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REGGIO COM’ERA. 1950, quando Coppi vinse su Bartali

REGGIO COM’ERA. 1950, quando Coppi vinse su Bartali
coppi3    Il piccolo Gianni di anni nove, già testone sin dai primi passi, contrariamente al resto della sua famiglia che tifava per Gino Bartali, teneva per Fausto Coppi e quando la radio ne annunciava fughe e vittorie urlava e cantava come un pazzerello diventando tutto rosso in viso che la mamma doveva dargli un bicchiere d’acqua con lo sciroppo d’amarena per calmarlo.

Quel giorno, era il 2 aprile del 1950, Gianni era tutto pimpante, con il vestito della festa addosso e le scarpe nuove ai piedi. Con il babbo s’imbarcò sulla fiammante Fiat Topolino Giardinetta dello zio Ciccillo, comprata da pochissimo con i soldi guadagnati vendendo lievito ai forni della provincia. Altri due zii completavano l’equipaggio, tutti in un modo o nell’altro reduci dalla guerra terminata da poco ma, come il resto d’Italia, in piena ripresa morale, fisica ed economica.

Quel giorno era Festa delle Palme. Ma era soprattutto festa del ciclismo, lo sport più importante per tutti gli Italiani: si svolgeva Il Giro della Provincia di Reggio Calabria, l’occasione giusta per vedere dal vivo i loro mitici eroi, gli infaticabili pedalatori che tenevano alto il nome della patria nel mondo. 

Era l’undicesima edizione, alla quale avrebbero partecipato tutti; l’ultima prima della guerra l’aveva vinta nientepopodimeno che Learco Guerra applaudito dalla folla all’arrivo trionfante in Via Marina.

Ma da allora era cambiato tutto. Zio Ciccillo guidava, mentre accanto lo zio Peppino, scampato all’affondamento del Pola dopo 48 ore in acqua, aveva preparato delle strisce di giornale che teneva ripiegate sulle gambe. A che servono zio, chiese Gianni. Lo vedrai, rispose quello, di poche parole.

Qualche ora dopo, scalando i tornanti ripidi del Sant’Elia dove i ciclofili avevano stabilito d’andare ad aspettare il passaggio degli eroi su due ruote a Gianni tornò sopra tutto il latte con i biscotti che la mamma aveva insistito che mangiasse e iniziò a dare di stomaco. Lo zio gli passava i fogli di giornale mentre il piccolo rimetteva pure le budella. Ciccillo poi fermò la Giardinetta in un piazzale a qualche chilometro dalla cima, già intasata da numerosissimi spettatori. S’inerpicarono per un pezzo, il bambino riprese il colorito, mentre gli adulti iniziarono a scambiarsi pareri tecnici. Lui li ascoltava e non rispondeva, con ancora il disgusto in bocca. Si fermarono in un prato dal quale si vedeva l’arrivo dell’ultimo gran premio della montagna, il babbo tirò fuori i panini e l’acqua, gli zii una damigiana di buon vino e un capicollo fresco.

“Gino lo lascia sullo Zomaro” sosteneva Ciccillo. “Secondo me gli sta dietro e poi lo frega in volata” replicava l’altro. “Ma no, forse gli scatta proprio qui dove è più duro”, continuava il babbo. Parlate, parlate, pensava il piccolo Gianni, che era tornato in forze addentando la colazione. Cominciò a piovere, una pioggerellina leggera ma inzuppante. Si aprirono gli ombrelli

Nel primo pomeriggio arrivarono le staffette. L’entusiasmo si propagò tra il pubblico come una febbre contagiosa. Tutti iniziarono a portarsi il più vicino possibile al bordo della strada. Alcuni Bartaliani intonarono un coro, al quale gli zii rubicondi in viso si unirono. Passò la macchina apripista, poi quella della giuria. Giovanni guardò il tornante in basso, e lo vide. Si fece largo tra gli ombrelli. I suoi occhi s’illuminarono.

Una maglia biancoceleste, da sola. Andava in salita mulinando le gambe come fosse ad un torneo di danza. La schiena quasi immobile, l’andatura dritta come seguisse la scia del dio della forza. Senza fatica, scalava le curve con un rapportone che avrebbe fuso le motociclette al seguito. Fausto Coppi!

Gianni iniziò a saltare. Ad urlare come un ossesso. A piangere di contentezza. Coppi! Coppi! quando gli passò davanti non lo tennero più: si lanciò a fianco del campione, gridando incitamenti con quella voce da bambino che squillava alta come quella degli angeli. Il babbo dietro, sorridente, e lui a fianco di Coppi: via, vai Fausto, vai che vinci, sei il più forte. E il campione, con quella faccia da italiano, con quella bocca che sembrava disegnata, lo guardò e sorrise, tenero come un eroe. L’inseguimento durò qualche centinaio di metri di strada scivolosa, Gianni trafelato venne riportato dietro, dove gli zii, cronometro in mano, aspettavano il resto del gruppo.

Coppi era scattato sullo Zomaro. Aveva allungato le pedalate, come era solito fare, e ciao-ciao al gruppo. Sul Sant’Elia dopo 2 minuti e 30 comparve Bartali, ondeggiante sui pedali. Zio Ciccillo gli mostrò il cronometro “Gino, 2 minuti, puoi riprenderlo!” quello annuì, scattò per qualche decina di metri, poi si tuffò in discesa.

All’arrivo il distacco fu di 4 minuti e 40. Gianni sapeva che mai l’avrebbero ripreso, ma non disse nulla per scaramanzia. Fu una giornata entusiasmante e anche adesso, 67 anni dopo, quando la racconta ha il luccichio agli occhi.

Bartali vinse l’edizione della corsa 2 anni dopo. Secondo giunse Magni, che era un grande ma si trovò stretto tra i due ed ebbe meno luce. Il Giro della Provincia di Reggio Calabria fu a lungo una delle corse importanti del calendario. L’Albo d’oro lo conferma. Nencini, Dancelli, Adorni, Motta, Bitossi, Moser, Battaglin, Baronchelli, Gavazzi, Bontempi, Argentin, Saronni: tutti i campioni passarono da qui, impegnandosi e vincendo. L’ultimo fu Michele Bartoli, con due edizioni consecutive. Poi la corsa venne relegata in seconda e terza fascia, fino all’ultima edizione, nel 1998. Non si disputa più.

Era l’Italia di Coppi e Bartali, ferita e allegra nella sua povertà, fiduciosa verso il futuro, che scalava le difficoltà come quei due grandi campioni insegnavano. Era L’Italia del ciclismo, quella che ci piace ricordare.

PS per gli appassionati: il video della vittoria di Coppi a Reggio si può trovare su YouTube basta digitare “Coppi vince il giro della Calabria”.