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I Moti di Reggio, la Calabria, il Sud (a proposito del libro di Pangallo su Nanà Licandro)

I Moti di Reggio, la Calabria, il Sud (a proposito del libro di Pangallo su Nanà Licandro)
LicandroPangallo  Il ricordo di Nanà Licandro scritto da Leo Pangallo, una rivisitazione sul ruolo dell’ex sindaco della città di Reggio, è prima di tutto una testimonianza di stima e di affetto, verso una persona, un uomo e un politico che l’autore apprezza fin da quando lo conosce, nonostante una radicale diversità, di posizioni politiche, culturali e ideali, destinata ad addolcirsi col passare del tempo. I due, uno democristiano e l’altro comunista, nonostante una significativa differenza d’età, si annusano capiscono e comprendono, pur continuando a vivere entrambi in modo intenso e da protagonisti le passioni della propria parte.

Licandro non è un politico di prima fila. E’ una persona perbene che ama la vita e sa cogliere le opportunità che offre. Per condizione sociale e parentale incrocia la politica come servizio. Non s’è dato da fare, non smania, non ha bisogno di piegare la politica a strumento di promozione sociale. Fa già parte per diritto ereditario di una borghesia di origine commerciale che ha fatto fortuna ed è accettata senza più riserve dai circoli cittadini benestanti.

Ma accade che il suo partito, la Democrazia Cristiana, finisce in ginocchio per i Moti di Reggio. Notabili, arrampicatori sociali e prime file implodono tutti insieme sotto l’urto degli avvenimenti di una stagione drammatica e diventano impresentabili per l’opinione pubblica nazionale. Non sono queste le pagine del giudizio sulle persone né quelle della ricostruzione storica. L’implosione è un dato di fatto determinato prima di tutto da una situazione e il partito di Licandro, che è il partito più importante e forte della Repubblica e della città, corre ai ripari: fa (fa finta?) di far piazza pulita e schiera in campo Licandro per ridiventare accettabile.

Accade tutto repentinamente e Licandro, che ha acutissimo il senso dell’etica della responsabilità, è “costretto” a fare il primo cittadino della città di Reggio accollandosi la fatica civica di inventarsi e dirigere un percorso verso l’iniziale fuoriuscita dal dramma corale che si sta consumando. Quando ci riesce e si profila finalmente un orizzonte meno mosso, il suo partito che lo ha spremuto, lo accantona senza alcun garbo, rovesciando la cultura e la sensibilità a cui il Sindaco, non più ricandidato s’è sempre ispirato.

La ricostruzione di Pangallo individua lucidamente, perfino con una partecipazione amara ed emozionata, il cuore di questa vicenda. Che non è una vicenda personale ma il momento centrale di una storia, quella del rapporto tra il sindaco “garbato” e i Moti di Reggio, molto più importante e decisiva di quanto hanno immaginato le ricostruzioni storiche fin qui conosciute.

E’ accaduto, probabilmente, perché tali ricostruzioni sono state spesso viziate da una ricerca enfatica e ideologizzata, appassionata e romantica, che s’è però soffermata soltanto sull’origine immediata e contingente di quegli avvenimenti (esaltati o demonizzati). Studi e saggi che non si sono mai misurati con la ricerca di una più profonda radice di un evento che, piaccia o no, è sincronico ai fatti dell’Aquila, agli scontri di Avola, alla rivolta di Battipaglia e suggerisce perciò l’ipotesi di un più diffuso ed unico disagio che investe grandi masse popolari del Mezzogiorno spingendole alla ribellione.

Emerge con chiarezza dal racconto di Pangallo che Licandro ha svolto il suo compito con insospettata sapienza politica. Ha capito che non avrebbe potuto né dovuto fare il giudice dei Moti per esaltarli o demonizzarli. Il suo obiettivo, perseguito con lucidità e determinazione, è stato fin dall’inizio, e senza sbavature, la (ri)costruzione delle condizioni di agibilità politica e democratica nella città sconvolta. Una città che vive sulla propria pelle il più lungo caso di guerriglia urbana di una grande città dell’Occidente europeo. E ci riuscì. I Reggini, di tutte le parti politiche, non lo ringrazieranno mai abbastanza per avere (ri)pristinato le condizioni elementari del vivere civile, politico e democratico.

I fatti di Reggio, quasi mezzo secolo dopo, sono ancora un mistero sepolto da polemiche roventi, da tifoserie non sempre disinteressate, da contrapposizioni radicali, dalla logica perversa e fanatica del senza se e senza ma. Non solo resta ancora confusa la loro più profonda radice ma c’è anche una violenta avversione a capire in che misura e in che modo hanno agito su una città che è stata segnata (e continua ad essere segnata?) in profondità da quell’evento che ancora oggi pesa sulla storia dell’intera Calabria e nel rapporto tra Reggio e il resto della Calabria, come che li si voglia giudicare.

Fin dall’inizio fu grande la confusione (peraltro subito rimossa da tutti gli ambienti politici e culturali) sulle condizioni e le ragioni che avevano consentito nel Mezzogiorno Reggio, L’Aquila, Avola, Battipaglia e un clima di tensione sociale diffuso. Non mi riferisco, lo ripeto, alle ragioni specifiche e particolari presenti in ognuno di quegli episodi. E’ invece arrivato il tempo, lo dobbiamo a tutti i protagonisti di quel tempo e a quanti hanno direttamente pagato e subito per quelle vicende, di tentare di recuperare o almeno indagare, dopo tanti decenni, le ragione unitarie che fecero muovere l’intero Mezzogiorno proprio alla vigilia del tempo storico che avrebbe segnato la messa in ombra, diventata insopportabile nel nostro presente storico, della questione meridionale e delle condizioni della vita nel Sud.

Tale sforzo fu allora frustrato dalla lettura, fatta dalla destra italiana, dei Moti come occasione di (una velleitaria) rivincita politica nell’illusione di poter rovesciare con la violenza il segno della storia del precedente trentennio che aveva segnato il passaggio dalla guerra e dal fascismo alla democrazia e alla libertà, ancora più dilatata dall’irruzione del Sessantotto (Reggio Reggio, a Milano – o Roma, o Napoli, o Torino - sarà peggio) ritmavano i giovani della destra estrema nei cortei in tutta Italia. A tale disegno, che è discutibile e comunque non dimostrato sia mai stato anche della destra reggina, si era contrapposta l’incomprensione “ideologica” e culturale (ma anche politica) della sinistra e del Pci italiani che interpretarono il malessere sociale e la disponibilità di massa alla Rivolta come frutto di un “complotto” e una “congiura” nazionali tesi a rovesciare, con pezzi poco fedeli dello Stato e altre forze oscure, il regime democratico. Insomma si consumò il paradosso per cui, in qualche modo, la sinistra e il Pci fecero propria la lettura della Rivolta proposta (e inseguita) dalle componenti più estreme della destra; per fortuna inutilmente, perché la storia non si preoccupa molto di rispettare le indicazioni e i desideri dei suoi contemporanei.

In questo quadro, andò perduto fin dall’inizio il significato politico del disagio e dello smarrimento sociale che, se la Rivolta fosse stata correttamente interrogata, sarebbero probabilmente emersi. Gli avvenimenti, del resto, si snodarono in un contesto che non può essere cancellato se si vuole comprendere quella fase storica.

Il mitico Autunno caldo (1969) con la scelta di una redistribuzione della ricchezza accumulata negli anni precedenti del miracolo sul lavoro dipendente, in gran parte concentrato al Nord, era un fatto compiuto. Avrebbe rafforzato il mercato interno delle merci prodotte (anch’esse prevalentemente) al Nord allargando ancora il divario col Sud. Fu una rottura decisiva nella storia del paese dove, i livelli salariali erano effettivamente bassi rispetto a quelli europei. Ed è anche vero che lo stesso Mezzogiorno aveva partecipato a quel movimento di lotta che, prima di firmare i contratti, aveva elaborato e fatto accettare agli industriali, rassicuranti “preamboli” sull’impegno a investire nel Sud.

Anche Reggio, con le sue ansie, aveva sperato in quell’epopea con lo sciopero forse più massiccio della sua storia repubblicana concluso da una manifestazione di straordinaria ampiezza (al Comunale introdusse il sindaco Battaglia e parlarono tutti i partiti, il prefetto, il capo dei comunisti calabresi, la Chiesa) per chiedere che i 300 operai delle Omeca diventassero 2000, com’era stato promesso, per cambiare il destino sociale della città.

"Ma - ha notato Giuseppe Galasso, uno degli storici che meglio conosce e ha studiato il Mezzogiorno - era un’insanabile contraddizione pensare di aumentare la retribuzione del lavoro dipendente nella misura in cui aumentò e, insieme, fare gli investimenti al Sud necessari alla ricomposizione dello squilibrio col Nord". E Gerardo Chiaromonte, meridionalista del Pci e intellettuale di straordinaria raffinatezza, nello stesso volume del 1980 in cui parla Galasso, conclude: “L’insurrezione di quella città (Reggio, ndr) fu contro il ’68: questa, perlomeno, è la mia opinione”. E il ’68 di cui parla è la piega nordista e nella sostanza antimeridionale dell’Autunno caldo.

Di tale quadro, diversamente dal sentire nazionale, vi fu all’epoca dei fatti una percezione netta, di una parte almeno della sinistra e del Pci reggini, oltre che di gran parte del sentire della città. La grande manifestazione dei metalmeccanici del 22 ottobre del 1972, fu non solo non richiesta alle grandi centrali sindacali di Cgil-Cisl-Uil ma da loro imposta e subita come un fatto compiuto deciso all’insaputa della città in cui si svolse. In una delle pagine più tormentare del suo bel libro di memorie, Tommaso Rossi, allora segretario reggino del Pci, scrive che “quella del sindacato era un’operazione di forza che in realtà puntava anche ad un rilancio politico d’immagine”. Rossi racconta: “Una delegazione sindacale mi chiese un incontro” perché sapevano che il Pci era il solo a poter garantire agibilità nella città. “Mi si chiese cosa pensassi della opportunità che quella manifestazione si svolgesse. Io risposi: la manifestazione l’avete indetta voi e l’avete annunciata a mare e monti senza prima consultarci (…) e perché fosse chiaro che ero polemico per quell’averci messo di fronte al fatto compiuto, che ci ficcava in un vicolo cieco, aggiunsi che se fossimo stati interpellati prima della decisione, avremmo espresso tutti i nostri dubbi sull’opportunità di farla”. Una ricostruzione che nel linguaggio prudente e responsabile di un dirigente comunista abituato ad attenuare sempre lo scontro interno come l’onorevole Rossi, significa un radicale disaccordo con un’iniziativa che giudicava un grave errore politico (e culturale) e che, a suo parere, avrebbe scavato altre incomprensioni tra la sua parte politica e la città di Reggio. Feroce poi il riferimento all’immagine dei sindacati metalmeccanici che tradotto significa: loro ci hanno mollato e ora tentano di rifarsi una verginità meridionalista creando a noi altri problemi.

Rileggendo i ricordi di Pangallo mi sono chiesto se il tocco leggero di Nanà Licandro, che talvolta sembra un oscillare senza prendere partito tra una posizione e l’altra, non racchiudeva la consapevolezza, o almeno la confusa percezione, che il problema chiamato a risolvere non solo era gigantesco ma per di più calato in una situazione priva delle condizioni per risolverlo. Se così fosse, e non è escluso, Licandro avrebbe diritto a un risarcimento ancora più ampio di quello che immaginiamo di dovergli. Il sindaco “Garbato” accantonato dalla Dc e non sufficientemente sostenuto dal Pci e dalle sinistre, alla fine risulterebbe come un personaggio che in modo saggio, in solitudine politica, è riuscito a tener fermo un obiettivo vitale per la città aiutandone la ripresa del respiro.

I Moti di Reggio e la loro conseguenza sono stati una sconfitta per tutti. Ma senza Nanà e la sua capacità di ricucire, senza il suo impegno a contenere nuove lacerazioni, forse, la sconfitta sarebbe stata perfino più dolorosa.

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*questo intervento è stato scritto, su sollecitazione dell’Autore, come postfazione al volume di Leone Pangallo, Fortunato Licandro Il garbo della politica, Città del sole edizioni, novembre 2015.

** In occasione dell’intitolazione di una via cittadina al dottor Fortunato Licandro, già sindaco di Reggio dopo i Moti del Settanta, viene ripubblicata la post-fazione da me scritta al volume di Leone Pangallo, Fortunato Licandro, il garbo della politica” pubblicato da Città del Sole edizioni, nel novembre 2015.