Direttore: Aldo Varano    

Sullo scioglimento del Comune di Lamezia (e di tutti gli altri)

Sullo scioglimento del Comune di Lamezia (e di tutti gli altri)
COMSCIOL Ad affrontare i tarli di stampo malavitoso/mafioso, che fanno scricchiolare tanti civici consessi calabresi, Lamezia in primis, mi sento di chiamare in causa gli appartenenti ad una stirpe eletta tra gli operatori agricoli aspromontani: i potatori. I potatori sono l’élite della manodopera agricola: sono agili e temerari, giammai subordinati, giammai sfruttati da caporali, sempre liberi e spesso a “cottimo”, vista l’elevata domanda in rapporto al numero degli stessi. Sono dei chirurghi dell’albero che al posto del bisturi usano accette, forbici, roncole, recidono i rami secchi con sapienza antica, cauterizzano le ferite che si sono insinuate nelle cortecce, si arrampicano, a proprio rischio e pericolo su tronchi secolari per scrutare le chiome, per carpire i segreti delle annate. Ne servirebbero tanti di questi specialisti dello “sfollamento”, al fine di recidere i  guasti all’interno dei comuni scricchiolanti lasciando i rami buoni, quelli fruttuosi, quelli che recano all’interno una linfa intatta.

In effetti, svellere totalmente gli alberi, eradicarli e sostituirli con dei finti apparati, posticci ed artificiosi, che nulla hanno a che spartire con l’albero vero, significa desertificare la volontà popolare. Significa a mio avviso, togliere ossigeno ad una parte di società, quella società civile che attonita osserva e non si capacita di certi meccanismi, che però subisce la sostituzione dell’albero vero con l’albero artificiale, con il tronco e le foglie di plastica.

Ecco perché invocare i potatori in via preventiva. I pubblici poteri servono a questo. Esistono una serie di norme, a disposizione del Prefetti, che esulano dal controllo giudiziale e che usati ab inizio, possono in qualche misura arrestare l’invasione dei tarli o allontanarne l’insediamento. Questo tipo di azione sarebbe auspicabile in tutte le ipotesi in cui esistono indizi di infiltrazioni mafiose, un’azione anticipata che manterrebbe integra la volontà di coloro che col voto hanno espresso un diritto. Non solo, manterrebbe un circuito di collaborazione e dialogo tra gli amministratori capaci e le parti oneste della popolazione che hanno desiderio di attivarsi per il funzionamento del bene comune. E quante realtà buone sono state disarticolate e inaridite da repentini scioglimenti di amministrazioni comunali!

Quante realtà attive in questo momento a Lamezia si sentono avvilite al pensiero di una possibile, vanificazione dell’amministrazione popolare. Non è l’onta dello scioglimento per mafia che pesa, ad esser sciolti sono stati Comuni lombardi, liguri, piemontesi -più o meno celebre-, no, non è questo, tanto l’Italia all’estero si porta una triste etichetta e se la continuerà a portare appresso. È piuttosto il dover prevedere l’inevitabile decadimento della macchina amministrativa, l’assessore che non si trova più al suo posto, il dirigente che non sa a che santo votarsi, il Commissario di turno che sia pur animato da buona volontà, ha già tanti compiti da svolgere che non riesce neppure a sedersi dietro la scrivania. È il lento tracollo di una fattiva collaborazione tra cittadini e amministratori, l’ordinario che prevale su tutto e che annulla la possibilità di progredire con iniziative partecipate.

 A fronte di questo autentico vilipendio delle ragioni e dei diritti della gran parte di coloro che vivono e operano nei comuni al momento sotto i riflettori del Ministero dell’Interno, Trovo eroico il gesto di resistenza democratica di colui che incarna, quale sommo vertice, la volontà popolare depotenziata.

Giustamente il primo cittadino si appella ad un diritto che l’illustre calabrese Costantino Mortati, eminente costituzionalista, avrebbe voluto incidere nella Costituzione Italiana. Per ragioni di opportunità politica non fu inserito, ma sebbene, non scritto, emerge evidentissimo quale principio informatore dei diritti Fondamentali sui quali il nostro Stato si fonda.

 Il diritto-dovere di resistenza, legittima oggi lo sciopero della fame del Sindaco di Lamezia, come ieri quello delle maestre per lo just soli ai bambini figli di stranieri nati in Italia, o quello delle lavoratrici di Rizziconi per gli stipendi arretrati.

E sebbene mi accuserete di essere retorica, come potrei, ora che sono al termine di questa difesa delle ragioni del no allo scioglimento, evitare di trascrivere il testo di quello che, sarebbe diventato l’art. 54 della Costituzione? Eccovi dunque -quasi in viva voce- un brevissimo estratto della seduta del 23 maggio 1947 e la richiamata disposizione.

  Presidente Terracini. [...] Passiamo ora all'articolo 50:

«Ogni cittadino ha il dovere di essere fedele alla Repubblica, di osservarne la Costituzione e le leggi, di adempiere con disciplina ed onore le funzioni che gli sono affidate.

«Quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all'oppressione è diritto e dovere del cittadino».

Merlin Umberto- relatore- chiedo di parlare;

Presidente Terracini. Ne ha facoltà.

(…)