Colmare quel grande buco nero che hanno nel petto e vendicarsi. Vendicarsi della vita. Aggredire Dio o rendersi suo simile. Emergere dalle tenebre dell’omologazione e urlare “Io esisto.” Sentirsi vivi.Con una pistola in pugno. L’arma che incarna Nietzsche e tutto il suo pensiero travisato. Super uomini con protesi d’acciaio e gli occhi stretti a fessura. Uomini di malavita. I piedi in testa non glieli mette nessuno. Hanno i ferri per evadere. La potenza del fulmine stretta in mano e la determinazione del gorilla che difende il territorio. Il potere assoluto di levare la vita e di dettare le condizioni. Il discrimine tra la servitù e la libertà. Volontà di potenza e tutto il resto non conta.
Qui da noi sono sempre esistiti, e continuano ad esistere. Non siamo a Durango o a Tombstone. Non ci sono sfide all’OK Corral, ma abbondano i potenziali assassini. Ringo, Waytt Earp, Sartana. Ma il cinema non ha colpe. Nessuno ha colpa. È così, e basta.
C’era quello che, appena sedicenne, svegliava il vicinato esplodendo a raffica i colpi della sua calibro 22 verso quel cielo ingrato. Poi il capozona lo rimproverò e allora lui cominciò a soffocare il ruggito della bestiola con un cuscino. Dopo due cuscini fatti a pezzi sua madre lo picchiò selvaggiamente con il manico di una scopa. Non si squartano i cuscini, indegno.
C’era “Sculapasta”. Detto così perché quando litigava minacciava di ridurre l’avversario “buchi-buchi”. “Faccio raccogliere i bossoli con la motopala”. Gli si era formato un callo sull’indice della mano destra. Si esercitava in spiaggia o nella campagna poco fuori città. Centrava un segnale stradale da cinquanta metri. Camminava con le pinze in tasca e depredava i cartelli metallici che reclamavano i gelati. Algida o Motta, non importa. Sono buoni come bersagli.
C’era Ringo, uno dei tanti. Durante il servizio militare superò la sua indolenza solo quando l’ufficiale gli concesse di tirare con la sua Parabellum. Dieci centri su dieci. Il sergente con la bocca aperta e l’offerta di entrare nelle forze speciali. Non ho tempo da perdere, la risposta.
C’era Il Freddo, detto così prima che uscisse Romanzo Criminale. Non minacciava e stava sempre zitto. Di lui si raccontano fatti abnormi, ma forse sono soltanto leggende metropolitane. Dicevano che con la sua 7,65 spegnesse le sigarette in bocca ai nemici.
C’era il pazzo furioso. In discoteca scaricò la 38 contro il soffitto. Strafatto di coca, e Scarface di Al pacino come modello. Dio è con noi. O contro, che importa.
C’era poi l’Apache. Il più pericoloso. Matto come un vitello in fuga. L’arancino è freddo, lo riscaldi? Ma non è freddo, rispose il cameriere. Lo riscaldi tu, o lo faccio io? Disse mostrando il revolver.
Faceva esercizio sparando ai cani che sorvegliavano il casino in riva al mare. L’indimenticabile bordello romantico a Calamizzi, circondato da bastardini sfamati dalla padrona, la Maitresse rugosa. Dodici cani in meno di un anno. La Zia fu costretta a chiamare quelli della famiglia per far cessare le uccisioni.
Il cane è un fesso, sosteneva. Ti guarda mentre gli punti la pistola, e non scappa. Troppo facile. Sul Viale Calabria, seduto dietro la moto di un suo degno compare, vennero inseguiti da un pastore scozzese liberatosi dal guinzaglio. Rallenta, rallenta. La bestiola a tiro, un colpo solo, in testa. Scappiamo, risatone.
C’era il collezionista. A vent’anni possedeva quattro ferri. Uno l’aveva rubato ad una malcapitata guardia giurata. Era una fissa, come quelli che collezionavano francobolli. Lui pistole. Era un filosofo della violenza, senza saperlo naturalmente.
Questa follia che forse è un virus nell’aria. O forse solo il frutto di una ingiustizia immane. Un frutto corrotto del progresso. Una smania del margine estremo della civiltà. La pistola come redenzione di vite derelitte. Un idolo pagano, una scala verso il cielo, un monumento all’umanità. Cosa gli frulla in testa, a questi disgraziati pistoleri, non si capisce bene. Forse più che dirgli qualcosa dovremmo ascoltarli. Forse è questo silenzio nel quale sono immersi, rotto solo dal crack dello sparo.
Un buio solenne, come la disgrazia della vita che li attende. Perché nessuno finisce bene. Uccisi, incaprettati, bruciati, annegati, sciolti nell’acido. Sepolti in luoghi senza nome, senza croci e senza Dio. Ogni tanto ne sparisce uno. La malavita compie opere di disinfestazione. I boss mica vogliono casini e guai con le autorità. Si servono dei pistoleri e poi li fottono.
Non c’è onore, non c’è riscatto. Non ci sono vittorie trionfali dei giustizieri, duelli al sole, e non c’è speranza, sin dall’inizio, per gli idolatri di mister Colt. Sono soltanto scorie dei galantuomini che dettano i tempi.
Sono pistoleri calabresi. Non hanno futuro e il loro presente è un buco nero. Non basta condannarli. Non basta arrestarli e gettare via la chiave. Troppo semplice. Sono l’effetto, non la causa. Amare una pistola, al posto di una donna, è una perversione che andrebbe indagata. Invece si fa poco. Forse perché le risposte non convengono a nessuno.
Le risposte cadono nel vento, come diceva un vecchio poeta dai riccioli ribelli. Resta la supponenza del potere, e la potenza immane di un sistema che come un trattore riduce tutto a fango. Pistoleri e desperados dell’oggi, non ci saranno mai lacrime per voi.
Ed è questa la vera dannazione.