IL REPORTAGE. Tra i neri della tendopoli dove non c’è più Triore

IL REPORTAGE. Tra i neri della tendopoli dove non c’è più Triore
SFtende    Gli oleandri si alzano compatti come una muraglia protettiva, ultimo confine della civiltà dove c'è tutto: acqua, luce e videosorveglianza. Al di là si estende la spianata che ospita il campo profughi: un silenzio di sabbia e terra, una distesa di tende spesso rattoppate alla meno peggio. Il silenzio è denso. Se cade uno spillo si sente il rumore. E' venerdì. Il sole è pronto per tramontare e i suoi raggi illuminano il blu e verde delle tende tentativo disperato di farle più armoniose.

Sono in cinquecento, al momento, gli abitanti della tendopoli di San Ferdinando nella piana di Gioia Tauro. Fino gennaio o forse anche febbraio erano in mille, forse più. Ma molti sono andati via quando la stagione della raccolta delle ulive è terminata. «Siamo rimasti quelli che abbiamo il padrone che ha bisogno di noi anche in estate», dice con orgoglio un giovane africano. E’ l’ora che tornano dopo la fatica nei campi. In sella alle loro bici guardano con diffidenza. Sorridono anche, nonostante fretta di tornare a “casa”, nella tendopoli, per riposarsi un po' «anche se da mercoledì non è tutto uguale come prima. Lo hai saputo». E già.

Sono trascorse poco più di 48 ore da quando sul campo profughi di San Ferdinando si sono accesi nuovamente le luci dei riflettori. Nessuna rivolta questa volta «un fratello è stato ucciso», ricorda il 24 enne Mussà. A sparare è stato un servitore dello Stato, un carabiniere, intervenuto con altri per calmare il giovane maliano Sekine Triore di 27 anni. Mercoledì Triore, lo conferma anche Mussà, era «strano» già appena sveglio e nella tenda con quel coltello in mano forse voleva solo far paura però con le pietre e la tagliente arma colpiva davvero chi gli veniva davanti. Prima i suoi compagni poi i carabinieri e poliziotti hanno tentato di calmarlo. Ma niente.

Trione era agitato. Dicono fosse in uno stato di totale confusione. Con la lama che teneva in mano ha colpito, di striscio, il militare che per proteggersi ha sparato. Voleva colpire alle gambe ma l’ha colpito all'addome. Il 27 enne è morto in ospedale. «In sette carabinieri contro uno», giura ancora un amico del maliano. «Carabiniere razzista», dice un altro. Ma con poca convinzione perché nel campo ora c’è qualcuno che lo dice che è la rabbia a farli parlare così: «Però mai carabinieri avevano fatto i razzisti con noi» anzi a volte «ci hanno aiutato» racconta Mussa dalla sella della sua bici. E' successo quel che non doveva tra braccianti sfruttati e carabinieri servitori dello Stato. Adesso però sono uniti nella preghiera. Chi lo chiama Allah, chi Dio, ma ognuno dei protagonisti di questa tragica storia prega per l'anima di Triore, che ha sbagliato sì ma di certo nessuno avrebbe voluto che perdesse la vita.

«Vivere qua è difficile, ormai siamo abituati però è dura». Sopravvivono più che vivere. L'Italia che li ospita li ha “buttati” e dimenticati in un campo nella zona industriale della piana di Gioia Tauro. Invisibili per le istituzioni ma non per i cittadini di San Ferdinando o Rosarno o ancora Gioia Tauro, dove la gente è compatta nel sostenere che se «devono restare qua, il campo deve avere almeno il minimo indispensabile dei requisiti igienici e sanitari. Non è umano lasciarli in quel modo».  Al freddo dell'inverno. D’estate ad arrostire all'interno di teloni. Pare non ci sia una fontana e neppure una vera panchina per sedersi all'ombra dopo una giornata di fatica.

Alla tendopoli intanto l'atmosfera è come si sente raccontare in tv. E' il tardo pomeriggio del fine settimana e la situazione è calma. Nessun schieramento di divise e mezzi. Il controllo c'è ma discreto e rispettoso. Mentre loro, gli accampati, guardano timorosi e con sospetto chiunque si avvicini alla tendopoli. C’è stanchezza per la giornata di lavoro ma anche per la pressione mediatica che si è abbattuta sul loro accampamento. «Vogliamo tornare come prima di mercoledì: lavoro e tendopoli, senza telecamere e fotografi, senza essere giudicati. Perché nessuno ci conosce veramente. Sa le nostre storie, i sogni e le speranze. Che ne sapete delle lacrime che scorrono la sera quando ci sdraiamo pensando chi abbiamo lasciato a casa. O ai sorrisi – racconta un trentenne dagli occhi grandi – di quando pensiamo che tutti questi sacrifici, a volte maltrattamenti, valgono un futuro migliore per chi abbiamo lasciato nei nostri paesi».
L'uomo nero, a vederlo da vicino, non fa poi così paura come in alcuni racconti di questi tempi.