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IL DIBATTITO. Galli della Loggia, Sud-Nord: una discussione surreale

IL DIBATTITO. Galli della Loggia, Sud-Nord: una discussione surreale
divario Non si era forse mai assistito ad un dibattito cosi' strabico sul Mezzogiorno e il Nord del nostro paese come quello sviluppatosi sul finire di questo agosto. La severissima analisi sul Corriere della Sera di Ernesto Galli della Loggia sul Sud sempre più lontano dal resto dell’Italia ha visto, per contrasto, il settimanale l'Espresso aprire il giornale con un doppio editoriale del suo direttore e del suo vicedirettore, Tommaso Cerno e Marco Damilano, su un incredibile "C'era una volta il nord", sul prevalere politico cioè' del sud (?) nella nuova stagione politica.

 In realtà Galli della Loggia fotografa uno stato dell'arte del sud e sul sud per larghi tratti ineccepibile:   si percepisce - scrive - ormai una “assenza consolidata di ogni prospettiva di sviluppo” (futuro negato) aggravata da “elevatissimi tassi di disoccupazione” (sfaldamento sociale) e da un imponente “crollo demografico” (punto drammatico e sottovalutato). Va aggiunto il disastro di classi dirigenti e di ceti politici ignoranti e da “avanspettacolo”. Ancora: familismo, sistema clientelare (tra l’altro in crisi per carenza di finanziamenti e ormai incapace di stabilizzazioni sia pur negative), raccomandazioni. Tutto vero. E fa bene Galli della Loggia a negare che ciò sia dovuto non “a qualche malformazione genetica dei nostri concittadini di quelle regioni, ma a causa di una storia infelice”.

 Solo che nella ricostruzione di Galli non si capisce se lo Stato sparisce dall’Italia o soltanto dal Sud. Né si comprende, in quest’ultimo caso, il perché. E non si fa nemmeno cenno al crollo degli investimenti pubblici, caduti del 40 per cento in più nel sud rispetto al centro nord, con un milione di occupati in meno in un quindicennio (1991-2015, dati Svimez).

In realtà forse non c'e' oggi - come lucidamente ha scritto Giuseppe Galasso - una patologia del Mezzogiorno isolabile nello stato di salute complessivo dell'Italia dei nostri giorni, alle prese con i problemi economici e di riforme squadernati davanti agli occhi di tutti. E' vero che non tutto il Paese e' malato e grave come il Sud (sarebbe meglio dire parti del sud ),  ma il Mezzogiorno non e' assolutamente quell'impero del male di cui si legge un giorno si' e un altro pure. Non e', cioe' , accettabile che l’unica dimensione che gli viene riconosciuta sia questa.

 Le mafie, utilizzate come il cuore strategico e irrinunciabile di quest’apparato, sono state messe al centro di un racconto via via sempre più enfatico che ha allontanato l'attenzione dai giganteschi processi di corruzione, burocratizzazione e corporativizzazione che divorano l'intero paese . E soprattutto questo ha impedito la sconfitta, la cancellazione o la riduzione fisiologica delle mafie nella vicenda meridionale (Varano). Questo  racconto enfatico nasconde in realta' i processi degenerativi che stanno dilagando nel paese e la presenza di una diffusa domanda sociale di illegalità che spiega il perché della presa delle mafie in tutte le regioni del nord, Lombardia in testa.

Inoltre non e' più possibile sottacere o dimenticare sul piano piu' prettamente politico l'attacco devastante (sempre Galasso) allo stato unitario e al suo rapporto con il sud portato dal leghismo di Bossi al suo sorgere, in modo che non fu affatto il sud a ritrarsi ma prima il Nord  - in larghi strati della sua opinione pubblica anche più colta - e poi settori dell'intero paese Italia isolarono il sud e ne fecero una patologia non piu' risolvibile. Ecco perché disgiungere le due questioni non giova a nessuno e vale sempre, oggi piu' che mai, l'antico detto che l'Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà ma oggi si può tranquillamente concludere che il Mezzogiorno sarà quel che l'Italia sarà .