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ELEZIONI. Questione meridionale sparita. I candidati la considerano un fardello polveroso

ELEZIONI. Questione meridionale sparita. I candidati la considerano un fardello polveroso
ilfardello  Ora che la campagna elettorale è entrata nel vivo i cittadini cominciano a porsi qualche domanda di merito.
Dov’è finita la Calabria? Dov’è finito il Sud nei programmi degli schieramenti politici che il 4 marzo si contenderanno la guida del Governo del Paese?
Dalla lettura sia pure sommaria, per quello che è possibile apprendere dai resoconti della stampa, nessuna traccia dell’espressione Sud è reperibile tanto nei programmi del Centrodestra, che del PD, di Liberi e Uguali e, naturalmente, del M5S.

Fermo restando che in questi programmi si parla di tutto e si prospettano le ipotesi più fantasiose, sia sotto il profilo economico, finanziario, fiscale, occupazionale, dal reddito di cittadinanza a quello di dignità, dalla flat tax al bollo auto e alle tasse universitarie. E chi più ne ha, più ne metta. Al punto che queste proposte sembrano elaborate tra i tavolini del Bar Lume, tra un peroncino e uno spritz, piuttosto che nelle segreterie di Partiti e Movimenti nazionali, che dovrebbero rappresentare gli interessi reali dei cittadini. Si è ipotizzato che l’eventuale costo per finanziare le mirabolanti proposte contenute nei programmi elettorali ammonterebbe ad oltre 130 miliardi di euro. Miliardo più miliardo meno.

Eppure neanche gli spiccioli sembrano avere come destinazione specifica il Mezzogiorno e, quindi, la Calabria.

Viene quasi da pensare che i nostri illuminati aspiranti governanti ritengano la questione meridionale un vecchio fardello oggetto di polverosi studi da parte di romantici intellettuali di provincia. E la Calabria una fastidiosa appendice geografica, affidata alle sole cure di Magistratura e Forze dell’Ordine, che per fortuna fanno bene il loro dovere.

I calabresi parteciperanno al voto del 4 marzo non si sa in che misura. Anche se non è difficile preventivare una fuga dalle urne assai prossima al 50%. Mentre è difficile individuare motivazioni forti per portare al voto i tanti giovani calabresi disoccupati e che hanno perso ogni ragionevole speranza di trovare una occupazione. O gli anziani che lottano per il loro diritto alla salute in una regione in cui la sanità anzichè essere uno strumento di tutela di un bene primario è un oggetto del contendere di una certa politica scarsa di capacità di governo dei bisogni e strumento di occupazione pervicace del potere fine a se stesso. Dove i cittadini sono limitati nel loro diritto fondamentale alla mobilità, prigionieri delle angherie di Alitalia che impone prezzi e orari dei voli assolutamente “bestiali”, nella totale inerzia da parte di governanti e manager. Dove l’immenso e straordinario patrimonio naturale è stato saccheggiato dall’incuria e dall’incultura dei calabresi e delle classi dirigenti ( è un caso che in Calabria non sia stato riconosciuto dall’Unesco alcun bene culturale o naturale quale patrimonio dell’ Umanità, rispetto ai 53 siti italiani?). Malgrado ciò il 4 marzo la Calabria eleggerà 30 parlamentari, deputati e senatori, che a Roma dovrebbero rappresentare anche, se non esclusivamente, le istanze del territorio che li esprimerà. Appare improbabile che tutto ciò possa avvenire non solo perchè, come abbiamo visto, di Calabria non si parla in nessun punto programmatico elaborato dalle forze politiche, ma sopratutto perchè ognuno dei magnifici 30, una volta eletto, sarà incasellato in uno scacchiere molto più complicato, diventando pedine di un gioco manovrato da soggetti ed entità sovraordinate e con visioni spesso estranee ai concetti di Politica, Partiti, Democrazia.

Abbiamo agognato il ritorno, dopo anni di democrazia sospesa, con governi non espressione del voto popolare, all’esercizio del diritto fondamentale di una democrazia parlamentare. Ma stavolta si respira un’aria molto rarefatta, come se si avvertisse l’inutilità di questo voto. Non solo perchè non è detto che porti ad esprimere realmente una maggioranza di governo, ma perchè, in fondo, le aggregazioni delle forze in campo, il modo come sono state confezionate le liste e, sopratutto, i loro programmi sembrano costruiti per contendersi un gioco di ruoli, con squadre predefinite e blindate per esercitare funzioni di potere e non già di governo dei bisogni dei cittadini, del bene comune nel progresso e nella libertà.

Ma, al netto di tutto questo, proprio nella Calabria malinconica di questi tempi, sarebbe un errore ancora più grave rinunciare all’esercizio di questo diritto.