Anziani legati alle sedie e malmenati. Strattonati, presi a calci e schiaffi, lasciati senza cibo e in condizioni igieniche pietose, costretti a ingurgitare medicinali scaduti. Sono immagini ingestibili quelle fotografate dall’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Michele Ciociola, su richiesta del sostituto procuratore Ivan Barlafante. Al centro della vicenda l’associazione Opus “San Francesco e Santa Maria” di contrada Cantorato, alla periferia di Crotone, struttura d’accoglienza definita dall’incredulo giudice un “lager”, dove la violenza era concepita come normalità e non lasciava basito nessuno. Una violenza devastante e inspiegabile, subita da chi non ha la forza e la capacità di difendersi. Anziani, appunto, o persone affette da disturbi psichici, “sequestrate” nella casa degli orrori di Crotone.
A finire nei guai sono la direttrice della struttura, Angela Rizzo, che però risulta irreperibile, e due operatori socio sanitari, Antonio Ingarrozza e Salvatore Ciavarella, per il quale sono stati disposti i domiciliari. Le accuse sono pesantissime: quelle persone sono state abbandonate, maltrattate, legate per non abbandonare la struttura o non “sconfinare” in altre stanze. Scene denunciate da chi, lavorando lì dentro, ha deciso di non voler più sopportare una situazione così raccapricciante, dai parenti, furiosi per le sorte dei propri cari, dalle forze dell’ordine, costrette a stilare relazioni di servizio sull’abbandono di quelle persone. Ma, soprattutto, dalle telecamere piazzate lì dalla Finanza, che su quella casa di accoglienza stava indagando.
Ai dipendenti era stato detto che i pazienti dovevano mangiare poco. «Con cinquanta euro di spesa – si sente dire ad un’operatrice - vuole tenere ventidue bocche a mangiare?» E così, in effetti, stavano. E mangiavano cibo scaduto o di qualità peggiore. Come le alghe, appunta il gip. Tra stoviglie sporche e materassi sudici, in cucine zozze. E spesso a mettersi ai fornelli era uno degli ospiti. Perché gli operatori, a volte, si dileguavano nel nulla, lasciandoli soli per ore. Si aiutavano a vicenda, come potevano. Quando rovinavano a terra colpiti da uno schiaffo o perché non ce la facevano a reggersi in piedi. E chi avrebbe dovuto aiutarli stava lì a guardare, come se nulla fosse successo.
«Comportamenti animaleschi, comportamenti posti in essere nei confronti di soggetti inermi», scrive evidentemente turbato il gip. Gli operatori non si facevano mancare nulla: spingevano violentemente i pazienti, li strattonavano, colpendoli con calci e schiaffi. O addirittura con una sedia. Qualcuno è rimasto anche fuori dalla porta, senza cibo. Il perché il giudice non se lo sa spiegare. Quel «senza ragione» ricorre sempre, a voler sottolineare l’incredulità di fronte a quelle scene disumane. L’ordinanza riporta i nomi di cinque persone, ma solo per tre risultano gravi indizi di colpevolezza. Per gli altri le indagini continuano, assicura il gip. Che dichiara di voler approfondire anche le responsabilità di chi avrebbe dovuto vigilare e non lo ha fatto.
Le funi, in quella casa degli orrori, erano quasi un must. Venivano legate strette tra le braccia e lo schienale della sedia a rotelle, quasi sempre un aggeggio malconcio e incapace anche di spostarsi. Oppure i nodi li ancoravano alle porte di uscita delle stanze, impedendo ai pazienti di salire ai piani superiori. Ai quali, comunque, si poteva accedere solo con le scale: l’ascensore, in quel palazzo di tre piani, era off limits. Rotto, nonostante dentro ci vivessero persone incapaci di muoversi da sole, il più delle volte.
A parlare, ad agosto dello scorso anno, è stata una donna. Aveva lavorato per un periodo in quel posto, finendo poi a raccontare quanto visto coi suoi occhi alla finanza. Ed era tutto abbandono e sofferenza. Mura sporche, scrostate, macchie di sangue sulle scale, stanze puzzolenti. E quel cattivo odore era anche sulla pelle dei pazienti inermi, con addosso vestiti sudici. A volte erano i pazienti a lavare i piatti o i pavimenti, anche se infermi. D’altronde non c’era qualcuno addetto alle pulizie: ci si arrangiava così.
E magari, di notte, quegli stessi pazienti rimanevano svegli a controllare il respiro dei propri compagni di sventura. Costretti a mangiare, molto spesso, gli avanzi di una pizzeria vicina o cibo donato dalla Caritas, scaduto da chissà quanto. Nemmeno con l’acqua andava meglio: tutto ciò che avevano era un pozzo senza trattamento igienico. E quello doveva bastare. Di pannoloni, poi, ce n’erano pochi, così come di guanti in lattice e medicine e le piaghe da decubito venivano “curate” spesso con del nastro adesivo. Persone, dunque, come pacchi abbandonati in una stazione. Il cambio di quei pannoloni era poi uno show a parte. I malati, quasi sottoposti ad una perquisizione, appoggiavano i palmi delle mani al muro. Allargavano le gambe e, davanti a tutti, si vedevano sfilare il pannolone. Poi, senza nemmeno essere puliti, gliene veniva fatto indossare un altro. Loro, gli operatori, ogni tanto venivano immortalati da quelle telecamere a fumare davanti ai malati malnutriti e malvestiti. Lasciati al freddo, denunciava a volte qualche parente o qualche anonimo, spesso da soli. E a volte erano le forze dell’ordine a trovarli seminudi, a vagare sulla statale. Nel tentativo di scappare da quell’incubo finito soltanto questa mattina.