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APPUNTIp. Il voto siciliano e le prossime politiche in Italia

APPUNTIp. Il voto siciliano e le prossime politiche in Italia
sici Le elezioni regionali siciliane sembrano essere diventate il momento della verità della politica italiana. Il M5s spera in un exploit che dovrebbe aprirgli la strada, anzi l’autostrada, per Palazzo Chigi. La destra punta a far capire all’Italia che la debolezza, cominciata con Monti che sostituisce Berlusconi, è alle spalle. Il Centro destra è pronto a riprendersi il paese e l’ex Cavaliere promette di riacciuffare i suoi voti in libera uscita momentaneamente collocati tra i 5s. La sinistra, quella di Renzi, prenderà una botta crollando chissà a quale profondità e perdendo il governo regionale. Sarà la fine del renzismo coi pretoriani pronti a rivoltarsi lasciandolo solo. L’altra sinistra, quella del Mpd di Fava, assicura che salverà l’onore e la prospettiva, e supererà il Pd dimostrando quando ampie e sconfinate sono le praterie per una “vera” sinistra di duri e puri. Giornali e talk show non hanno dubbi sul significato del 5 novembre: sarà il traino decisivo per le elezioni che si terranno (forse) tra sei mesi, ancora non si sa tra quali schieramenti e quali eserciti nemici.

E’ legittimo e credibile o le opinioni che circolano sono solo uno dei mille capitoli della campagna elettorale che dura da un anno e diventa sempre più aspra e seminata di fake news? Francamente è difficile immaginare che dal voto siciliano verranno indicazioni nazionali, a parte qualche variazione dei sondaggi subito dopo che sfumerà al primo nuovo fatto clamoroso. In ogni caso, per capire cosa accadrà in Sicilia bisognerebbe tener fermi alcuni fatti certi anziché inseguire le urla degli agit.prop dei partiti.

Vediamo meglio. Alle precedenti elezioni regionali che si svolsero nel 2012, il Pd raccolse il 13,4% dei voti mentre l’insieme del centro destra ebbe il risultato peggiore degli ultimi 26 anni: 44,6 per cento cioè più del triplo dei voti Pd. Secondo elemento: la sinistra, poi diventata Pd, a partire dal 1991 fino ad oggi (oltre un quarto di secolo) solo una volta, nel 2008, raggiunse uno stratosferico 18,7 cioè un bel po’ meno della metà della peggiore performance mai raggiunta dal centro destra (quella del 2012). Le cifre delle altre competizioni elettorali della sinistra -  le affastello a casaccio - vanno dal 10,5 del 1991 a 10,3 di dieci anni dopo nel 2001, e conoscono un’impennata del 14% nel 2006. Insomma, la sinistra siciliana, in perfetta continuità con la sua intera storia repubblicana di moderatismo spinto, quando ha conosciuto successi clamorosi ha ballato attorno al 20. Una percentuale imbarazzante rispetto al resto del paese e delle altre regioni. Bisogna risalire al 1947 per conoscere un successo più consistente delle sinistre (unite). E quel successo, secondo storici e politici come Emanuele Macaluso, innescò per ritorsione la strage di Portella della Ginestra. Da allora nell’Isola dei 61 collegi di Berlusconi contro lo zero (di tutti gli altri messi insieme) la sinistra non riuscì mai ad avvicinarsi a qualcosa che richiamasse, sia pur vagamente, l’idea di un successo elettorale, mentre il centro destra volava tra 51;  63,9; 57,2;  68,2 (nel 1991).

Com’è, allora, che Crocetta ha vinto nel 2013? Perché al 13,4 del Pd aggiunse una sua lista (6%) e riuscì ad assemblare un po’ di forse di Centro arrivando al 30%. Avrebbe comunque mangiato polvere se il 44,6 del centro destra non si fosse presentato a pezzi. Crocetta, che dopo la fine del Pci nell’89 si tuffò nella sinistra radicale, diventò deputato europeo recuperato da Franceschini e candidato da Bersani come Governatore di apertura alla società civile.

Certo, la Sicilia ha la nomea di essere un laboratorio che anticipa le svolte del paese e questo aiuta quanti sostengono che degerminerà il voto delle prossime politiche. A Palermo il centro sinistra Dc-Psi anticipò quello di Roma. Catania dopo l’ondata del ’68 e dell’autunno caldo del annunciò il rinculo a destra (regionali 1971), affermandosi come la città più nera d’Italia regalando un successo straripante al Msi di Almirante (Musumeci, classe 55, accreditato come prossimo possibile Governatore, avrebbe cominciato a far politica, quindicenne, in quei giorni). E sempre in Sicilia vi fu il cappotto di Berlusconi del 61 a zero che annunciò il trionfo Azzurro all’italiana.

Il prossimo 5 novembre annuncerà quindi l’Italia? Improbabile. La previsione realistica è che Musumeci vinca con un centro destra ricompattato (anche se senza grande entusiasmo). La sinistra di Fava tenterà di superare il Pd attaccandolo frontalmente per lanciare il messaggio che certo non può andare lontano ma può spezzare le gambe dell’altra sinistra. Il M5s rischia più di tutti gli altri perché se non dovesse vincere dimostrerebbe la sua incapacità di andare oltre una (consistente) minoranza. E’ per questo che la Grillo-Casaleggio ha spostato i 5 stelle siciliani sempre più a destra per incontrare gli umori dell’isola. Il candidato Governatore 5s è accusato di non aver mai pronunciato la parola mafia in campagna elettorale. Di Maio lo sostiene giurando che suo padre ha sempre votato Berlusconi (ma prima votava Msi) e spiega che Berlusconi ha tradito le promesse che, invece, saranno realizzate dal M5s. Insomma, garantisce che il Berlusconismo vero è il M5s. Il Pd, rassegnato a perdere, sembra preoccuparsi solo di far sapere (ma non ci riesce) che le elezioni siciliane non sono l’antipasto delle elezioni del prossimo marzo. E’ vero. Ma le opinioni, ripeteva Louis Chevalier, uno dei più grandi demografi del Novecento, sono importanti quanto i fatti e talvolta di più perché, al contrario dei fatti mettono in moto processi reali capaci di rovesciarli.