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L’ANALISI. Berlusconi (Bersani), Grillo, Renzi dopo il voto siciliano

L’ANALISI. Berlusconi (Bersani), Grillo, Renzi dopo il voto siciliano
rgb Un risultato elettorale può essere analizzato da diversi punti di vista, tutti legittimi. Dal punto di vista delle aspettative che i protagonisti dello scontro politico avevano; dei nuovi rapporti di forza che il voto stabilisce; delle prospettive future che il voto può promuovere, agevolare, escludere.

UNO. Dal punto di vista delle aspettative è estremamente chiaro chi ha vinto e chi è stato sconfitto in Sicilia. Ha vinto Musumeci e la sua parte politica (Meloni) assieme al Cdx. Non una sommatoria, ma il possibile inizio di un progetto strategico. Le contraddizioni tra i vincitori non attenuano il successo. Il fatto che Berlusconi “sia stato costretto” a fare buon viso a cattivo gioco non diminuisce il suo successo di leader garante del moderatismo della coalizione. Il grandi sconfitti sono, invece, il M5s e la Sinistra radicale unita attorno a Fava, mentre Renzi s’è fermato in un limbo pieno di problemi.

La botta più forte l’ha ricevuta il M5s. Un colpo aggravato dall’ingenuità di De Maio. Convinto che avrebbe conquistato la Sicilia strappandola direttamente dalle mani del Csx (che in realtà non ha mai controllato Crocetta), Di Maio aveva combinato le cose per trovarsi, a poche ore dal trionfo, faccia a faccia con un Renzi deperito e indebolito per il travolgente successo grillino. L’errore di valutazione l’ha costretto a una rovinosa ritirata per non trovarsi di fronte un Renzi che gli avrebbe rinfacciato il flop della mancata conquista dell’Isola. Il sistema elettorale siciliano e il cedimento degli analisti alle logiche mediatiche hanno fin qui mascherato il colpo. Ma il M5s è e resta la maglia nera del giro.

Rispetto alle aspettative anche Fava e i suoi alleati vanno male. Non soltanto perché si era detto sicuro di far mangiare la polvere al Pd di Renzi relegandolo dopo di lui. Errore, per la verità, non di Fava ma del suo raggruppamento certo di un risultato a due cifre mentre - liberati i risultati dal peso dei candidati - il Csx prende cinque volte più voti delle liste di Fava. Ma soprattutto ha fatto cilecca l’aspettativa reale, cioè il dispiegarsi di un flusso dal Csx (o dall'astensionismo) alla sinistra radicale. Da qui il drastico ridimensionamento del progetto strategico delle sinistre radicali implementato dalla scissione Pd pilotata da D’Alema e Bersani. Mpd con Bersani aveva attaccato il Pd per aver impedito col Rosatellum il voto disgiunto (che secondo Bersani sarebbe andato al Mpd), per scoprire ora l’imbarazzante situazione di un voto disgiunto, massiccio nell’area del Csx, che non prende neanche in considerazione la sinistra radicale riversandosi, invece, verso il M5s (la sconfitta dei 5s viene nascosta anche dal voto disgiunto del Csx).

Tra gli sconfitti, dal punto di vista delle aspettative, c’è anche il Pd. Sconfitto perché ha rinunciato ad avere aspettative convincendosi ab initio che avrebbe perso. Sconfitta per rinuncia e grave segno di debolezza. Renzi, al di là delle giustificazioni, ha rinunciato a un adeguato impegno in Sicilia per tenersi lontano da una sconfitta giudicata certa dopo il disastro Crocetta (annoverato tra i vincitori, rispetto a Marino, perché costruttore di un disastro perfino più massiccio di quello romano). Renzi ha sbagliato valutazione perché la sua analisi dei rapporti di forza (verificati dal voto) era “difensiva” e non tale da imporre la rinuncia, ammesso e non concesso che in politica sia possibile rinunciare.

DUE. Dal punto di vista dei rapporti di forza il voto siciliano si limita a fotografare quel che esisteva con poche modifiche. Non ci si faccia confondere dai risultati dei candidati Presidente. I rapporti di forza nell’Isola, misurati con precisione dai voti delle liste, sono molto vicini a quelli delle precedenti elezioni regionali e non sono lontanissimi (tranne che per il M5s) dalle politiche del 2013. La differenza fondamentale è che il Cdx, nel 2012 diviso s’è riunificato prendendo 42,1% una briciola in meno della volta scorsa. Il 40% circa, da decenni, e senza sbagliare un colpo, è in Sicilia il risultato abituale dell’area del Cdx. Il M5s cresce di molto rispetto alle precedenti regionali quando il M5s prese il 14,88 ed arriva ora al 26,7 che significa quasi un raddoppio. Exploit notevolissimo ma insufficiente per vincere. Immediatamente a ridosso, il raggruppamento del Csx che si ferma al 25,4. Tra M5s e Csx, quindi, c’è in Sicilia dove il campo è molto migliore per il M5s rispetto alla debolezza storica di sinistra e Csx, una differenza dell’1,3%.

TRE. Dal punto di vista delle prospettive future bisogna tener conto che voto siciliano e nazionale si muovono su logiche diverse, a cominciare dalla dal sistema elettorale (i meccanismi elettorali, anche se per pudore si fa finta che non sia vero, non sono neutri e contribuiscono a successi e sconfitte, per questo è sconveniente modificarli spesso e/o sotto elezioni). Insomma, è una forzatura immaginare che le elezioni siciliane avranno conseguenze importanti a Roma. Certo, potrebbero segnare una battuta d’arresto e addirittura la fine della fase magica del M5s. Inoltre, fanno saltare il convincimento renziano della possibilità di una vittoria solitaria del Pd. Piaccia o no, a sinistra bisognerà allearsi. Se Csx e sinistra radicale non vogliono perdere di brutto chiudendo oltre un secolo di storia dovranno trovare una soluzione per sopportarsi. Malgrado la posta in gioco sia altissima non sarà semplice raggiungere questo obiettivo: è una rottura profonda quella che attraversa quel mondo, rottura non riducibile a Renzi, Bersani, D’alema, Vendola e via elencando. E se Renzi dovrà fare i conti con la necessità di allearsi per non perdere, i suoi alleati dovranno fare i conti col segnale siciliano che sembra azzerare la possibilità per la sinistra radicale di attrarre parte dei voti del Csx. Questo è il quadro.

Al Cdx la vittoria siciliana farà bene alla salute. Ma non risolverà automaticamente le sue contraddizioni. Il blocco più ampio dello schieramento propone un leader che si dichiara capace di fermare il populismo del M5s ma rappresenta solo un terzo di una coalizione che per il resto è formata da populisti che non hanno nulla da invidiare ai grillini. Certo, il cemento del potere può fare miracoli e Berlusconi ha già dimostrato (talvolta) di saperli fare. Ma l’instabilità italiana, che ha radici profonde, potrebbe far saltare anche i suoi progetti.