Un anno dopo, l’omicidio, il presunto assassino di Nicodemo Aloe ha un nome e un volto. Si tratta di Cataldo De Luca, 32enne, nullafacente, pregiudicato di Cirò Marina, ammanettato dai carabinieri di Crotone con l’accusa di aver ucciso Aloe il 24 maggio scorso, dopo una lite in un bar per futili motivi. A tradire De Luca è stata una traccia di polvere da sparo ritrovata sul casco che indossava al momento dell’omicidio.
Aloe venne ucciso qualche ora dopo la mezzanotte, davanti a casa sua, in via Pacinotti a Cirò Marina, con otto colpi di una calibro 45 che non gli hanno lasciato scampo. Il suo killer ha agito a volto coperto, per poi dileguarsi coperto dal buio a bordo di uno scooter di grossa cilindrata. Aloe, che aveva precedenti per maltrattamenti in famiglia, droga e resistenza a pubblico ufficiale, viveva da solo dopo essersi separato da quasi un anno dalla moglie. Si trovava in casa propria, un garage allestito ad abitazione sotto casa della ex, probabilmente a guardare la televisione, quando il suo killer lo ha chiamato fuori casa, per poi scaricargli addosso quegli otto colpi di pistola. Sono cinque i proiettili andati a segno, colpendolo in varie parti del corpo e lasciandolo senza vita in una pozza di sangue.
A trovare il suo corpo riverso sull’asfalto è stato il fratello, titolare di un bar a circa trenta metri dal luogo dell’omicidio. L’uomo, udendo i colpi di pistola, si è precipitato fuori dal suo locale per capire cosa fosse successo, trovando così il cadavere del fratello. È stato lui a chiamare i carabinieri, che sono subito giunti sul posto per fare i primi rilievi e avviare le indagini. Gli inquirenti, diretti dal maggiore Fabio Falco della compagnia dei carabinieri di Cirò Marina, hanno avviato da subito indagini su diversi fronti, escludendo sin da subito la pista della criminalità organizzata: nonostante il metodo d’esecuzione, infatti, l’unico legame della vittima con la ‘ndrangheta era l’omonimia con un vecchio boss.
Le indagini, dunque, si sono orientate sin da subito sulla sfera privata. I militari, subito dopo l’omicidio, hanno sentito per ore familiari e amici per comprendere se la vittima avesse avuto o meno contrasti con qualcuno negli ultimi tempi.
Sul fatto di sangue era intervenuto subito il primo cittadino Roberto Siciliani, che ha condannato con forza l’omicidio, «un atto barbaro, che denota inciviltà e dissennatezza, qualunque sia la matrice», ha sostenuto. «Mi faccio interprete – ha aggiunto – anche del pensiero della stragrande maggioranza della cittadinanza, che è sana e rispettosa della vita, della persona umana e dei valori umani. Nessun uomo ha il diritto di uccidere un proprio simile, per nessun movente. Rivolgo un appello ai genitori, alle scuole, alla chiesa, alle associazioni, a tutta la società civile, perché se ne parli e si condannino la violenza e l’omicidio». (simu)