Sostenuto dai De Stefano da almeno 13 anni. Il ritratto che la Dda fa del senatore Antonio Caridi è impietoso: la sua carriera politica, sin dalla prima candidatura, quella alle comunali del 1997, sarebbe stata costella sempre dall’appoggio della potente cosca reggina, sino alle elezioni regionali del 2010. Il gip Domenico Santoro, nel delineare gli elementi a carico di Caridi è chiaro e lineare: sono stati diversi i casati mafiosi che lo hanno aiutato nella scalata politica verso il Senato, mentre lui, dal canto suo, ricambiava con posti di lavoro e contributi il suo gigantesco bacino di elettori. Nelle oltre 2000 pagine che scoprono il mondo degli “invisibili”, l’elenco degli episodi è lungo e dettagliato. Tanto che è proprio la figura del senatore quella che più contribuisce a delineare il quadro dell’indagine che ha confermato l’esistenza della cupola grigia. Caridi, si legge nelle carte, si era fatto aiutare anche dalle cosche Crucitti e Audino alle elezioni regionali del 2005 e tramite l’intercessione dei soggetti di vertice della cosca De Stefano era riuscito a farsi dare una mano anche dalle cosche Tegano, Libri, Borghetto-Zindato, Nucera, Caridi, Pelle, Maviglia, Morabito e Iamonte. Dallo Jonio al Tirreno, è riuscito ad avere a che fare quasi con tutti. Anche con il genero del boss Giuseppe Morabito, alias “u Tiradrittu”, ovvero Giuseppe Pansera, in occasione delle elezioni regionali del 2000.
Le cosche di ‘ndrangheta erano per lui, secondo gli elementi raccolti dal pm Giuseppe Lombardo, un punto d’appoggio per le competizioni elettorali. I nomi elencati sono tantissimi: «beneficiava, sfruttando le relazioni privilegiate con Chirico Francesco ed il suo circuito relazionale, di un ingente pacchetto di voti gestito dalle famiglie originarie di Africo e residenti nella zona di Archi di Reggio Calabria». Caridi, una volta eletto, «a seguito di consultazioni elettorali condizionate dalle pressanti ingerenze mafiose», avrebbe operato «in modo stabile, continuativo e consapevole a favore del predetto sistema criminale di tipo mafioso». Caridi «agevola» la ‘ndrangheta, scrive il gip, «mediante l’uso deviato del proprio ruolo pubblico», sfruttando tutte le cariche rivestite, dal Consiglio comunale al Senato.
La sua presenza nei gangli amministrativi del paese è anzi interpretato come un pretesto per rafforzare la ‘ndrangheta, piegando le funzioni ricoperte «verso interessi di parte in grado di provocare vantaggi ed utilità personali, professionali e patrimoniali». Secondo l’accusa, era sempre Caridi a far confluire ingenti risorse pubbliche su imprenditori appartenenti al sistema criminale, avvalendosi anche di assunzioni pilotate: sfruttando il proprio incarico di assessore all’ambiente nel Comune di Reggio Calabria, dal 2002 al 2007 e poi fino al 2010, avrebbe infatti utilizzato le società miste – Multiservizi, Leonia, Fata Morgana, Recasi e Reges – come un ufficio di collocamento, individuando figure dirigenziali ed operative appartenenti alle ‘ndrine locali. Ad essere assunti erano così soggetti ritenuti vicini alle cosche, riuscendo a piazzare qualcuno anche all’interno dell’azienda ospedaliera Bianchi-Melacrino-Morelli.
Ma non solo: attraverso le cosche di riferimento, il senatore avrebbe imposto ai dirigenti delle Ferrovie dello Stato l’aumento del volume di lavoro della ditta Ferroser, «al fine di consentire alla cosca Tegano di accrescere l’importo della somma di denaro imposta mensilmente a titolo di tangente». Di mezzo ci passa anche il boss Giuseppe Pelle, al quale si sarebbe rivolto per chiedere sostegno elettorale, promettendo, in cambio, la canalizzazione dei fondi del settore agricolo a favore degli appartenenti alla cosca, sfruttando il suo ruolo di assessore regionale alle attività produttive all’interno della giunta Scopelliti, «previa predisposizione di procedure pilotate e caratterizzate da false attestazioni da strumentalizzare al predetto fine». È in questo modo che il senatore è riuscito a crearsi un «enorme bacino di voti», composto tanto dai soggetti direttamente ed indirettamente beneficiati dai rapporti di lavoro subordinato che dagli appartenenti alla ‘ndrangheta, «strumento attraverso cui condizionare, impedire od ostacolare il libero esercizio del voto, che veniva canalizzato, nel rispetto di una evidente ciclicità criminosa, a favore delle componenti politiche, operanti in ambito locale e nazionale, di volta in volta ritenute funzionali al perfezionamento del programma criminoso».
LE PAROLE DEI PENTITI – Roberto Moio non usa mezze parole parlando di lui: Antonio Caridi è «affiliato alla cosca De Stefano». Lo dice nel corso dell’interrogatorio del 9 novembre 2010, indicandolo come un sodale di lungo corso della cosca che, «lo aveva sostenuto in ogni competizione elettorale, sin dalla prima volta che si era candidato». Il collegamento con la cosca era rappresentato da Francesco Chirico, col quale «ha sempre avuto un’amicizia». Era lo studio medico di Caridi uno dei luoghi d’incontro tra Chirico, Paolo Rosario De Stefano, Gianfranco Giunta, Guido Cotugno e De Meo, indicati quali esponenti della cosca De Stefano. Ma anche i Tegano, racconta sempre Moio, che a questo clan era affiliato, aveva sponsorizzato Caridi. «Sapevano praticamente che i voti dovevano andare a lui, insomma, và. Glieli raccoglievamo noi», spiega ai magistrati.
Caridi, in cambio, poteva aiutare il clan anche grazie alle sue conoscenze in ambito ferroviario, in quanto «amico di un importante dirigente delle ferrovie». Di lui parla anche il pentito Consolato Villani, nell’interrogatorio del 24 giugno 2011. Quel giorno spiega che, da assessore comunale all’ambiente, il politico fece assumere alla Leonia e alla Multiservizi in cambio di voti, diverse persone. «Sì, l'ex assessore comunale – racconta Villani -. Quando ... ha gestito penso più della metà delle assunzioni di vari personaggi, di varie persone, della Leonia. Allora... Caridi faceva assumere, con la sua capacità politica, faceva assumere persone alla Leonia, a tempo determinato, di due o tre mesi, e poi venivano assunti per un lungo... per due o tre anni, e poi veniva rinnovato il contratto. Poi faceva assumere gente, personale, alla Multiservizi, che era dei Libri... e lui era fiancheggiatore vicino ai Libri, e lo è stato sempre... vicino ai Caridi, vicino a San Giorgio! Poi faceva... diciamo, gestiva le assunzioni, ai... diciamo, come ho detto prima, alla Leonia». E «una grossa percentuale erano tutti personaggi o parenti o amici o vicini alle varie cosche della ‘ndrangheta». Le dichiarazioni dei vari pentiti, spiega il gip, sono concordi: Caridi, nella sua carriera politica, ha ricevuto dalle cosche un appoggio «particolarmente rilevante».