Sbaragliata la rete che ha reso possibili le latitanze di Crea, Ferraro e Cilona

Sbaragliata la rete che ha reso possibili le latitanze di Crea, Ferraro e Cilona
Conferenza

Ostriche, ricetrasmittenti e armi. Giuseppe Crea e Giuseppe Ferraro, nel loro covo di Maropati, avevano tutto quanto il necessario per continuare a dettare regole e vivere una vita di agi. Pur se nascosti da diversi lustri, tra la vegetazione, senza una vita degna di definirsi tale. E però avevano al loro servizio una squadra di persone, pronte ad assicurare tutto il necessario. Cibo pregiato, comunicazione con i parenti, eventuali spostamenti. È su di loro che oggi si è stretta la morsa del servizio centrale operativo della Polizia di Stato e della squadra mobile di Reggio Calabria, che ha colpito la rete dei fiancheggiatori, destinatari a vario titolo di un fermo della Dda di Reggio Calabria per associazione mafiosa, favoreggiamento personale e procurata inosservanza della pena. Si tratta di Scutellà Achille Rocco (1988), Facchineri Domenico (1992), Facchineri Luigi (1994), Morfea Elio Arcangelo (1995), Cutrì Antonio (1987), Trimboli Giuseppe (1961), Garzo Pietro (1976), Garzo Annunziato (1983), Rosace Vincenzo (1983), Melito Pietro (1989), Vitalone Pasquale (1990), mentre si sono sottratti alla cattura Crea Francesco (1962), Crea Mario Luciano (1989) e Facchineri Girolamo (1966), tre nomi pesanti che ora sono attivamente ricercati.

LE INDAGINI – I poliziotti hanno atteso a lungo e ricostruito i movimenti dei complici nei minini dettagli. Li hanno osservati grazie alle immagini catturate dalle telecamere installate sulla strada che da San Procopio, Sinopoli, Gioia Tauro e Rosarno conduce a Maropati, nel punto esatto dove i due latitanti sono stati acciuffati poco meno di sei mesi fa. Gli uomini in divisa hanno analizzato ogni passo mosso dagli uomini al servizio dei due boss, come Achille Scutellà, nipote di Giuseppe Crea, figlio della cognata, e ritenuto tra i principali responsabili della gestione di quella latitanza dorata. Era lui «l’allievo», intercettato via radio dalla polizia, perché è così che comunicavano con il mondo esterno i due latitanti: non cellulari sofisticati e di ultima generazione, bensì attraverso frequenze radio Vhf, libere in etere. Ma non sono bastati gli accorgimenti presi dai fiancheggiatori di “Alberto” e “Ciccio”, come venivano chiamati dai loro parenti, a depistare gli inquirenti. Tramite quelle conversazioni, infatti, è stato possibile capire le abitudini dei boss e l’organizzazione degli appuntamenti con familiari e altre persone. Fra gli arrestati dell'operazione "Spazio di Libertà" c’è anche Francesco Antonio Crea, colui che si adoperava per conto della cosca Crea a disinnescare i dispositivi d'intercettazione ambientale. Svolgeva il suo compito accuratamente, utilizzando disturbatori di frequenze e bonificando le auto. Per non essere individuato spegneva i cellulari e si appartava in campagna per comunicare via radio, lontano da occhi indiscreti.

IL BLITZ DI GENNAIO -  Ferraro e Crea vennero acciuffati due anni dopo il primo tentativo, nel 2014, quando gli inquirenti non riuscirono a beccarli solo per un soffio. Crea aveva fatto perdere le proprie tracce da oltre dieci anni, Ferraro, invece, si nascondeva da diciotto. Ma la polizia è arrivata fino a lì, in un bunker nascosto dentro un costone di roccia ad Agro di Maropati. I due erano armati fino ai denti: nel loro rifugio, infatti, sono state trovati otto pistole, tre armi lunghe e un kalashnikov. Nel bunker i circa 50 uomini che hanno fatto irruzione prima che spuntasse l’alba del 29 gennaio ci hanno trovato anche una cucina attrezzata, un frigorifero, una doccia con acqua calda e provviste. Per gli inquirenti Crea è al vertice dell'omonimo clan di Rizziconi, mentre Ferraro, boss di Oppido Mamertina, condannato definitivamente all’ergastolo per un duplice omicidio, è sfuggito alla faida che dagli anni ‘80 vede il suo clan in guerra con i Mazzagatti-Polimeni-Bonarrigo.

LA LATITANZA DI CILONA – L’operazione “Spazio Libero” – coordinata dal sostituto procuratore Luca Miceli - ha però contribuito a portare al fermo di Annunziato Garzo, considerato il fiancheggiatore della latitanza di Antonio Cilona, per la Dda reggina affiliato ai Santaiti di Seminara. Secondo le indagini, Garzo lo avrebbe aiutato a sfuggire all’arresto il 27 luglio 2015, quando fu emessa un’ordinanza di custodia cautelare in carcere col suo nome nell’ambito dell’operazione “Cosa Mia”. Garzo avrebbe aiutato Cilona a scappare alla giustizia, assicurandogli i beni di prima necessità. Anche per lui, però, le manette sono arrivate a gennaio scorso, in un villaggio turistico a Parghelia (Vv). Sulla sua testa pendeva una condanna all'ergastolo per l'omicidio di Carmelo Ditto, pregiudicato ucciso in un agguato a Seminara il 20 settembre 2006, nell'ambito della faida tra i Gallico ed i Santaiti.