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LA NOTA POLITICA. Ma il vero scontro alle elezioni sarà tra Renzi e Grillo

LA NOTA POLITICA. Ma il vero scontro alle elezioni sarà tra Renzi e Grillo
rengri   Il quadro è questo: Grillo s’è messo a correre per prendere, se non riuscirà a vincere, più voti possibile nel febbraio del 2018. Il Pd è ancora lento e nell’insieme frenato rispetto alla situazione: continua a crogiolarsi con la speranza, al limite dell’impossibile, che succeda qualcosa che nessuno vede all’orizzonte. Centro destra e minori sembrano anni luce lontani dall’entrare in palla, quasi incapaci di capire come sarà la partita. Ma vediamo meglio.

La lettera di Grillo, un Vaffa a tutte le sinistre e a qualsiasi alleanza non ha soltanto l’obiettivo di bloccare le pulsioni aperturiste al proprio interno. Grillo guarda ai voti. E’ arrivato alla conclusione, ovvia valutando le cose come stanno in questo mo- mento, che lo scontro si giocherà tra M5s e Pd in un quadro di fortissima radicalizzazione. Partire prima, ha pensato il comico, è un vantaggio: se non vince comunque frenerà fughe del suo elettorato assicurandosi un bottino più consistente. Nel Pd, invece, su questa valutazione c’è soltanto il più stretto giro renziano.

I due punti che Grillo e Renzi hanno chiari, diversamente dagli altri, sono: 1) la legge elettorale non verrà modificata di una sola virgola rispetto ai testi della Consulta, e 2) non è vero che le due leggi di Camera e Senato sono proporzionali, come quasi tutti scrivono sui giornali, ma contengono una forte spinta maggioritaria, perché è tale un sistema elettorale che regala il 14% a chi raggiunge il 40 alla Camera ed ha una soglia dell’ 8% al Senato che provoca un forte effetto maggioritario, tanto più che i seggi del Senato verranno distribuiti regione per regione non secondo il risultato nazionale, ma quello locale.

In realtà, chi continua a dire che si voterà con il proporzionale giudica (correttamente) la straordinaria difficoltà per chiunque a raggiungere il 40 che farebbe scattare il premio di maggioranza fino al 54. E in questo caso scatterebbe un perfetto proporzionale. Ma non si tiene conto a sufficienza che in ogni caso lo scontro elettorale verrà impostato sull’obiettivo del 40% e non sarà semplice impedire in larghe fasce elettorali (di orientamento diverso) una spinta al voto utile per la vittoria. Accadde già quando Veltroni impostò la strategia del Pd maggioritario e vincente nel 2008: il Pd conquistò il massimo mai raggiunto ma anche Berlusconi fece il pieno mentre tutti gli altri vennero condannati all’irrilevanza.

Andrà così? Al momento i dati di fatto legittimano questa ipotesi. Alla Camera, attorno alla riforma elettorale si perde consapevolmente tempo. Ci sono forze che una legge nuova la vorrebbero. Ma le leggi elettorali, proprio perché prive di neutralità, non si riesce a farle a ridosso delle elezioni tranne nei casi in cui vi è una maggioranza schiacciante e coesa (andò così quando il centro destra affossò il Mattarellum per il Porcellum). Non è la situazione dell’Italia di oggi. Del resto, né Grillo né Renzi hanno intenzione di rinunciare al tentativo di vincere.

Anche le grandi manovre berlusconiane e nel centro destra avvalorano la fondatezza di queste valutazioni. Berlusconi, ma anche gli altri leader si stanno convincendo che sarà questo (con altissima probabilità) il contesto dello scontro elettorale. Ecco perché il Cavaliere (ex) è passato da una strategia che guardava a un vago accordo politico dell’universo della destra, per avere mani libere dopo il voto a favore della grande coalizione col Pd (sponsorizzata perfino da Zagrebelski), ad una accelerazione per la saldatura di tutto lo schieramento. Sa il centro destra che se non riuscirà a essere forza credibile rispetto al raggiungimento del 40% verrà cannibalizzato dallo scontro Pd-M5s.

E il Pd? Rischia di essere l’anello debole. La scissione ha indebolito la sua credibilità rispetto al 40%. Mentre l’arcipelago della sinistra radicale (con soglia del 3% alla Camera) guarda e spera ancora a ricomposizioni o aggiustamenti illusori (il premio alla coalizione anziché alla lista). Le scissioni a sinistra, in Italia, ha sempre provocato rotture insanabili. Di ricomposizioni c’è un unico precedente nella storia della Repubblica: la riunificazione tra il Psdi di Saragat e Tanassi e il Psi di Pietro Nenni e De Martino nel Psu (Partito Socialista Unificato). Fu un disastro elettorale: il Psu prese molti voti in meno rispetto ai due partiti separati e durò meno di 3 anni: dall’ottobre del 1966 al luglio del 1969 quando i due blocchi, indeboliti, si divisero nuovamente.