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L’ANALISI. Catanzaro, elezioni senza progetto in una città stremata e senza più identità

L’ANALISI. Catanzaro, elezioni senza progetto in una città stremata e senza più identità
duomo   Mancano 70 giorni alle elezioni di Catanzaro, capoluogo di regione. La città arriva all'appuntamento stremata, senza idee, quasi con fastidio. Tanta è la sfiducia e l’insofferenza verso l’amministrazione pubblica di quest’ultimo quinquennio.

Una Catanzaro irriconoscibile. Ha perso identità, fisionomia, appeal. Il centro storico è diventato un non luogo in cui si aggirano mendicanti, extracomunitari, colf filippine e bionde badanti venute dall’est. Negozi chiusi e case abbandonate, fitti ancora alle stelle e valore degli immobili crollato del 300% negli ultimi dieci anni. Crolla perfino il tetto di un altare del Duomo, come sotto le bombe nell’agosto del ’43.

Di pomeriggio, durante questo periodo di incerta primavera, sotto il soffio del vento gelido e pungente il corso abbandonato sembra uno scenario di carta pesta da spaghetti western, mentre si aggirano minacciosi solo i vigili urbani, novelli sceriffi a caccia di automobilisti inermi e fuori legge. L’avvento della cittadella regionale a Germaneto ha segnato il definitivo passaggio di un’epoca, quella della allegra rendita immobiliare, dando un colpo mortale alla vecchia idea di città degli uffici e della carta bollata. Un territorio sempre disarticolato in nuclei diversi e contrapposti con periferie, specie a sud, condannate al degrado e al predominio della criminalità che ha in subappalto lo smercio della droga.

E’ cresciuto in maniera esponenziale il quartiere Lido, dove hanno scelto di vivere giovani studenti e professori universitari, proliferando bar e pub, ristoranti e pizzerie, senza limiti e controlli, dove non esistono vigili urbani, strisce blu e carro attrezzi e la speculazione edilizia ha raggiunto livelli mai immaginati, minacciando con ardite lottizzazioni perfino il grande polmone verde di Giovino e tutte le aree di rispetto del nuovo porto. A Catanzaro Lido si è esercitata e scontrata con la massima violenza l’egemonia dei gruppi di potere, cresciuti sulla speculazione edilizia e che hanno alimentato le maggioranze di governo cittadino, complice l’incapacità dell’opposizione di esercitare con rigore il ruolo di controllo e di vigilanza, limitandosi a pure espressioni di dissenso, quasi sempre prive di effetti.

Ed è proprio questa tiepidezza della opposizione che ha impedito di far emergere una vera e propria leadership insieme alternativa e credibile ad Abramo, mentre il sentire profondo della gente si alimentava di sfiducia e di delusione. L’incapacità della politica di cogliere questo sentimento largamente maggioritario e diffuso ha creato una situazione paranoica in cui Tallini, che è il vero detentore del consenso su cui si è poggiata la gestione personalistica del Sindaco, pur con maggioranze variabili e consiglieri ballerini, è costretto ad accettare una ricandidatura politicamente inaffidabile, con la prospettiva di vedere accentuati i contrasti, considerando che Abramo non avrebbe più il condizionamento di un’ulteriore ricandidatura e quindi del sostegno del maggiore azionista della sua holding.

Al centro il senatore Piero Aiello, assieme al fido Baldo Esposito, sembra un personaggio scespiriano al centro di un angoscioso dubbio amletico, che rischia di fargli perdere quell’enorme vantaggio di credibilità, che lo aveva collocato in posizione strategica per guidare la vasta area alternativa ad Abramo. L’intreccio tra vicende locali e asset nazionali, con conseguenze sulle future candidature alle elezioni politiche, hanno leggermente offuscato l’azione del senatore alfaniano, facendogli perdere il ruolo di maggiore interlocutore con il Pd e con tutti i gruppi e i movimenti che, sia pure in ordine sparso, si stanno compattando intorno alla candidatura dell’on. Ciconte e aprendogli la strada di un melanconico ritorno nella casa madre berlusconiana.

Lo stesso Pd non arriva all’appuntamento elettorale sull’onda dell’entusiasmo o con i tamburi della grande armata. I nodi stanno arrivando al pettine. Le contraddizioni di un partito dalle anime diverse e dai volti non sempre identificabili con una politica, che sconta le lacerazioni del referendum, ma anche la debolezza di una guida politica regionale balbettante e l’enigmatica conduzione del governo regionale, che, visto da Catanzaro, appare sempre più lontano e avviluppato in una logica cosentina, inadatta a disegnare gerarchie di bisogni e di valori condivisi e che ha già consumato buona parte del cammino, deludendo aspettative e ritardando soluzioni ai problemi.

La candidatura di Ciconte colma sicuramente un vuoto di progetto politico da parte del Pd, angustiato tra voglia di riprodurre il sogno svanito della primavera di Salvatore Scalzo e protagonismo autentico di una forza capace di trasformare la protesta in governo della città. Della prima istanza si fa portatore Nicola Fiorita, figlio d’arte, di cui però vanno attutendosi gli entusiasmi giovanilistici e movimentistici nell’impatto con un programma strutturato e radicato come quello messo in moto da Enzo Ciconte.

Difficile come mai fare pronostici. La città, in tutte le sue istanze più vere e meno condizionate dai mille piccoli e asfissianti tentacoli del palazzo, avrebbe una grande voglia di cambiamento, di voltare definitivamente pagina e sostituire i vecchi teatranti. Ma si sa che la campagna elettorale, con tutto il suo potenziale esplosivo di condizionamenti, di scambi e di aggiustamenti, può sempre riservare sorprese o inaspettate riconferme. Anche se gli assetti del vecchio blocco di potere, costruito negli anni sul sostegno delle grandi famiglie imprenditoriali, si è abbastanza decomposto ed è alla ricerca di nuovi equilibri e interscambi tra livelli locali, regionali e di enti compartecipati.

Non desterebbe sorpresa se nell’agone elettorale dovesse entrare, con mano pesante, un altro protagonista istituzionale, che da palazzo di giustizia ha da tempo fatto il focus e aperto fascicoli su tanti aspetti opachi della gestione della vita pubblica. A questo punto molte certezze potrebbero vacillare e, forse, i catanzaresi potrebbero ritrovare il piacere di respirare l’aria fresca del voto libero e democratico.