinato come prima.

Poi quel pomeriggio, quella notizia, a bruciare tutto in un momento, mentre il cielo era di un azzurro intenso e acceso che strideva con la tristezza della mia anima e dell’anima non solo di Reggio, ma dell’Italia intera.

Per molto tempo evitai di affacciarmi anche per un momento sul Corso Garibaldi. Vedere i lampioni della illuminazione pubblica mi gettava nell’angoscia, perché mi venivano in mente quelle ore passate con Italo alla sua scrivania, insieme agli altri suoi collaboratori stretti, a visionare modelli e disegni delle basi, dei pali, delle lampade, perché, diceva, quelle luci dovevano illuminare il cuore di Reggio che era come il cuore di una casa, la sua parte più bella, dove i cittadini si sarebbero ritrovati a camminare l’uno accanto all’altro, facendo comunità. In ogni lampione rivedevo un suo sorriso, una sua battuta, una sua frase in dialetto (“Ingegnere Granillu, ma l’acqua d’a funtana  ‘nziridda?” riferendosi alla fontana della via Marina che l’ingegnere aveva scelto di restaurare a sue spese), un suo gesto. E nella loro luce, paradossalmente, si spegneva la speranza di una Reggio, ancora e per sempre, bella e gentile. La Reggio di Italo.