Direttore: Aldo Varano    

LA POLEMICA. Caro Filippo, Dc, Pci… vedi la nostalgia è complicata perché…

LA POLEMICA. Caro Filippo, Dc, Pci… vedi la nostalgia è complicata perché…
nostal Avrei voluto da più tempo aprire con l’amico Filippo Veltri una riflessione franca su un suo modo, a volte sprezzante e trascinato dalla vis liquidatoria del giornalista di razza, di snobbare come pura operazione “nostalgica” il tentativo di ricostruire pezzi della nostra storia, ponendoli a confronto con la contemporaneità. Operazione sicuramente rischiosa ed esposta alla critica di chi, come Filippo, sembra piuttosto vivere la contemporaneità come traguardo e gratificazione. Sempre e comunque. Quì e ora. Noi stiamo meglio oggi che si sta peggio.
Ma che c’entra, allora, la nostalgia?

Proviamo a capirci. La parola nostalgia è un temine composto dalla congiunzione di due parole greche classiche (nostos, che vuol dire ritorno e algos, che vuol dire dolore). Il neologismo fu coniato da un giovane studente di medicina, Johannes Hofer, nel 1688, che elaborò una tesi di laurea dal titolo “Dissertatio medica de nostalgia” in cui faceva riferimento ad una malattia che interessava sopratutto i soldati svizzeri, allorquando per troppo tempo erano costretti lontano dal loro paese. La parola perde col tempo il suo collegamento alla malattia e, per esempio, in Baudelaire, la nostalgia riguarda l’animo e la mente e la lontananza da qualcosa di indefinito. Secondo Kant l’oggetto della nostalgia non è il paese, il luogo, ma il tempo vissuto in quel luogo. Per Pessoa la nostalgia riguarda il me stesso che ha vissuto in quel luogo. Con Leopardi la nostalgia si trasforma in linguaggio, narrazione e il tempo ritorna con le sue voci, i suoni, le atmosfere. Infine la “madeleine” di Proust e la recherce del tempo perduto.

Vorrei segnalare al mio amico Filippo due libri bellissimi, il primo di Vito Teti “Quel che resta, l’Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni” dove un intero capitolo è dedicato alla nostalgia e richiama il monito “di Alvaro che affermava la necessità di custodire memorie, verificando se sia possibile pensare tracce, scarti, frammenti, rovine, paesaggi come una geografia del presente”. L’altro libro è ancora più complesso. E’ di Zymunt Bauman, il grande intellettuale ideatore della felice espressione “modernità liquida” e autore di uno stimolante saggio dal titolo “Retrotopia” in cui analizza con scioccante lucidità la società attuale in cui “abbiamo invertito la rotta e navighiamo a ritroso. Il futuro è finito alla gogna e il passato è stato spostato tra i crediti, rivalutato, a torto o a ragione, come spazio in cui le speranze non sono ancora screditate. Sono gli anni della retrotopia”.

Ritengo, perciò, che la "nostalgia" può essere necessaria, se diventa qualcosa che si oppone al lavoro della dimenticanza e della cancellazione.
Fine della divagazione.

Veniamo alle censure di merito. Il mio articolo era nato come una riflessione sui novant’anni di Carmelo Pujia e solo per non farne una apologia personale ho pensato di mettere a confronto questo personaggio, di indiscusso spessore politico e amministrativo, con altre figure di altrettanta qualità e impegno nell’azione di governo in favore della Calabria. Aldo Varano sa che, in una prima stesura, ridotta per ragioni di spazio, il riferimento ai nomi richiamati da Veltri erano contenuti nel mio testo, da Giovanni Lamanna a Tommaso Rossi, ma anche Franco Politano e Totò Alberti. Mentre avrei difficoltà ad annoverare tra gli uomini politici e di governo calabresi, intellettuali qualificatissimi come Rosario Villari e Stefano Rodotà. E ribadisco, salvo ad avere la possibilità di fare un ragionamento ben più approfondito, che, purtroppo, in questo cinquantennio la classe dirigente calabrese, e quella comunista non fa per nulla eccezione, ha dato scarsi contributi alla modernizzazione della società di questa regione.

L’espressione “Pantheon” è evidente che è solo un sia pur discutibile espediente di comunicazione, perché nel mio personale e riservato ci sono Campanella, Telesio, Rocco Scotellaro, Saverio Strati, Corrado Alvaro, Leonida Repaci, Franco Costabile, Emilio Argiroffi, Francesco La Cava, e pochi altri.

Ma ciò non toglie che noi possiamo ritenerci ancora fortunati se in un virtuale Pantheon politico possono starci uomini come quelli da me ricordati nell’articolo incriminato. Pensa, caro Filippo, che i nostri nipoti rischiano, quando guarderanno il Pantheon che s'è costruito in questi anni per loro, di trovarsi in una situazione molto peggiore della nostra.