
Torna in libertà l’ex sindaco di Rende Sandro Principe, coinvolto a marzo scorso nell’operazione “Sistema Rende”. Il tribunale del Riesame di Catanzaro ha accolto l’appello proposto dai difensori del politico, Marco Amantea e Franco Sammarco, che si erano opposti alla decisione con la quale il tribunale della libertà aveva confermato i domiciliari per Principe. I legali hanno discusso lo scorso 7 luglio, sottolineando «l’insussistenza dell’esigenza cautelare», spiega Amantea. Il tribunale del Riesame ha dunque accolto il ricorso, non riscontrando alcun pericolo «di reiterazione del reato». Il tribunale della libertà, nelle scorse settimane, aveva revocato i domiciliari per Pietro Ruffolo, Giuseppe Gagliardi, Umberto Bernaudo e Rosario Mirabelli, gli altri politici coinvolti nell’operazione della Dda di Catanzaro, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa e di aver ricevuto il sostegno elettorale del clan Lanzino-Ruà. Principe, invece, era rimasto ai domiciliari, con motivazioni che ricalcavano quanto evidenziato nelle 100 pagine firmate dal gip Carlo Saverio Ferraro. In quelle carte, viene descritto un vero e proprio “sistema”, secondo l’accusa messo in piedi proprio dall’ex sindaco, unico “capo” dello stesso. Senza Sandro Principe nel Municipio di Rende non si muoveva foglia, dicono tra le righe Pierpaolo Bruni e Vincenzo Luberto, i magistrati della Dda catanzarese che hanno coordinato le indagini e che lo mettono al centro di qualsiasi iniziativa elettorale. Che fosse o meno lui il candidato da aiutare, per la Dda era Principe a gestire i giochi politici rivolgendosi agli uomini del clan per raccogliere voti. E il clan, da parte sua, avrebbe fatto quanto richiesto, in cambio di assunzioni clientelari, agevolazioni e aiuti per attività commerciali. Che fosse o non fosse il sindaco, senza la sua autorizzazione, scrive il gip, «nulla poteva essere deciso nell’ambito dell’amministrazione comunale di Rende». Ma nelle maglie della Dda non si incastra solo Principe. Anche Umberto Bernaudo e Pietro Paolo Ruffolo, candidati al Consiglio provinciale di Cosenza nel 2009 nella coalizione facente capo a Principe, all’epoca rispettivamente sindaco e assessore di Rende, avrebbero ottenuto, secondo gli inquirenti, la promessa e il conseguente impegno elettorale da parte del clan, che per loro conto avrebbe procacciato voti. A impegnarsi, oltre ad Adolfo D’Ambrosio, ci sarebbero stati anche Michele Di Puppo, Francesco Patitucci e Umberto Di Puppo. E la cosca, intanto, ingrassava grazie a «condotte procedimentali amministrative di favore contrarie ai doveri d’ufficio».
Torna in libertà l’ex sindaco di Rende Sandro Principe, coinvolto a marzo scorso nell’operazione “Sistema Rende”. Il tribunale del Riesame di Catanzaro ha accolto l’appello proposto dai difensori del politico, Marco Amantea e Franco Sammarco, che si erano opposti alla decisione con la quale il tribunale della libertà aveva confermato i domiciliari per Principe. I legali hanno discusso lo scorso 7 luglio, sottolineando «l’insussistenza dell’esigenza cautelare», spiega Amantea. Il tribunale del Riesame ha dunque accolto il ricorso, non riscontrando alcun pericolo «di reiterazione del reato». Il tribunale della libertà, nelle scorse settimane, aveva revocato i domiciliari per Pietro Ruffolo, Giuseppe Gagliardi, Umberto Bernaudo e Rosario Mirabelli, gli altri politici coinvolti nell’operazione della Dda di Catanzaro, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa e di aver ricevuto il sostegno elettorale del clan Lanzino-Ruà. Principe, invece, era rimasto ai domiciliari, con motivazioni che ricalcavano quanto evidenziato nelle 100 pagine firmate dal gip Carlo Saverio Ferraro. In quelle carte, viene descritto un vero e proprio “sistema”, secondo l’accusa messo in piedi proprio dall’ex sindaco, unico “capo” dello stesso. Senza Sandro Principe nel Municipio di Rende non si muoveva foglia, dicono tra le righe Pierpaolo Bruni e Vincenzo Luberto, i magistrati della Dda catanzarese che hanno coordinato le indagini e che lo mettono al centro di qualsiasi iniziativa elettorale. Che fosse o meno lui il candidato da aiutare, per la Dda era Principe a gestire i giochi politici rivolgendosi agli uomini del clan per raccogliere voti. E il clan, da parte sua, avrebbe fatto quanto richiesto, in cambio di assunzioni clientelari, agevolazioni e aiuti per attività commerciali. Che fosse o non fosse il sindaco, senza la sua autorizzazione, scrive il gip, «nulla poteva essere deciso nell’ambito dell’amministrazione comunale di Rende». Ma nelle maglie della Dda non si incastra solo Principe. Anche Umberto Bernaudo e Pietro Paolo Ruffolo, candidati al Consiglio provinciale di Cosenza nel 2009 nella coalizione facente capo a Principe, all’epoca rispettivamente sindaco e assessore di Rende, avrebbero ottenuto, secondo gli inquirenti, la promessa e il conseguente impegno elettorale da parte del clan, che per loro conto avrebbe procacciato voti. A impegnarsi, oltre ad Adolfo D’Ambrosio, ci sarebbero stati anche Michele Di Puppo, Francesco Patitucci e Umberto Di Puppo. E la cosca, intanto, ingrassava grazie a «condotte procedimentali amministrative di favore contrarie ai doveri d’ufficio».