LA PAROLA e LA STORIA. Brachari, rachari, mmaccàri, smaraggiàri

LA PAROLA e LA STORIA. Brachari, rachari, mmaccàri, smaraggiàri
parole Brachari,  come il greco brachein, mugghiare, ruggire, verbo onomatopeico per Semerano, è probabilmente  imparentato con Brachùs, corto, tenue, umile, che ha generato un lungo lemmario: brachùlogia, discorso corto, brachuùpnos, di sonno corto, e soprattutto, per quel che ora ci interessa, brachùfonia, debolezza di voce, molto vicino al calabrese brachagna, rantolo,  ronfo, degli animali e degli uomini che hanno problemi di respirazione; brachagnùsu è uno con la voce roca per bronchite cronica o perché ha molto fumato.

Ma si dice anche: “Cìcciu Catanzarìti parràu tantu chi brachàu!” (Ciccio Catanzariti ha parlato tanto che gli si è arrochita la voce).

Rachari, è un brachari che ha subito, probabilmente per ragioni eufoniche, l’aferesi della ‘b’ iniziale; significa fondamentalmente ‘stancarsi’, essere con il fiatone: la nchianata era dura e rachammu tutti, la salita era ripida e ci siamo tutti stancati; la terra era mancusa, l’aratu nfungava e li boi ragaru subitu, la terra era pesante, l’aratro era affondato e i buoi si stancarono subito.

Anche rachari ha prodotto un considerevole lemmario da cui estraiamo: rachuni, persona o animale da lavoro che si stanca subito, che ansima facilmente; ràchuddhu, rantolo, respiro pesante di persona o animale malato terminale, respiro del gatto, rachuddhiari, ansimare pesantemente, essere allo stremo, rachaddhusu, persona o animale che il ràchuddhu.

mmaccàri, non censito da Rholfs, gr. máchomai, combattere, lottare, a sua volta derivante da mache, battaglia, dim. mmacculiàri, vincere, abbassare: mmaccàu la crista (ha abbassato la cresta), ‘nci mmaccàru l’agghi (gli si sono abbassati gli agli, metafora della superbia in quanto l’aglio ha lo stelo dritto e alto), mi mmaccàu lu duluri (mi si è abbassato il dolore), mi mmacculiàu lu duluri (mi si è abbassato un poco il dolore).

Da mmaccàri deriva anche la parola summàccu che indica,  comunemente, un pestaggio, una lezione salutare, botte date da una persona più forte (un genitore) o da tante persone in una volta, da sun-machomai, combattere insieme: era un grandi scostùmatu e li carbinèri nci dèsiru lu summàccu (era un gran scostumato e i carabinieri gli hanno dato il sommacco) oppure Rupppìsti la bùmbula? Ora to mamma ti duna lu summàccu (Hai rotto l'orcio? Ora tua madre ti dà il sommacco).

Ma Migliorini e Duro, Prontuario etimologico sub voce, collegano la parola all’arabo sumac > sommacco, pianta “appartenente alla famiglia delle terebindee, adoperata nelle conce delle pelli fini (che) germoglia vigorosa in Sicilia. Il nome arabo sumac è stato lievemente cambiato in sommacco. Palermo è la sede del commercio delle foglie disseccate e macinate di sommacco che l’America settentrionale e la Francia acquistano a caro prezzo per le loro floride concerie di pelli di agnelli e capretti (A.V. Vecchj, L’Italia marinara e il lido patrio, Bergamo 1901, p. 87).

Il significato, indipendentemente dall’etimo fatto risalire all’arabo, rimane lo stesso: triturare, conciare (per le feste).

smaraggiàri, etimo incerto, indica la condizione dei fiori e delle piante disidratate  che, perciò, sono con cime e foglie abbassate e sgonfie. Si dice metaforicamente anche di una bella donna che ad una certa età smaràggia, cioè sfiorisce.

Potrebbe derivare, ex contrario, dalla parola indeuropea marajà (grande re) che, nell’immaginario popolare, deve essere assolutamente ben curato e con i baffi all’insù, tutt’altro che smaràggiato.