L’INTERVENTO. Nell’inferno del carcere con la delegazione del Partito radicale

L’INTERVENTO. Nell’inferno del carcere con la delegazione del Partito radicale
spietro   Quando entriamo nel cortile del carcere, i reclusi sospendono la loro passeggiata che si svolge ad uno strano ritmo di quadriglia. Sanno già che siamo: una delegazione del partito radicale che è in visita nelle carceri della provincia di Reggio Calabria. Ci vedono entrare e si collocano in semicerchio intorno a noi. Sappiamo di trovarci nella sezione di massima sicurezza dove quasi tutti i detenuti sono accusati di associazione mafiosa.

Catalogare gli uomini è stato sempre una fissazione della burocrazia umana. Anteporre la parola “mafioso” serve per espellere la parola uomo da un corpo umano. I nazisti ne hanno fatto una scienza! Una società, che non rimuove privilegi e le ingiustizie, deve catalogare e marchiare le persone quando non è interessata a guardarsi dentro. Quando è incapace di scavare, scoprire, curare le proprie piaghe infette in cui nidifica e si nutre quella parte di umanità smarrita che, per comodità burocratica, definiamo come “devianza criminale”!  Nei casi estremi, la catalogazione degli uomini è servita a cancellare con un tratto di penna migliaia di esseri umani. Penso agli “ebrei”. Penso all’uso distorto che si fa oggi di parole come “musulmano”, “immigrato” con le quali ci ripuliamo la coscienza, rimuovendo in questi giorni di freddo intenso, le inumane sofferenze di coloro che abitano nella tendopoli di San Ferdinando. Ritorniamo al cortile, forse è meglio!

Adesso, ci guardiamo lungamente negli occhi, ci scrutiamo, iniziamo a dialogare. Da una pesante coppola di lana nera vengono fuori due occhi da “bambino”.  Copre la fronte di un ragazzo appena maggiorenne, cresciuto quanto basta per essere rinchiuso in carcere. La persona che gli sta accanto invece ha la scorza dura: è un ergastolano. Un “fine pena mai”! Quando il “ragazzino” è nato, il suo vicino era già in carcere da anni. Che ci fanno insieme? Non avresti bisogno d’altro per capire la stupidità del carcere ma non possiamo dirlo altrimenti il divo  antimafia si alza dalla sua soffice poltrona con l’indice di accusa puntato contro di noi! Allora dovremmo restare in silenzio. Si pretende omertà per non dire che quel “ragazzino” e quell’ergastolano insieme costano a voi circa cinquecento euro al giorno. Soldi spesi inutilmente, anzi utilizzati per creare danni. Uso criminale e distorto del pubblico denaro! Il giovane presumibilmente lascerà presto il carcere e gli unici momenti di “socializzazione”, di “rieducazione”, di “recupero” che ha vissuto sono quelli trasmessi da detenuti di lungo corso. C’è da scommettere che ne farà “buon uso”! Eppure c’è chi ha fato le proprie fortune scaricando materiale di scarto in questa discarica indifferenziata.

Il personale del carcere, la polizia penitenziaria fa il possibile per rendere più umane queste mura ma il carcere è una istituzione medioevale e barbarica e il “potere” vuole che resti tale e ne vedremo le ragioni. In questi luoghi lugubri, lo Stato perde ogni autorità morale mentre si legittima l’uso della violenza. Un ragazzo, ammalato di tumore, aspetta la visita oncologica da due mesi. In carcere la burocrazia è esasperante ed il tempo sembra fermarsi ma il tumore non si ferma. Morire di malattia può essere naturale, morire di burocrazia è criminale. Si tenga conto che la maggioranza dei detenuti sono da anni in attesa di giudizio! Questo carcere non è fatto per combattere il crimine e, meno che mai, per combattere le mafie.

Il carcere è fatto contro di voi. Così come nel medioevo erano contro il popolo -e non contro i criminali- le forche e gli strumenti di tortura a disposizione del potere medievale. Tommaso Campanella lo aveva capito qualche secolo addietro e per questo lo rinchiusero in prigione. Queste carceri sono la fabbrica della paura. Un orrendo spettro per spaventare gli indifesi.

Il mondo contemporaneo crea paure ed insicurezza, riteniamo che il pericolo sia sempre in agguato e, pur vivendo, in un ambiente permanentemente illuminato da una luce artificiale, il nostro animo piomba nella lunga notte medioevale. Costruiamo le forche e le catene che saranno usate contro di noi.  Pensiamo di perdere la nostra agiatezza, la nostra vita, i nostri beni. Ed, infatti, il “ceto medio” non esiste più! Milioni di famiglie vivono sotto la soglia minima di povertà e molte altre rischiano di finirci dentro. Quanto succede non è colpa della peste o delle carestie.

Le responsabilità sono altre. In questi ultimi trenta anni un mare di soldi si è spostato dai salari e dagli stipendi alle rendite, alle mafie, al parassitismo. Banchieri e grandi operatori finanziari operano come Robin Hood di segno opposto! I giovani alienati e frustrati fanno uso di droga alla ricerca di una felicità artificiale ed il potere ha appaltato alla mafia il monopolio della droga. Le fabbriche si spostano dove trovano nuovi schiavi da sfruttare. Lo Stato sociale, che avevamo costruito con tanta fatica e tante lotte, viene smantellato pezzo per pezzo. Questa è la vera grande rapina. Questa è la mamma di tutte le violenze! La gran madre di tutte le mafie!

Ma bisogna far in modo che la gente non lo capisca! Bisogna incanalare la paura contro il l’immigrato, il piccolo criminale (che va combattuto con severità), il “mostro”. Tutto serve per nascondere il ventre immondo che genera costoro. Bisogna costruire delle discariche umane, prigioni, campi profughi, ghetti urbani, da riempire con i reietti delle Terra per costruire il potere e  l’immensa  fortuna dei pochi. Bisogna indicare il falso nemico per nascondere quello vero. Trump ha trovato i poveri messicani, sfruttati da generazioni, e li agita dinanzi agli occhi del popolo credulone ed in perenne ricerca di un “capo”, come il nemico da circondare con un muro. Crescono e si diffondono i leder populisti, i divi antimafia, (accanto a tante persone serie che le mafie le combattono davvero e ne sopportano le conseguenze). Panna montata a volontà!

Non pensate neanche per un attimo che io sia indulgente verso chi usa la violenza.

Ho sempre dinanzi agli occhi la foto del piccolo “Coco’” assassinato ad appena tre anni dalla manovalanza mafiosa. Conservo nella mia mente l’immagine dei balordi che, qualche girono fa, nell’ospedale di Catania sono andati all’assalto di un medico mentre era intento a curare gli ammalati. Ho visto in tv la scena dei camorristi che a Napoli hanno sparato contro gli ambulanti di colore che si rifiutavano di pagare il pizzo ed hanno colpito una bambina di dieci anni. Ed è appunto perché sono contro la violenza -a qualunque livello e sotto qualunque forma- che sono decisamente contro il nuovo “ordine” che si va imponendo. Sono contro questo concentrato di miseria umana e di violenza che sono le galere. Ci sarebbero mille altri modi, e tutti più sicuri, per punire, neutralizzare, recuperare, (quando è possibile) i “criminali”. So altrettanto bene che in carcere si entra anche da perfetti innocenti. Sabato scorso la Rai ha mandato in onda una trasmissione sconvolgente: “Innocente”. Sono state raccontante le storie infami di persone perfettamente innocenti- al di là di ogni ragionevole dubbio-  estranei ad ogni condotta illecita e  finiti in carcere per errori giudiziari. Io direi per colpa grave che nessuno pagherà mai. Bisogna mostrare i muscoli, soprattutto quando non si corre pericolo, per incutere paura ai deboli e così il “braccio violento della legge” si abbatte sugli innocenti.

Concludo: durante la visita al carcere di San Pietro di Reggio, abbiamo visto un bel laboratorio “inaugurato” una decina di anni fa dall’ex ministro Mastella: un moderno capannone, macchinari di avanguardia, attrezzi da lavoro. Mai entrato in funzione, tutto è in rovina.  Qualora l’avessero fatto funzionare, avrebbe tolto dall’ozio forzato, dai cattivi pensieri, dall’abbiezione centinaia di detenuti che sono passati in questi dieci anni da quel carcere. Avrebbe dato loro un mestiere, una possibilità di riscatto. Avremmo avuto un centinaio di delinquenti in meno e molti lavoratori in più! Sarebbero bastato qualche migliaio di euro per farlo funzionare. Probabilmente quanto ci costa una sola ora di scorta destinata a qualche personaggio che la deve esibire come segno distintivo della propria autorità.

Perché nessuno se ne è mai curato? Perché della lotta alla ndrangheta al “potere” vero -che di “ndranghete” vive e sulle “ndranghete” cresce- non gliene fotte proprio nulla. Molto più interessato ad inscenare costose fiction o meglio a lunghe telenovele che possono andare avanti all’infinito e gabbare, fintanto che ci riusciranno, il nostro popolo.