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VERSO IL VOTO. Elezioni, sondaggi e pubblicità

VERSO IL VOTO. Elezioni, sondaggi e pubblicità
sonda «Io penso che le campagne elettorali non vanno mai prese molto sul serio perché la gente fa propaganda». Una perla di saggezza che andrebbe scolpita sull’ingresso di tutte le redazioni dei giornali. Magari aggiungendo i riferimenti bibliografici: Massimo D’Alema a Carlo Fusi, Il Messaggero, 7 febbraio 2013. Valeva cinque anni fa e vale oggi. Allora mancavano una ventina di giorni alle elezioni che avrebbero squassato il bipartitismo imperfetto su cui s’era retta la Repubblica italiana. Nessuno (tantomeno i sondaggisti) lo avevano capito.

Anche in questi giorni si replica lo stesso film. Riemerge la teoria del voto utile? Renzi tuona: la dispersione aiuta la destra. Bersani e D’Alema (e perfino Grasso) lo attaccano frontalmente. Usano stesse parole e stessi concetti con cui Ingroia attaccava D’Alema e Bersani, raffinati teorici del voto utile nel 2013 per non favorire destra e dispersione. Renzi oggi smacchia Bersani che aiuta Berlusconi. Nel 2013 Bersani attaccava Monti: "Vuol far vincere la destra" (Messaggero 11/2/2013).

Intanto i sondaggi infuriano. I sondaggi, come (non) è noto, si rifanno soltanto a una parte degli elettori: quelli che oltre ad andare al seggio hanno già deciso come votare. Un terzo degli italiani deciderà solo negli ultimissimi giorni e, quindi, non verranno monitorati da nessuno. Un bel po’ addirittura deciderà solo dopo essere entrato nel seggio. Ma fanno vendere i giornali, che hanno ormai un sondaggista di fiducia secondo il proprio orientamento politico (e la proprietà) e tirano in Tv. Impazzano quotidianamente e sono diventati fondamentali strumenti di propaganda sostituendosi gli agit-prop delle sezioni Pci e delle parrocchie Dc. Ultimi casi: al referendum raccontavano di un testa a testa finale (con vantaggio del No) ignari dello tsunami di venti punti di differenza che decretarono più che la vittoria il trionfo del No. In Sicilia, il sondaggio ordinato dalla sinistra radicale di Claudio Fava, esibiva un potenziale del 15% e il sorpasso del centro sinistra che, invece, prese il triplo dei voti di Fava. Nel 2013 sulla vittoria di Bersani nessuno aveva dubbi come mostrano le paginate della Stampa l’8 febbraio 2013, ultimo giorno utile per pubblicarli. Mannheimer, allora non ancora passato al centro destra con bagagli e soprattutto armi, giurava sul Corsera: Berlusconi 29,7; Bersani 37,2. Ma Bersani vinse (si fa per dire) per 3 centesimi di punto su Berlusconi mentre Grillo veniva stoppato da tutti tra il 12 e il 14: lontanissimo dell’exploit del 25,55 che ne fece il primo partito italiano. Ingroia era dato oltre la soglia del 4. Si fermò a circa la metà. Solo Weber della Swg, che pure lo dava al 4, era un po’ cauto. Spiegò ai giornali che riguardando i sondaggi precedenti del 2008 aveva scoperto la sopravvalutazione sondaggista della sinistra radicale dell’Arcobaleno e temeva un nuovo errore su Ingroia. Pare che agli intervistati piaccia essere duri e puri coi sondaggisti: i partiti con cattiva fama vanno giù i puri vanno su. Poi il voto reale rimette le cose a posto. Che sia oggi così anche per Bersani e Grasso?

Le prossime elezioni (marzo?) sono ancora più complesse. Gli esperti concordano (ma non lo scrive quasi nessuno) nel giudicare insondabile l’esito (tecnico ancor prima che politico) di una parte ampia del Rosatellum. Tra Camera e Senato circa 300 seggi verranno decisi in collegi dove voteranno un massimo di 170/ 180mila elettori e vincerà, in ognuno dei 300, chi prenderà un voto più degli altri. Sarebbe perfino possibile (ipotesi limite che spiega la complessità) prendere più seggi di altri partiti con più voti (come accadde a Trump negli Usa). Nessun sondaggista in Italia possiede le strutture necessarie per monitorare simultaneamente 300 realtà diverse e particolari: vittorie e sconfitte saranno decise da un pugno di voti, inferiori a quelli delle forbici delle proiezioni (non dei sondaggi) perché è impossibile calcolarli. Quanti collegi perderà il Pd? Riuscirà a prenderne almeno uno la sinistra di D’Alema e Bersani, cioè a essere in uno dei 300 collegi partito di maggioranza relativa, cioè sforare il 30 di un bel po’? E il M5S? Soprattutto in che misura il voto uninominale veicolerà il voto proporzionale, o viceversa, tenendo presente che il voto disgiunto è possibile solo tra partiti dello stesso schieramento e che quindi “chiude” i 5S e LeU che corrono soli? In questo quadro d'incertezza una sola cosa sembra altamente probabile: nessuno dei tre schieramenti riuscirà ad assicurarsi la maggioranza.

Certo, qualcuno avrà la soddisfazione di essere lo schieramento più forte: un primato che quasi certamente andrà al Cdx che, nonostante i suoi conflitti politici interni, spesso di carattere strategico, si presenta come lo schieramento più compatto esistente sulla piazza. Ma la stessa ragione per cui nessuno alla fine avrà la maggioranza potrebbe innescare il blocco di qualsiasi maggioranza di governo. E a quel punto resterebbero solo due ipotesi: o nuove elezioni o la rottura verticale di uno dei tre schieramenti (i 5S?) in nome della responsabilità nazionale (e della conservazione del seggio).