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L’ANALISI. Si voterà al buio. Si dice: per le larghe intese. Sì, ma quali?

L’ANALISI. Si voterà al buio. Si dice: per le larghe intese. Sì, ma quali?
dechirico UNO. Alle elezioni del prossimo marzo per la prima volta nella storia della Repubblica gli italiani andranno a votare al buio. Non era mai accaduto, dal 1948 al 2013 compreso, che prima di votare non conoscessero il ventaglio di tutte le possibilità esistenti. Il sistema politico ed elettorale nel nostro paese squadernava con chiarezza e in anticipo tutti i possibili vincitori della partita. Il vincitore poteva essere socialcomunista o demolaicocentrista, di centro sinistra o sinistra, di centro sinistra o centro destra, con piccole varianti e nessun’altra sorpresa. Era l’Italia del bipartitismo imperfetto: molto più bipartitista e assai meno imperfetta.

Il 2013 ha travolto tutto. Ora l’Italia è tripolare grazie ai 5s. Ma quando si votò nel febbraio di 5 ani fa non si sapeva che l’Italia fosse diventata tripolare ora gli italiani lo sanno. Nessuno sa se questa consapevolezza innescherà nuovi orientamenti politici e scelte elettorali. Per la prima volta le elezioni del prossimo 4 marzo consentono una possibilità alta, e non interamente prevedibile, di combinazioni. Un inedito per la storia repubblicana.

Per gli analisti le domande si sono maledettamente complicate. Non più: quale governo si farà? Ma: sarà possibile fare un governo? E se lo sarà, da chi sarà composto? E’ l’esito della bocciatura referendaria che rischia di infilarci in una brutta instabilità. Questo quadro ha già iniziato a produrre fatti non prevedibili. Per esempio ha bloccato lo Ius soli per non rischiare l’azzoppamento del governo Gentiloni che andando in minoranza avrebbe impedito a Mattarella di utilizzarlo eventualmente in attesa di trovare un’alternativa o di indire nuove elezioni.

DUE. Il paese avverte il rischio? I segnali fanno intendere sì, ma nessuno ha idea della reazione degli elettori. Il Rosatellum aggrava il tutto: quale sarà l’effetto trascinamento (ci sarà veramente?) tra voto maggioritario e voto proporzionale? Svantaggerà in modo significativo i partiti soli al voto come i 5S e il blocco di D’Alema? In questa realtà i sondaggi valgono carta straccia: interamente leve di propaganda elettorale per “galvanizzare” o “deprimere” attivisti ed elettori anziché strumenti d’indagine sugli orientamenti del paese, come lo stesso Pagnoncelli ha spiegato sul Corsera del 17 dicembre. La logica politica spinge a ipotizzare un inedito exploit del voto utile ma, primo paradosso, è difficile capire in quale direzione.

Il secondo paradosso misura la dilagante incertezza. Tutti i leader del tripolarismo garantiscono la propria vittoria. Di Maio e Berlusconi hanno aggiunto a cosa punteranno se non vinceranno (ammettono quindi questa possibilità) mentre Renzi avverte che il Pd sarà il partito più forte alla Camera ma è molto più timido nel garantire che avrà un’autonoma maggioranza. Insomma, tutti vincitori, ma nessuno è certo. L’elenco delle variabili governative è lungo. Berlusconi vince (sostiene) ma intanto chiede un governo Gentiloni in attesa del nuovo voto se nessuno avrà la maggioranza. Di Maio avverte che appena chiuse le urne chiederà a tutti i partiti di appoggiare programma e governo dei 5s. D’Alema, che più realisticamente degli altri dà per scontato che nessuno vincerà, ha ripetuto che nel caso servirà un governo di alto prestigio e alte personalità per riforme e per salvare il paese da una deriva come quella austriaca.

TRE. Il passaggio dai politici agli analisti complica le cose. Il M5s potrebbe fare un governo con la Lega Nord (numeri permettendo) perché i due partiti sono decisamente affini su immigrazione, Europa, euro (vedi il boicottaggio di entrambi sullo Ius soli). Ma il M5s potrebbe fare il governo anche con LeU (che lo Ius soli voleva votarlo) che considerano la Casaleggio una specie di nuova costola della sinistra, o comunque l’equivalente della nuova Dc (su cui arriva un revisionato giudizio di rispettabilità).

La soluzione meno rivendicata dagli eventuali protagonisti, terzo paradosso, è la più gettonata e viene utilizzata come arma contro i nemici o gli ex amici ed è quella delle larghe intese: definizione che nasconde diverse versioni. L’accordo tra Fi e Pd è la versione classica. Si badi: non tra Cdx e Pd con alleati. Ma tra Berlusconi, in rottura quindi con Salvini e la Meloni, e Renzi o chi lo sostituirà se il voto dovesse affondare il fu rottamatore. E’ la formula (mai ventilata o immaginata nella campagna elettorale del 2013) adottata dopo lo choc di quell’anno quando il Pd, diretto dai bersaniani con Renzi all’opposizione, subì il trionfo del tripolarismo che negò la maggioranza a chiunque e fece il governo con Fi. Berlusconi e Renzi hanno più volte escluso questa soluzione. Ma per gli analisti (che talvolta guardano al futuro condizionati dal passato) Fi e Pd saranno “costretti” alle larghe intese e le loro attuali affermazioni non vanno prese in considerazione.

QUATTRO. Ma guardando con più attenzione le cose si ingarbugliano. Renzi è improbabile che possa fare un governo con Fi e presiederlo. Fin qui nessun problema, ci sono Gentiloni, Minniti, Delrio e altri ancora. Nessuno è insostituibile. Ma Berlusconi può affrontare una rottura che sarebbe abbastanza definitiva con Lega e fascio-fratelli senza cui diventa marginale e irrilevante? E se salta il governo dopo l’accordo che fa? Vende Fi ai cinesi come ha fatto col Milan e si ritira? Anche per il Pd sarebbe dura. Da Cuperlo a Orlando, per non dire di gran parte del suo elettorato che continua a considerarsi l’architrave della sinistra, rischierebbe una rivolta e/o uno scivolamento di massa verso LeU. La variante (di chi?) prevede che LeU sia della partita, magari con la garanzia dell’accantonamento dei renziani. Ma ammesso e non concesso che regga per Bersani e D’Alema (hanno già esperienza di governo con Berlusconi) pare improbabile che la sinistra radicale che di LeU è la parte maggioritaria possa accettarlo.

CINQUE. E quindi? Se nessuna delle tre punte del tripolarismo italiano avrà una maggioranza autonoma, se i 5s con la Lega o LeU non ce la faranno, se Pd e LeU non saranno maggioranza (ma se lo fossero Renzi avrebbe avuto un buon risultato e sarebbe difficile emarginarlo) si aprirebbe una pausa in attesa di nuove elezioni. Certo, l’attesa potrebbe caricarsi di novità. Per esempio, nell’attesa potrebbero crescere a dismisurai deputati e senatori “responsabili” disposti a tutto per dare un governo la paese (e conservarsi il seggio parlamentare per 5 anni). E in questo caso l’anello debole o forte (dipende dal punto di vista) dell’operazione non potrebbe che avere al centro il M5s. Ma questo è un altro discorso.

*giorgio de chirico, l'incertezza del poeta, 1913.