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Quindi, la Calabria è un libro bianco senza storia?

Quindi, la Calabria è un libro bianco senza storia?
libro Un amico che mi è molto caro (niente nome neanche sotto minaccia), mi ha scritto in privato sull’articolo “L’enigma di Oliverio nella politica calabrese”. Non utilizzo i messaggi privati. Faccio un’eccezione perché la lettera è incentrata su uno dei problemi fondamentali (forse quello centrale) della vita politica e culturale della Calabria: il rapporto che c’è tra il cambiamento e le convinzioni sulla possibilità di cambiare. Un tema con cui la Calabria evita, come impaurita, di fare i conti.

Il mio amico scrive: “Beh Aldo, Oliverio rappresenta fisicamente l’antitesi di quello che tu ipotizzi possa essere il suo progetto futuro. È direttamente responsabile del sistema che, a tuo dire e osservare, vorrebbe scardinare. Altro che rete civica... partito, tessere, accurduni urbi et orbi. Credimi se affermo che non è nulla di personale, ho imparato a guardare alla politica con il giusto equilibrio. Quanto al continuo attacco alla burocrazia che ormai da qualche mese rimbalza tra voi commentatori (Pollichieni per tutti) è una vecchia storia, un vecchio vizio della peggio politica che attacca i dipendenti quando non è in grado di dare risposte. Scop ne è stato un eloquente esempio. Noi calabresi abbiamo Oliverio e al prossimo giro avremo un suo pari, in Calabria non c’è spazio per il cambiamento e dovremmo una volta per tutte farcene una ragione. Un abbraccio. Ma tu queste cose le sai meglio di me e di chiunque altro.”

Emergono due punti. Il primo, Oliverio non vuole scardinare, come io avrei pensato, il sistema malato che assilla la Calabria di cui è, anzi, espressione e tutore. Il secondo, in Calabria non è possibile alcun cambiamento e quindi sarebbe bene farsene una ragione. Per la verità, non ho accreditato a Oliverio alcunché: ho informato i lettori di Zoom che ascoltandolo si ricava l’impressione che abbia un progetto di scardinamento della situazione. Se passerà dalle parole ai fatti (se vorrà, se ci riuscirà, se è possibile) è questione che non ho affrontato com’è giusto per chi fa analisi (che non è detto siano giuste) senza dispensare opinioni e/o suggestioni (che pure ho) nel merito.

Ma il problema non è questo. E’ che i due punti del mio amico mi sembrano in stridente e urticante contraddizione. Mi spiego: se la seconda valutazione è fondata si ha un riassorbimento totale della prima che perde significato diventando marginale e irrilevante. Se in Calabria “non c’è spazio per il cambiamento” vuol dire che Chiaravalloti, Loiero, Scopelliti e Oliverio (sindaci, parlamentari e consiglieri regionali, ma anche prefetti, magistrati, giornalisti e docenti) non hanno alcun merito né alcuna responsabilità di quel che accade prima, durante e dopo il loro operare. Diventa poco importante la fatica per capire se Oliverio vuole o non vuole cambiare. Non serve a niente e a nessuno. Niente peccatori e niente innocenti.

Qui potrei concludere se non ci fosse di mezzo il mio imbarazzo. Mi trovo, infatti, nella spiacevole situazione di essere d’accordo col mio amico sul punto numero due del suo ragionamento: “In Calabria non c’è spazio per il cambiamento e dovremmo farcene tutti una ragione”. Un accordo di tipo specialissimo la cui radice credo sia diversa da quella che anima e deprime il mio amico.

Sono convinto che in Calabria non ci sia spazio alcuno per il cambiamento perché parte significativa dei calabresi sono convinti, anzi sono certi, che il cambiamento non sia possibile e quindi non si realizzerà mai. Louis Chevalier, forse il demografo più autorevole del Novecento, nonché straordinario intellettuale di fattura leonardesca (niente fa capire la realtà quanto la demografia), sosteneva che l’opinione sui fatti è forte ed importante quanto i fatti e, talvolta, molto ma molto di più.

Quelli che vorrebbero il cambiamento ma sono certi che sia impossibile sono forse la forza più potente (e imponente) della Calabria, quella che custodisce al suo interno energie positive, intelligenza, saperi, competenze tecniche e professionali notevoli. Ma è una forza, rispetto al cambiamento, inutile.

Accanto ci sono strati sociali vasti (più di quanto si crede) che sono interessati a non cambiare perché avvantaggiati dalla situazione che c’è (la burocrazia, che in Calabria non ha una tradizione di alta formazione, credo sia in parte, importante ma non decisiva di questo segmento socio-culturale). Questo blocco conta molto più del precedente perché opera e fa al contrario di quello paralizzato dalla propria opinione.

Tra le energie positive sprecate perché convinte dell’impossibilità del cambiamento e gli strati interessati a bloccarlo, ondeggia la gran parte dei calabresi privi degli strumenti (politici, culturali e sociali) necessari al cambiamento, inadeguati perfino a individuare e promuovere classi dirigenti all’altezza del cambio (vedi alla voce: crisi dei partiti e dei sindacati).

Di assolutamente negativo, c’è poi, il riflesso di tutto questo: quando s’innescano elementi, sia pure timidi e parziali di cambiamento, l’apparato ideologico delle culture calabresi impedisce perfino di vederli, non ne consente la comprensione, non li percepisce neanche. Da qui la sensazione che sia tutto fermo e immodificabile. Da sempre. Da qui la metafora della Calabria come negatività eterna e terra senza storia, se non quella mitica e perduta nel tempo.

Va poi ricordato un aspetto fondamentale del problema: l’intero assetto istituzionale calabrese, compresi i corpi intermedi del potere e l’insieme delle agenzie sociali, e naturalmente i partiti, si sono modellati su questa realtà che riproducono in continuazione (difetti compresi). E’ un insieme che ormai trova la propria giustificazione prima di tutto nel garantire la paralisi.

Il problema è capire (questo mi è sembrato abbia sostenuto Oliverio) se dietro tutto questo (e malgrado tutto questo) ci siano punti in movimento nella società calabrese: ambientalismo, intellettuali, volontariato, culture della modernità, delle donne e della diversità e perfino pezzi di imprenditorialità nuovi. Insomma, piccoli elementi sfuggiti alla paresi. E va verificato, se l’ipotesi dovesse essere fondata, se tutto questo può – non so da chi – può essere messo in rete per far crescere quella che Oliverio, riprendendo un termine che circola nella società meridionale e calabrese da qualche anno, ha chiamato rete-civica.

E’ una scommessa la cui realizzazione sconvolgerebbe vecchi assetti e vecchie abitudini. Ma potrebbe anche venire persa. Però, vorrei dire al mio amico: si può continuare a vivere senza avere un progetto e un’idea su cosa fare e dove andare? Può continuare la Calabria a essere immaginata come un libro bianco?