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Cambiamento? Come? con chi? perché? Calabria muta e senza progetto

Cambiamento? Come? con chi? perché? Calabria muta e senza progetto
camb Ciclicamente, come l’alternarsi delle stagioni, si apre una discussione, sempre ben argomentata, sulla effettiva capacità della Calabria di creare un diverso futuro economico, sociale e, quindi, politico. Questa volta il tema è ancora più drammatico, perchè chiama in causa non solo l’aspirazione dei calabresi al cambiamento, ma la loro voglia effettiva di perseguirlo o l’impossibilità di tale obiettivo, avuto riguardo di una sorta di forza superiore alimentata dai vizi atavici degli abitanti di questa regione, che rende immutabile la nostra storia di emarginazione e di sottosviluppo come se fosse scritta su una pagina che rimane sempre bianca.

Allora parlare semplicemente di “cambiamento” può apparire quasi riduttivo, se si tiene conto che la vicenda calabrese è ormai fuori controllo e mette in crisi tutti i parametri e i misuratori dei livelli di sviluppo e di qualità della vita, dal pil al reddito pro-capite, alla disoccupazione giovanile, ai consumi di beni e servizi e di beni culturali più specificatamente. Ma cambiare che cosa e per che cosa, questo è un interrogativo che rimane spesso senza risposta. E sopratutto chi dovrebbe guidare il cambiamento?

Solitamente si cambia o perchè si è esaurito un ciclo o perchè gli obiettivi perseguiti non sono stati raggiunti. Solitamente quando ciò si verifica si cambiano gli obiettivi, ma anche chi aveva il compito o il ruolo per perseguirli.

In Calabria, da quel che leggo, si starebbe verificando una situazione anomala, con il Governatore che, a metà del suo mandato, starebbe per avviare una fase 2 di radicale cambiamento delle politiche di sviluppo della regione senza che siano chiari obiettivi e strategie.

La Calabria è ormai uscita fuori da tutti i radar della politica dei governi, ma sopratutto degli interessi culturali degli intellettuali, così come la questione meridionale che è stata relegata esclusivamente a questione criminale, con tutti i danni che un tale approccio ha provocato e ha sulle politiche nazionali e europee in favore del Mezzogiorno. La lettura che si fa della situazione calabrese degli ultimi trent’anni continua ad essere affidata, nella migliore delle ipotesi, alla poetica criminale delle Anime nere di  Gioacchino Criaco e del bellissimo film di Francesco Munzi.

Dove sono gli eredi di Sturzo, di Gramsci, di Nitti, Dorso, Salvemini, Giustino Fortunato, di Alvaro, di Giovanni Russo, le analisi lucide di riviste come Nord e Sud, della prima Svimez di Pasquale Saraceno? 

Si trova difficoltà a parlare  dei giovani cervelli che stanno alimentando la seconda drammatica emigrazione dopo quella epocale degli anni 50 e 60, che doveva spopolare le campagne e contribuire al miracolo economico del Nord del paese. Si parla a stento della realtà alienante dei call center, dei mega centri commerciali, delle lunghe liste ai concorsi per infermiere professionale o operatore socio sanitario.  Mentre delle nostre periferie urbane abbandonate al degrado e al sopruso della criminalità interessano solo qualche report televisivo.

Cambiare, allora, vuol dire che si avrà finalmente il coraggio di cambiare i cattivi consiglieri, di affermare senza timidezze che la questione calabrese non è una questione criminale, anche se occorre alzare sempre più l’asticella della lotta alla piccola e grande criminalità, ma deve diventare nuovamente una questione nazionale, con l’impegno dello stato di finalizzare risorse e politiche straordinarie lontane dall’ ”Industrializzazione senza sviluppo” del passato; della classe dirigente calabrese di rigenerarsi dal familismo amorale e dalla mancanza di cultura civica; della Regione di promuovere autonomamente un processo di autoriforma, che la renda effettivamente organo di programmazione e di confronto con lo Stato e l’Europa, facendo tesoro dei grandi errori del passato;  dei 408 Comuni di ricondurre l’urbanesimo malato in un modello di città in cui scompaiono le periferie e si rinnova un dialogo virtuoso tra città e campagna; delle Università sempre più custodi della storia e della civiltà, ma indirizzate verso la modernità, affidando ai giovani i saperi da spendere in favore di questa terra.

E’ questo il cambiamento a cui si pensa? Ben venga. A questo punto diventa priva di fascino anche la discussione sul fatalismo che incombe sulla Calabria, che non vuole o non può cambiare.

E’ decisivo capire se c’è un modello culturale che ispira il cambiamento e, sopratutto, con quali risorse umane si vuole guidare questa “rivoluzione”.