NDR. Blitz contro le cosche di Palmi e Cittanova. Nuove accuse a Caridi. Coinvolti Galati e D’Agostino

NDR. Blitz contro le cosche di Palmi e Cittanova. Nuove accuse a Caridi. Coinvolti Galati e D’Agostino
alchemia Antonio Caridi piegava consapevolmente il proprio ruolo politico agli interessi delle cosche. Questa l'ulteriore conferma che emerge dall’operazione “Alchemia”, che ha portato all’arresto di 42 persone tra Calabria, Liguria e Lazio e che ha svelato - anzi confermato - gli interessi delle cosche calabresi sull’imprenditoria del nord Italia. Cosche che avevano la propria testa e il proprio centro operativo sempre in Calabria, dove ci si ritrovava per i summit, per le nuove affiliazioni e per prendere le decisioni.

L'inchiesta si è sviluppata in due fasi: una, condotta dal centro operativo Dia di Genova, supportato dai Centri Operativi di Reggio Calabria e Roma, nei confronti di elementi affiliati alla cosca mafiosa "Raso-Gullace-Albanese" di Cittanova; l'altra, coordinata dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, dalla Squadra Mobile di Genova e di Reggio nonché dalla Squadra Mobile di Savona, riguardo a soggetti appartenenti alla stessa consorteria mafiosa ed a quella dei "Parrello-Gagliostro" di Palmi.

Il segmento più importante dell’indagine si concretizza proprio a Cittanova, dove secondo la Dda reggina le cosche si sono prodigate per fare campagna elettorale alle regionali del 2010 a favore di Caridi; campagna elettorale, spiega il procuratore Gaetano Paci, che la famiglia locale ha condotto con «metodi da manuale».

Dalle intercettazioni emerge come Carmelo Gullace, Giuseppe Raso, alias  "l'avvocaticchio" e "Jimmy" Giovinazzo non abbiano esitato a «intimidire fisicamente i propri dipendenti e conoscenti per far votare Caridi, con la piena consapevolezza dello stesso». Lavoratori che, a cinque giorni dalle elezioni, sono stati minacciati di venir licenziati, «alla presenza di Caridi», nel caso in cui non lo avessero votato. Un esempio, commenta Paci, «di come la democrazia si esercita in questa terra».

Il gip ha esaminato a lungo gli elementi di prova, mettendo in evidenza il gravissimo quadro probatorio a carico di Caridi, quadro dal quale emerge «il ruolo di un esponente politico che ha piegato ogni sua attività ai voleri della cosca di ‘ndrangheta, specificando che non si tratta di rapporti occasionali o sporadici - continua Paci - ma che tutta l’attività di Caridi è stata finalizzata a questo scopo». Tanto che l’incipit di ogni conversazione era “agli ordini”: non una frase retorica ma una frase che dimostra come ogni atto risponde al volere dell’organizzazione.

Il nome dell'operazione è altamente simbolico: la parola "Alchemia", ha infatti spiegato il Questore Raffaele Grassi in conferenza stampa, dimostra la capacità di trasformare tutto e penetrare in ambienti e settori industriali ed economici per lucrare indebiti profitti. Un'indagine che rappresenta l'ennesima conferma del connubio mafia-politica, che alimenta la vita dell'organizzazione. L'indagine nasce nel 2009, quando due collaboratori indicarono in Carmelo Gullace il più grande boss operante in Liguria. «Queste grosse famiglie di ‘ndrangheta - ha spiegato Paci - si sono trovate costrette a uscire dai territori d’origine. Ma l’elemento significativo è che Cittanova e Palmi rimangano il centro decisionale di tutte le attività, benché queste avessero assunto una dimensione nazionale».

Il cuore decisionale, dunque, rimane a Cittanova. E la prova è che quando nel 2010 è stato necessario procedere a nuove affiliazioni all’interno della famiglia, con il battesimo di Francesco Gullace, figlio di Giuseppe, il tutto è stato fatto a Cittanova, in estate, approfittando del ritorno di tutti gli esponenti mafiosi a casa per le vacanze. Una delle figure centrali dell'inchiesta è Jimmy Giovinazzo, vicino ai Gullace per legami di parentela, che si è trasferito a Roma dopo il sequestro dei beni da parte della procura di Palmi. Negli anni 2000, dunque, la capitale diventa il suo centro operativo. Lì si concentrano i forti interessi immobiliari della cosca, dei quali Giovinazzo sarà il principale artefice, dimostrandosi capace di intessere rapporti leciti e illeciti con personaggi istituzionali di vario livello. Ed è qui che entra in gioco la capacità di condizionamento dei funzionari dell'agenzia delle entrate, presso i quali interviene ogni volta che teme problemi per le proprie aziende. Il tutto con la complicità di Caridi, strumentalizzando i rapporti del politico con una serie di funzionari, con lo scopo di aggiustare tutta una serie di pratiche tributarie sia presso l'agenzia delle entrate sia presso la commissione tributaria.

«Una 'ndrangheta sempre più asfissiante nelle province italiane», ha spiegato il capo della squadra mobile di Roma, Renato Cortese, presenza della quale c'è sempre maggiore consapevolezza ma non da parte di politica, cittadini, imprenditori e pubblici amministratori.

«Due cosche tentacolari, due cosche che sono riuscite, dopo un periodo drammatico di faide, a proiettarsi nel nord Italia, soprattutto in Liguria e Piemonte dove, abbandonando l’ascia di guerra, si sono dedicate a infiltrarsi nell’imprenditoria», ha spiegato il capo della mobile reggina, Francesco Rattà. Le cosche hanno messo su una galassia di società, di consorzi, con i quali era riuscita ad attivarsi con il mondo della imprenditoria e della politica, diventando ancor più pericolosa di quanto non lo fosse quando si sparava a Cittanova e Palmi a cavallo tra gli anni ‘60 e ’80.

Gli investigatori di Genova sono arrivati in Calabria seguendo i soldi, come ha spiegato Alessandro Carmeli, vicecapo dello Sco di Genova. Le cosche hanno diversificato le proprie attività, passando dagli agriturismo alle lampade led, fino al commercio dei prodotti alimentari comprati in Cina, da rivendere con marchio contraffatto a Milano e Francia, alle scommesse e al movimento terra. «Questa comunanza di interessi ha avvicinato le cosche agli imprenditori romani e genovesi, che hanno coltivato gli interessi propri e dell’associazione - ha spiegato Carmeli -. Gli imprenditori genovesi acquisivano gli appalti per conto delle cosche e subappaltavano a imprese riconducibili agli affiliati i lavori, sia in Calabria sia al nord». Emblematica la frase di uno 'ndranghetista intercettato al telefono con un imprenditore genovese: «noi vi trattiamo da amici, ci siamo interessati per trattarvi come amici - sentono gli inquirenti in cuffia - e ci siamo intromessi per farvi rispettare». Una frase che dà l'idea dell'accordo tra imprenditoria e 'ndrangheta al nord e della protezione che gli imprenditori godevano anche al sud grazie a questo accordo. «La presenza della 'ndrangheta è datata nel tempo in Liguria - ha spiegato Sandro Sandulli, capocentro Dia in Liguria -. La regione è sempre stata una sponda per la presenza della ‘ndrangheta al nord, sotto tanti punti di vista, una struttura di servizio per i clan». È Girolamo Raso, uno dei capi indiscussi, colui che si complimenta con Caridi quando viene eletto al consiglio regionale.

L'indagine ha portato anche alla perquisizione al vicepresidente del consiglio regionale Francesco D’Agostino, che non è stato attinto da misura cautelare ma risulta coinvolto nel contesto delle relazioni instaurate da Giovinazzo.

Il giudice mette in sequenza i comportamenti accertati di Caridi a favore della cosca Raso-Gullace. Si va da cose quasi banali, come la raccomandazione per un concorso in una scuola o un esame di abilitazione, all’intervento per favorire un candidato ad un orale all’ultimo minuto presso un membro della commissione. Ma ci sono situazioni e vicende ben più rilevanti, per esempio i rapporti con l’amministrazione tributaria nel suo complesso e gli interessi sulle pratiche immobiliari fuori dalla Calabria, per le quali spesso Giovinazzo ha richiesto intervento di Caridi. «L'attività di Caridi - ha sottolineato Paci - è stata funzionalizzata integralmente alle esigenze della cosca. Il gip ha riconosciuto l’elevatissimo quadro indiziario emerso a carico del senatore ma si tratta dello stesso reato contestato nell'inchiesta "Mammasantissima"».

Per Galati il giudice non ha riconosciuto la gravità indiziaria per il delitto di corruzione: la vicenda che lo coinvolge riguarda il suo intervento per sbloccare un'operazione immobiliare a Roma, per consentire l’edificabilità di una porzione di territorio. Il giudice, però, ha riconosciuto la tentata corruzione dei due soggetti coinvolti, un'attività di trattativa con l’onorevole della quale non è stata riscontrata l'altra parte della condotta. Ma le indagini sono in corso.

«Le intercettazioni rassegnano un quadro desolante - ha concluso Paci -.  Gli imprenditori avevano numerose relazioni con amministratori pubblici, politici, tecnici e costoro il più delle volte si prodigano per favorire loro anche in violazione delle regole minime della par condicio tra gli imprenditori. C'è un sindaco che chiama una delle persone arrestate e dice: "Siete ancora interessati a quell’appalto? Però si ricordi di quel versamento"». C'è, dunque, una ricerca spasmodica di questo tipo di relazioni e di rapporti poco trasparenti. Dalle indagini è anche emerso il sostegno dei Raso-Gullace-Albanese, attraverso gli imprenditori prestanome, a sostenere finanziariamente il movimento "sì tav" per darne una rappresentazione mediatica positiva, «perché attraverso i sub appalti ne avrebbero ricavato profitti».