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Regioni e referendum. Quel che il Nord vuole nascondere

Regioni e referendum. Quel che il Nord vuole nascondere
REF l referendum in Lombardia e Veneto hanno sollevato nuovamente alcune problematiche che da tempo l’Italia non è stata in grado di risolvere. Il rapporto Nord-Sud e la questione dell’unità nazionale continuano, infatti, ad essere problemi strutturali per il nostro paese, dalla cui soluzione passa in maniera cruciale il futuro dell’Italia.

   L'opinione per la quale al Nord dovrebbe essere riconosciuta una maggiore autonomia nella gestione delle risorse economiche per una sorta di principio meritocratico - dal momento che il Nord Italia è la regione più produttiva - se considerata più approfonditamente appare molto problematica e potenzialmente dannosa per l'interesse del paese. Sono infatti molte le ragioni per cui all’Italia gioverebbe una maggiore coesione interna e una maggiore solidarietà fra le sue regioni, in virtù non solo di un principio di “giustizia” legato a considerazioni di natura etica e morale, ma anche e soprattutto in virtù di un principio di efficienza del sistema di produttivo, legato invece a considerazioni molto più concrete.

Come ha sostenuto Giuseppe Berta sulla rivista Pandora, nonostante la buona performance del Nord-Est, questa regione continua a non tenere il passo delle altre “Locomotive d’Europa”, come la Baviera o il Noreste in Spagna. Con la fine dell’economia mista, il declino della grande impresa e il forte rallentamento del Nord-Ovest che ne è seguito, sembrava essere sorto il cosiddetto modello “NEC” (Nord-Est-Centro), caratterizzato dalla galassia delle piccole e medie imprese a conduzione familiare, che però non è stato in grado di svolgere il ruolo di “trascinatore” dell’economia italiana nella sua interezza. 
L’autonomia di regioni come Lombardia e Veneto avrebbe quindi l’effetto di porle in competizione con altre regioni che invece mostrano performance nettamente superiori.

   Per stimolare dunque la formazione di una “locomotiva”, fondamentale per lo sviluppo del paese, sarebbe invece indispensabile un stato centrale in grado di generare, specialmente tramite investimenti pubblici, una crescita strutturale e in linea con le coordinate dell’interesse nazionale.

C’è poi un altro problema. Il Sud Italia è, e rimarrà, la chiave di volta per lo sviluppo complessivo del paese. Tale sviluppo risulterebbe seriamente pregiudicato qualora l’unità nazionale venisse radicalmente messa in discussione dalle altre regioni. Non bisogna infatti dimenticare negli anni del miracolo economico, quando l’economia mista e l’IRI avevano saputo esprimersi al meglio, gli straordinari tassi di crescita registrati erano indiscutibilmente uniti allo sviluppo industriale ed economico del Mezzogiorno, che per la prima volta nella storia repubblicana del paese recuperava parte del gap che lo separava dal Centro-Nord.

   Per Pandora stimolare lo sviluppo del Meridione è, dunque, cruciale per ridare efficienza al “sistema Italia”. Istanze autonomiste come quelle lombarde e venete potrebbero solo danneggiare la capacità dello Stato di raccogliere risorse per effettuare gli investimenti necessari al paese.

Non bisogna trascurare infine la dimensione geopolitica. Sulla base anche delle interessanti riflessioni contenute nel numero 4 del 2017 di Limes, la rivista italiana di geopolitica "A che cosa serve l'Italia", appare chiaro che ignorare il Sud o dare autonomia al Nord-Est equivarrebbe a far entrare quello che resta del Nord Italia ancora di più nella sfera d’influenza tedesca. Una vera solidarietà fra Nord e Sud rappresenterebbe un passo importantissimo per diminuire il rapporto di dipendenza che moltissime imprese manifatturiere italiane hanno nei confronti della Germania, sul cui mercato molto spesso si riforniscono o vendono i propri beni. Una vera unità nazionale è pre-condizione necessaria non solo per traghettare il paese fuori dalla crisi e riportarlo su un percorso di efficienza all’interno di una “visione” precisa, che manca da ormai molti decenni, ma anche per riequilibrare i rapporti di forza in Europa.

La questione dei “nazionalismi periferici” non riguarda infatti soltanto il tema di una diversa distribuzione delle entrate pubbliche ma anche una spinta verso la maggiore “regionalizzazione degli interessi”. Quest’ultima comporterebbe inevitabilmente il ridimensionamento dell’orizzonte geopolitico che l’Italia, in quanto soggetto politico unitario, potrebbe invece perseguire. Il ruolo di un’Italia divisa e frammentata nell’attuale scenario europeo risulterebbe nettamente rimpicciolito, così come il peso che potrebbe legittimamente esercitare nella gestione dei cruciali equilibri mediterranei.