Donne e violenza a Reggio Calabria

Donne e violenza a Reggio Calabria
violenzaDonne Cosa hanno in comune una donna gambizzata, una denuncia per abusi avvenuta dopo trent’anni di matrimonio e una strana sciarada marito/moglie/amante dove sono tutti colpevoli?

Sono tutti reati consumati sul territorio reggino e hanno per oggetto delitti contro la persona e nello specifico: la donna.

Sono tutti casi risolti dalla III sezione della Squadra Mobile per i reati contro la persona in danno di minori e sessuali.

Un strana città Reggio Calabria, anche quando si affronta un tema come i reati contro la donna, dove a prendere il sopravvento è spesso la peculiarità ‘ndraghetista che nulla ha a che fare per esempio, con gli affari sentimentali tra due ex fidanzati, là dove la gelosia si affronta dopo un po’ di stalking, con un esemplare colpo di pistola al polpaccio. Oppure, là dove la famiglia viene prima di tutto: degli abusi sessuali, delle umiliazioni fisiche e verbali, delle botte e degli occhi neri, ma i panni sporchi si sa devono venire lavati in famiglia, anche nel sangue e ci vogliono trenta lunghi anni prima di realizzare di non avere alcuna colpa, neanche quella di essere nata donna. Ma il merito della III sez. della Squadra Mobile reggina va alla soluzione dello strano triangolo in cui la moglie abusata dal marito trova la fine dei maltrattamenti nell’azione dell’amante che manda in ospedale il coniuge con un colpo di pistola...

Storie come queste sono in aumento nella nostra città non si sa se per una maggiore sensibilità della donna all’argomento e alla denuncia, oppure questo sia davvero il frutto di un incremento del comportamento deviato maschile che male riesce a gestire questa donna divenuta sempre più incomprensibile. Questo tipo di reati maturano più facilmente negli ambienti meno agiati, dove la sottocultura si manifesta nella incapacità di relazionarsi, in un miscuglio di valori atavici e controlli tecnologici, ma nessun ambiente sociale è esente dal manifestare la supremazia del forte sul più debole.

Uno sguardo ai numeri in merito ai provvedimenti di ammonimento (uno degli atti per la repressione in caso di violenza domestica): nei primi sei mesi del 2016 a Reggio si sono registrati un numero di casi pari all’intero numero dei casi del 2015; così come si assiste a un aumento nel 2016, delle denunce di violenze a vario titolo, da parte delle donne.

Perché tutto parte da lì: la denuncia. Occorre il coraggio di denunciare, ma non solo, anche il coraggio di andare fino in fondo, fino al dibattimento finale e resistere alla tentazione di ritrattare tutto o inquinare le prove sopraffatte dalla pietà, dalla speranza o dal timore, perché accade anche questo, e allora le prove raccolte sul campo diventato l’unico vero riferimento per la punibilità del colpevole. E il lavoro di indagine diventa ancora più prezioso per quei casi di deriva della richiesta di ammonimento da parte della donna, dove lo scopo è l’implicita minaccia relativa all’ottenimento di vantaggi in sede di causa civile, come un divorzio. Ma la legge non prevede solo questo tipo di intervento, per esempio l’art. 612bis CP2009 annuncia oltre alla querela di parte, anche la procedibilità d’ufficio per quei casi in cui la vittima ha già chiesto un ammonimento; è possibile ottenere il divieto di avvicinamento, l’obbligo di abbandono del tetto coniugale, il cambio di comune di residenza; il divieto di frequentazioni di luoghi frequentati dalla persona offesa... Esiste un numero verde 1522 antiviolenza domestica.

Basta tutto questo? No. La legge si applica, le indagini proseguono, dei cattivi, qualcuno viene punito, ma non basta se non si interviene sull’impronta culturale della società. Un fenomeno questo difficile, complesso che va osservato con cautela e merita soluzioni complesse senza banalizzazioni, spesso ridotto alla stregua di un maschi contro femmine.

Quando guardo indietro, nella storia dei movimenti di consapevolezza dell’identità femminile e al ruolo della donna della società occidentale, beh mi viene un nodo in gola e resto sbalordita. C’era l’arte in fermento, la vita in fermento, le donne in marcia, gli uomini in discussione; i collettivi, le comuni, i dibattiti: il Vecchio vs il Nuovo.

Una società che lotta per guardare più lontano per spingere fuori il matusa che abita in ogni uomo e abbracciare una società da costruire: libera da stereotipi, ruoli, omologazioni.

Qualcuno le chiamava utopie, altri sogni. E le donne disegnavano per se stesse un nuovo ruolo: quello di compagne di vita, di cammino.

Oggi stiamo a discutere se una gonna troppo corta possa giustificare uno stupro, se una donna troppo insistente possa giustificare un pugno in bocca, se lasciare senza motivo un uomo possa essere ragione di omicidio. Non starò qui a dire cosa abbiamo perso dagli anni sessanta a oggi, ma sembra che quello slancio verso l’autodeterminazione (si diceva così una volta) si sia estinto da un pezzo, e mentre le femministe si mimetizzano, avanzano le casalinghe disperate.

Sono queste le donne di oggi. Cercano sorelle per confortarsi davanti a una tazza di caffè, parlando degli uomini rimasti a casa come bambini bisognosi di comprensione e poi tornano a soffrire in silenzio, aspettando che tutto passi, che col tempo si aggiusti come è sempre successo dai tempi delle nostre nonne. Troppo spesso, in questo rigurgito nostalgico, nel rumore di fondo si perdono abusi quotidiani che passano inosservati. Ma ben osservato, invece, è l’esempio offerto da una donna succube e soggetta al silenzio, assoggettata al potere di un padre, marito e ora perché no, anche al fidanzato che fa le prove tecniche di sottomissione.

E le donne, prendono il tè alle cinque del pomeriggio prima di andare a recuperare i bambini a lezione di inglese. Rivestono e lucidano bene quest’apparenza sordida, e tacciono per non far dispiacere nessuno, mentre gli uomini passano un attimo a prendere la clava delle insoddisfazioni quotidiane, dei soprusi subiti a loro volta, del rispetto che non c’è più per nessuno. Forse è tutta una questione di educazione e di rispetto. La donna è tornata con il suo silenzio a essere la maggior causa del suo male mentre dovrebbe approfittare della posizione privilegiata all’interno della famiglia ed educare. Educare e cominciare finalmente a istillare il dubbio che non basti essere forti, avercelo più grosso, agitare la propria presunzione.

Siamo compagni su questa terra a condividere il comune destino di ricerca della sopravvivenza e saremo più forti solo se esercitiamo quel “noi” uno accanto all’altro, sempre e comunque.