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L’ANALISI. I ballottaggi e l’Italia del non governo

L’ANALISI. I ballottaggi e l’Italia del non governo
cdxcsx   UNO. Ci sono due cattive notizie per il paese.

DUE. La prima è cattivissima (anche) per Renzi e D’Alema, Prodi e Pisapia, per Pd e Cgil, Anpi e Libera, per il Manifesto, radical chic e Cattivi Maestri di tutte le tendenze. Formulazione netta: la sinistra unita elettoralmente perde. I ballottaggi declinano in tutte le lingue questa notizia. Gli spezzoni dell’arcipelago sinistra, un tempo orgogliosamente spacciati come “la ricchezza delle diverse sensibilità”, quando si avvicinano e confondono tra loro ne paralizzano ormai l’intero universo e, soprattutto, tolgono credibilità ai diversi progetti di quanti si proclamano (si autoproclamano) protagonisti di quella storia. Insomma, più la sinistra si unisce più s’indeboliscono le sue possibilità di vincere e governare. Non è necessario, qui ed ora, allungare lo sguardo alle prossime politiche. Ma è abbastanza probabile, con buona pace di quanti si sbracciano, che affrontarle con la sinistra assemblata e bella e unita sprofonderebbe una grande tradizione in un buco nero. Raccontano questo i ballottaggi che registrano il trionfo del centro destra e il crollo Pd. Un Pd che nell’occasione ha rappresentato la sinistra unita e che, proprio per questo, conosce smottamenti e voragini che vanno perfino oltre i ballottaggi a Genova Sesto S Giovanni Piacenza Pistoia Carrara, fino a intaccare il cuore del suo patrimonio storico.

TRE. La seconda è cattivissima (anche) per Berlusconi, Salvini, Meloni, Casa Pound e l’arcipelago che si snoda dalla destra moderata e Centrista alla destra del fascio. Altra formulazione netta: il centro destra elettoralmente funziona. Ma solo se è unito, perché unito recupera credibilità maggioritaria e riacciuffa i voti in libera uscita che nel 2013 affidò alle 5 Stelle, sempre più spente dopo avere assolto alla propria funzione: illuminare la realtà di un paese complesso come l’Italia (unità ritardata, sovversivismo delle classi dirigenti anziché subalterne, imperialismo straccione, invenzione della destra dura e pura del Fascismo, Trasversalismo Dc/Pci, dualismo Nord/Sud come solida garanzia dell’Unità d’Italia).

QUATTRO. Riassumo. La sinistra quando si unisce perde o non riesce a governare (chiedere a Prodi o Bertinotti). Accade perché quando le sinistre si uniscono gli italiani capiscono che si sono avvicinate non per costruire e realizzare un progetto ma per meglio spararsi addosso e trionfare una contro l’altra. L’unità della sinistra fa percepire al paese la rinuncia a perseguire gli obiettivi, per lo più inconciliabili, che le sinistre, ognuna per proprio conto, propongono al paese. Le sinistre: separate, non si avvicinano neanche vagamente alla maggioranza; unite, perdono capacità di egemonia rispetto al governo del paese.
La destra unita elettoralmente, al contrario, funziona. Su questo punto si differenzia dalla sinistra. Ma la sua unità, dal punto di vista del governo per l’Italia, fa cilecca assomigliando drammaticamente alla sinistra unita. Quelli che si “accozzagliano” tutti insieme pur essendo metà sponsor del jobs act e metà suoi nemici implacabili, e quanti si uniscono metà accettando l’Europa e difendendo l’euro e metà sognando la sua rottura e il ritorno alla vecchia e tranquillizzante liretta, alla prova del governo del paese sbattono, esibiscono contraddizioni insanabili e fragilità.

L’handicap insuperabile della destra è che senza le sue componenti radicali ed estremiste è nettamente minoranza. Il giocattolo ha funzionato solo fin quando un geniale giocoliere (Berlusconi) è riuscito a tenere la destra unita garantendo al paese che poteva stare tranquillo perché le sue componenti radicali ed estremiste pesavano meno del due di coppe quando la briscola è mazze. Ora che non è più così il centro destra può vincere a livello amministrativo, o addirittura trionfare come domenica scorsa, ma sarà impotente e sempre più inservibile per il governo del paese. Da qui la determinazione di Berlusconi a tenere unito il centro destra e a chiedere insieme una legge elettorale rigorosamente proporzionale in stridente contraddizione con la possibilità che il centro destra, in quanto tale, si proponga per il governo dell’Italia.

CINQUE. Insomma, “L’Italia del non governo”, come filo di ricostruzione storica, utilizzato da Piero Craveri anche come titolo di un suo imperdibile saggio (Marsilio, 2016), più che rivisitare “L’inesorabile declino della Repubblica italiana” (sottotitolo del volume) sembra proporre la metafora necessaria per meglio capire il nostro futuro. Certo, con una accentuazione sempre più drammatica perché sono venute meno le condizioni che, nonostante il non-governo, in passato hanno consentito all’Italia (la linea del confine europeo tra mondi contrapposti) di crescere.

P.S. La situazione italiana, per molti aspetti, non è assai diversa da quella francese dove la sinistra è tendenzialmente scomparsa e le destre (se unite) sono incompatibili col Governo. La differenza è (per ora) che in Francia Macron ha (miracolosamente?) riorganizzato e rifondato il consenso del paese proponendo un tavolo radicalmente nuovo e senza alcun appesantimento del passato sul filo inequivoco di un rilancio netto delle potenzialità europee, senza furbizia o subordinata. E, per ora, lì sta funzionando.