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Il padre d’Italia, opera II di FABIO MOLLO. Le domande inquiete di una generazione precaria

Il padre d’Italia, opera II di FABIO MOLLO. Le domande inquiete di una generazione precaria
mollo «Ci sono sogni che non si ha neanche il coraggio di sognare per paura che non si possano mai avverare». E’ con la voce di Luca Marinelli che pronuncia queste parole che inizia Il Padre d’Italia, opera seconda del regista calabrese Fabio Mollo, conosciuto per Il Sud è Niente, delicato racconto di formazione ambientato nella Calabria di confine. Lo smarrimento di Paolo, interpretato da Marinelli ed il suo rifugiarsi in una vita solitaria, monotona e sicura apre le porte del film e diventa il sentimento portante con cui accogliamo l’incontro con Mia (Isabella Ragonese) che in comune con Paolo all’apparenza sembra avere solo i trent’anni. Mia è tanto esuberante quanto fastidiosa per la sua ostinazione a voler condurre una vita sempre sopra le righe nonostante sia incinta di sei mesi.

«Volevo raccontare la precarietà della mia generazione, economica e professionale che però poi si riflette sulla sfera emotiva» rivela Fabio Mollo che si soffermar a descrivere i suoi protagonisti: «Paolo vive in disparte quasi come se non fosse degno di essere felice nella vita, Mia al contrario è un esplosione di vitalità e di felicità. Questa esplosione investe Paolo che si lascia contagiare, e trascinare in un viaggio che lo porta a confrontarsi con il tema della paternità». Prima dell’incontro con Mia infatti, pur vivendo la sua omosessualità senza vergognarsi, Paolo ha sempre vissuto la sua identità sessuale come un limite, qualcosa che gli impedisce una vita normale, una famiglia, un figlio.

Come in un percorso di crescita oltre che di carriera, in Il padre d’Italia Mollo sposta la lente dai figli del primo film ai padri, al momento delicato del vero passaggio all’età adulta, quello in cui si smette di essere figli per prepararsi ad essere genitori.

Delle volte la vita ci fa incontrare al momento giusto, sconosciuti invadono il nostro cammino e senza volere, lo cambiano, indirizzandoci su altre strade e finalmente forse verso un futuro più chiaro. Sono molteplici i percorsi che Paolo e Mia intraprendono insieme, quello per conoscere se stessi viaggia parallelo a quello per conoscersi l’uno con l’altro. A supportare questo viaggio interiore, l’idea di Fabio Mollo di dar vita ad un road movie, da Torino fino all’estremo opposto dello stivale italiano, la sua Calabria: «Mi piace immaginare le storie d’amore sempre come un viaggio, per me questa era una storia d’amore e quindi questo viaggio mi sembrava naturale. In più poteva aiutare a raccontare il percorso che i due fanno perché man mano che vanno al sud si spogliano non solo dei vestiti ma anche di una corazza e diventano sempre più intimi».

Perché due anime così diverse nell’approccio alla vita, arrivano non solo a sfiorarsi ma addirittura a toccarsi e trovarsi? «Mi piace che siano due estranei, perché delle volte con gli sconosciuti sveliamo cose di noi più profonde. Credo che nel loro caso sia il classico colpo di fulmine, il corto circuito che accade quando incontri una persona nel momento giusto. Entrambi si trovano davanti ad un baratro, ad una scelta e quindi quasi in maniera animale, si riconoscono. Mi piace pensare che l’uno sia l’angelo custode dell’altro». Così Isabella Ragonese svela la sua visione poetica dell’incontro tra i due protagonisti che trova il consenso di Luca Marinelli che aggiunge: «Mia rappresenta per Paolo una parte di vita che lui non conosce o che non ha ancora percorso. Si trovano in quanto, in quel momento, sono gemelli nella paura. Lei ha bisogno di qualcuno e lui anche, inconsciamente». Il coinvolgimento emotivo estremo dei suoi attori è la linfa vitale di Il padre d’Italia, il legame tra i due protagonisti che cresce durante il viaggio è chimicamente respirabile ed è frutto di un lavoro a sei mani, tra Fabio Mollo, Isabella Ragonese e Luca Marinelli che hanno dedicato tempo ad ogni sfumatura ed ad ogni dialogo. «C’è sempre qualcosa di mio in qualsiasi cosa faccio» dice Marinelli, «credo che ogni attore sia un filtro differente. Quello che si prova nel film si tenta di provarlo con lo stomaco, lo si avvicina a sé per riuscire a sentirlo veramente».

La musica si rivela esser un altro aspetto fondamentale di questa opera seconda, dall’elettronica degli inizi fino alle incursioni anni 80’, arricchite da due brani di Loredana Bertè entrambi cantati da Luca Marinelli e da The Light that Never goes out degli Smiths che Isabella Ragonese ha cantato live sul set. E non è un caso quindi che Paolo scelga di cantare proprio la strofa di Il mare d’inverno che recita: «Ed io che non riesco nemmeno a parlare con me», segno dell’attenzione che Mollo ha riservato anche ai dettagli musicali che contribuiscono a delineare i personaggi, in questo caso all’incapacità del protagonista di guardarsi veramente dentro.

L’occhio più attento scorgerà omaggi e riferimenti cinematografici che vanno dal cinema italiano classico fino alla cinematografia europea contemporanea che è lo stesso Mollo ad ammettere: «Immaginando questo film sono partito da Una giornata particolare di Ettore Scola e Il ladro di bambini di Gianni Amelio ed ho provato a portarli nel mio mondo, quello del cinema europeo. Mi piace pensare a Refn, a Xavier Dolan fino a quello che sta succedendo nel cinema italiano». Questa capacità di far dialogare Europa ed Italia, tra modernità e tradizione, posiziona Fabio Mollo di diritto in quella nuova onda di rinfrescante cinema italiano che sta ritrovando il coraggio di rappresentare contrasti e limiti della sua generazione.

Di questa, Fabio Mollo racconta il suo doversi sempre più confrontare con domande semplici ma scomode e con la necessità di spogliarsi di preconcetti e condizionamenti culturali. Esiste ancora o è mai esistito l’istinto materno e quello paterno? Perché come dice Paolo nel film, non possiamo volere tutto? Un obiettivo del film è dimostrare che ci si può lasciare andare a desiderare un futuro fatto di due uomini e un figlio anche se, a detta di molti, va contro natura. «Il Padre d’Italia vuole combattere la rassegnazione» rimarca Fabio Mollo e in questa lotta, bisogna concedersi di sognare ciò che non si ha neanche il coraggio di desiderare.

*giornalista, Il Dubbio