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L’ANALISI. Renzi, D’Alema e le larghe intese Csx-Cdx (l’Inciucio)

L’ANALISI. Renzi, D’Alema e le larghe intese Csx-Cdx (l’Inciucio)
DAlema Renzi    UNO. Partiamo da un dato di fatto. Negli ultimi 25 anni (1992 2017) l’unico politico italiano ad aver promosso una rottura radicale con politiche palesi o occulte di grandi intese (governi tra forze di Csx e Cdx) è stato Matteo Renzi. Con l’aiuto di un tecnico di spessore, il professor D’Alimonte, ha elaborato e poi fatto approvare dal parlamento una legge elettorale che escludeva alla radice, con la forza della legge, la possibilità dei cosiddetti (solo in Italia) “inciuci” (copyright, D’Alema). L’Italicum stabiliva, per legge, una finalissima tra i primi due arrivati (come per i sindaci): uno, vinceva e governava; l’altro, perdeva e controllava. Per tutti gli altri, diritto di tribuna o quasi. Bersani giudicò l’Italicum di Renzi-D’Alimonte, unito alla riforma costituzionale, “un combinato disposto” pericolosissimo perché promuoveva “un uomo solo al comando”. Se un politico punta a fare “l’uomo solo al comando” non vuole inciuci né con Berlusconi né con altri. Pare sia difficile capire e riconoscere una cosa così semplice (ma questo è un altro problema).

DUE. Il ballottaggio che escludeva alleanze e/o ammucchiate tra diversi è stato bocciato dalla Consulta solo dopo il referendum sulla riforma costituzionale. Non perché anticostituzionale, secondo il falso che circola sui social, ma per conseguenza della vittoria del No al referendum che conservando il Senato, per il quale l’Italicum (con giovanile presunzione) non era stato previsto, assicurava maggioranze diverse tra Camera e Senato e impediva qualsiasi  governo. La Consulta, non a caso, ha lasciato in piedi lo strumento del ballottaggio per migliaia di sindaci italiani. E’ stato il No al referendum, quindi, a spalancare le porte a possibili governi di larghe intese (inciuci).
Legittimo sostenere che la colpa sia stata di Renzi che il referendum l’ha voluto. Altrettanto legittimo è ricordare che chi ha votato No, soprattutto i gruppi dirigenti delle aree sociali e culturali che hanno lavorato perché vincesse, sapevano che in un paese ormai tripolare, il No avrebbe con altissima probabilità imposto le larghe intese (questo giornale lo ha scritto ripetutamente prima del referendum insieme a tutti gli analisti privi di pregiudizio). Il professor Zagrebelsky, uno dei leader del No, consapevole delle conseguenze della vittoria, con onestà intellettuale ha lucidamente teorizzato le larghe intese spiegando alla Stampa di Torino: «Ora si può fare l’intesa con Berlusconi» anche perché ha precisato: «Un patto con Berlusconi non è per forza inciucio» (9 marzo 2017).
 La circostanza che giornali e analisti, spesso prestigiosi sponsor del No referendario, sostengano che Renzi voglia fare (da sempre) le larghe intese con Berlusconi e che tutta la sua strategia politica, ab initio, avrebbe inseguito quest’obiettivo, è un altro degli incomprensibili paradossi italiani. Negli ultimi 4 anni non sono mai apparse dichiarazioni di Renzi per le larghe intese. Anzi, questa possibilità è stata sempre rifiutata. Il ministro Orlando ha rivelato al Corsera (3 luglio): «Nonostante Renzi abbia detto che non ci lavora» (all’accordo con Berlusconi, ndr) serve sul punto una verifica». Orlando prende atto di quel che dice Renzi e sembra non fidarsi, anche se ne ricorda con correttezza le posizioni. Il padrino del Rosatellum Due ha insistito: «Siamo alternativi a Fi. Non è all’ordine del giorno né in programma un’alleanza con Berlusconi» (ibidem).

TRE. Ma il messaggio di Renzi al paese è diventato sempre più incomprensibile e inquietante, come quando arrivati all’estremo dello sforzo ci si abbandona al rinculo. Perché reagisce così debolmente all’accusa di voler inciuciare con Berlusconi e accetta di pagare pegno a sinistra dopo aver già pagato pegno per aver voluto l’Italicum che escludeva (per legge) inciuci? La ragione politica avrebbe voluto che Renzi puntasse a vincere col 40% del moncone Italicum. Più volte, in realtà, ha accennato a questa ipotesi (peraltro difficilissima da realizzare) se fosse fallito il varo di una nuova legge elettorale. Ma lo ha fatto con ambiguità e incertezze. Il rischio è che ancora una volta Renzi venga accusato di inseguire larghe intese e inciucio: un regalo, per gli avversari di sinistra; una delusione, per chi lo ha sostenuto contro i trasversalismi. Insomma, dopo essersi giocato la carriera su una insidiosa contrapposizione a Berlusconi con l’Italicum (uno vince e l'altro perde), ma soprattutto con l’elezione di Mattarella che rese evidente quella contrapposizione “costringendo” Berlusconi a una drastica rottura su Italicum e riforma costituzionale, cardini della strategia alternativista di Renzi, ora sembra perseguirla con sempre maggiore debolezza.

QUATTRO. Per uscire dall’ambiguità, infatti, non basta dire di voler vincere con l'Italicum o il Rosatellum Due. Serve dire in modo chiaro quali scelte verranno fatte quando e se Renzi, il Pd e i suoi alleati di centro sinistra non raggiungeranno una percentuale che assicuri una maggioranza autonoma dal Cdx (lo scenario più probabile secondo la quasi totalità degli esperti di flussi elettorali).  Un silenzio pericoloso che impedisce agli italiani di capire e li spinge all’ostilità. Eppure, Renzi ci potrebbe solo guadagnare. In nessun caso potrà (ri)fare il Capo del governo senza una maggioranza autonoma di Csx. Comunque, non potrebbe farlo con Berlusconi. Nel turbinio di paradossi italiani D’Alema ha buon gioco a ricordare che se dopo le prossime elezioni «non ci fosse alcuna maggioranza, le forze politiche che vorranno salvare la democrazia dovranno sostenere un governo che sia al di sopra delle parti» (Corsera, 27 settembre): cioè larghe intese; i famosi inciuci. E il Pd, molto da molto difficilmente potrebbe chiamarsi fuori senza sparire. Matteo Renzi al governo, quindi, non tornerà perché alle elezioni, assicurano unanimi i sondaggisti, non vincerà nessuno. Ammesso che ci riuscisse con un accordo con Berlusconi, che nessuno nel Pd ha fino ad oggi proposto, porrebbe fine alla sua carriera per rapida e definitiva consunzione di credibilità. Diversa la prospettiva se Renzi dovesse decidere (e gli venisse consentito) di fare il leader del Pd per gestire la formazione del governo e una politica capaci di “salvare la democrazia” continuando a lavorare, forte della squadra di Gentiloni, Minniti, Delrio e Franceschini, per dare al paese un futuro stabile tra forze alternative.

P.S. La teoria dell’uomo solo al comando in Italia, secondo Cacciari, è una stupidaggine. Per il filosofo veneziano “l’uomo solo al comando” senza una netta cornice nazionalista, è irrealizzabile e quindi, nei paesi dell’Ue, che hanno ceduto pezzi di sovranità, mancano i presupposti materiali per la sua affermazione. Difficile dargli torto. Del resto, se un Capo di governo deve dar conto dello 0,2 del proprio bilancio non lo può usare per accattivarsi e finanziare le pulsioni e gli interessi elettorali necessari per fare l’uomo solo al comando.