In Calabria il 69% delle famiglie bisognose rinuncia a curarsi

In Calabria il 69% delle famiglie bisognose rinuncia a curarsi
sanità Un cittadino calabrese intervistato poche settimane fa da un’emittente televisiva nazionale, attribuisce ad un motivo molto poco nobile la carente assistenza sanitaria che rasenta la negazione di un diritto costituzionale: non garantendo le cure intenzionalmente, lo Stato potrà smettere di pagare le pensioni.

Secondo i dati del 49° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2015, tra il 2010 e il 2014 la spesa sanitaria pubblica si è ridotta a 110,3 miliardi. Di contro, dal 2007 al 2014 la spesa sanitaria privata delle famiglie è passata da 29,6 a oltre 33 miliardi, raggiungendo il 22,8% della spesa sanitaria totale, ma il dato è in crescita.

Per il 42,7% dei cittadini italiani la sanità pubblica sta peggiorando (il 64% al sud), ed il 55,5% considera inadeguato il Servizio Sanitario regionale (l'82,8% nel Mezzogiorno). La scelta di pagare di tasca propria almeno una volta negli ultimi due anni le prestazioni nel privato (il 73% delle famiglie) è motivato dagli inaccettabili tempi di attesa nel pubblico. Inoltre, l’accesso ai farmaci innovativi ed alle prestazioni di procreazione medico assistita varia da regione a regione e il rispetto degli standard ministeriali sui punti nascita è disomogeneo. 

Il dato forse più drammatico anche perché in continuo aumento, è che chi non ha la possibilità economica di far fronte alle spese sanitarie rinuncia a curarsi (il 46% delle famiglie italiane, un cittadino su 10) oppure si indebita (13%). La percentuale di famiglie, tra quelle con reddito inferiore a 1.550 euro al mese, che rinuncia alle cure necessarie sale al 61%. In Calabria, è il 69%, seconda regione d’Italia dopo la Campania.

Il Fondo nazionale per le politiche sociali conferma il progressivo ridimensionamento dell'impegno pubblico, nonostante il parziale recupero degli ultimi tre anni: da 1.565 milioni di euro nel 2007 si è passati a 43,7 milioni nel 2012 ed a 400 milioni nel 2015 (meno 74,4% nell'intero periodo). Simile andamento per il Fondo per la non autosufficienza che nel 2011-2012 non è stato neanche finanziato, per poi ammontare a soli 400 milioni di euro nel 2015, di cui390 mln sono destinati alle Regioni e 10 mln al Ministero del Lavoro.

Sono 3.167.000 (il 5,5% della popolazione) i non autosufficienti in Italia, e tra questi, le persone in stato di confinamento, ossia costrette a letto, su una sedia o comunque in casa per impedimenti fisici o psichici, sono 1.436.000. Il modello tipicamente italiano in cui la famiglia si fa carico della spesa per le loro necessità, e di un mercato privato di assistenza in cui l'offerta è garantita per la gran parte da lavoratrici straniere, oggi fa fatica a stare in piedi. Il 50,2% delle famiglie con una persona non autosufficiente a carico (contro il 38,7% del totale delle famiglie) ha ormai scarse disponibilità; per far fronte al costo dell'assistenza privata, 910.000 famiglie italiane si sono dovute tassare e 561.000 hanno utilizzato tutti i propri risparmi e/o dovuto vendere la casa e/o ricorrere a prestiti con conseguente indebitamento.

Nel frattempo, ci sono regioni che si sono date da fare come l’Emilia-Romagna, che nel 2007 ha costituito il Fondo regionale per la non autosufficienza, probabilmente un caso unico in Italia, viste le risorse impiegate e la rete di servizi attivati. Negli ultimi anni la Regione Emilia-Romagna ha stanziato oltre 120 mln di risorse proprie aggiuntive l’anno e considerando anche le risorse del Fondo sanitario nazionale, in 9 anni il totale destinato alla non autosufficienza è stato di oltre 3,8 mld di euro, superando di molto il totale del Fondo nazionale.

Pensare che il sistema del welfare intralci i Paesi industrializzati nella competizione globale e che vada necessariamente ridimensionato, esprime una visione regressiva e antistorica, oltre che un controsenso. Che senso ha stare al passo generando arretramento, disparità sociale, sottosviluppo? Non si può accettare che un Paese scarichi (anche) sul welfare le responsabilità della mancata crescita e del debito, a scapito dell’unico valore su cui puntare davvero: il capitale umano.