Papa Francesco è una figura di profondissima spiritualità evangelica. È un critico feroce del capitalismo e anche, in parte, dell’Occidente. E qui si spiega il legame con le sue radici sudamericane: l’Argentina, come tutta l’America Latina, vittima storica del modello capitalistico occidentale. Una regione che avrebbe potuto prosperare autonomamente, se solo le fosse stato permesso di autodeterminarsi.
È da questo vissuto che deriva la sua grande autorità spirituale, radicata profondamente nel Vangelo, e anche la sua grande autorevolezza politica a livello globale. Lo dico nel pieno rispetto della laicità, della distinzione tra Chiesa e comunità politica, tra fede e storia.
Proprio dalla sua assoluta fedeltà al Vangelo nasce la sua libertà di critica nei confronti di un modello di sviluppo che egli denuncia come produttore di “scarti umani”. Per Papa Francesco, la globalizzazione – intesa come prodotto della finanziarizzazione neoliberista – non è una forza neutra: genera esclusione, ingiustizia e devastazione sociale.
Questa visione si ritrova in tutti i suoi documenti principali, a partire da Evangelii Gaudium, la sua prima esortazione apostolica, fino a Fratelli Tutti. Fin dall’inizio, ha ribadito che la gioia del Vangelo è anche un impegno sociale e politico: l’evangelizzazione implica la promozione della dignità umana e della giustizia.
Papa Francesco si pone nel solco del Concilio Vaticano II, della teologia della liberazione, e più in generale della dottrina sociale della Chiesa, che inizia con la Rerum Novarum di Leone XIII: una critica alla società industriale che sacrificava il lavoro al capitale. Francesco, però, va oltre: non parla solo di sfruttamento, ma di scarto, di esseri umani esclusi dal consesso sociale.
Il cristianesimo, ricordiamolo, è una religione fondata sull’incarnazione: Gesù Cristo si fa uomo, non per gioco, ma per assumere su di sé la condizione umana. Quando Papa Francesco richiama la “scelta preferenziale dei poveri” non lo fa per ragioni ideologiche ma per fedeltà al Vangelo.
Eppure, qui nasce anche una tensione interna. Perché il cristianesimo coincide storicamente con il mondo occidentale, ed è difficile per molti accettare un Papa così radicalmente critico verso quell’universo che percepiscono come “casa propria”. Un Papa che ci invita a cambiare la struttura stessa del mondo, non a limitarci alla beneficenza.
Questo sconvolge: sconvolge il credente, che vede messa in discussione l’identità culturale a cui è legato, e sconvolge il cittadino, che si trova a confrontarsi con una critica radicale al modello occidentale di sviluppo.
In tutti i suoi documenti si avverte questa ansia di dialogo con il mondo: un mondo immenso, plurale, che va oltre i confini dell’Europa e dell’Occidente, e che la Chiesa deve imparare a incontrare non da conquistatrice, ma da sorella.
La difficoltà non è solo nella Curia o nell’episcopato – selezionati in epoche diverse – ma nel popolo di Dio. Alcune minoranze adorano Francesco, altre sono spiazzate, sentono che “questo Papa” racconta qualcosa di sconvolgente. Come dimenticare il suo primo Giovedì Santo, quando si recò a lavare i piedi ai detenuti, tra cui anche donne e musulmani? Un gesto che dice tutto.
La prima uscita di Papa Francesco in Italia fu a Lampedusa. Non è un caso: per lui, e lo dice chiaramente, la realtà è più importante dell’idea.
Ora, sarà che vengo da un “anno milaniano”, ma trovo in questo atteggiamento una grande sintonia con il pensiero di quel prete di Barbiana: anche lui, guarda caso, era un forte critico del capitalismo, proprio perché stando dalla parte dei poveri sapeva bene che cosa significasse essere scarti umani di un sistema che li aveva prodotti.
Questo è Papa Francesco: per lui la guerra è uno dei prodotti più raffinati e perversi di questo stesso sistema. Stiamo assistendo al disfacimento di un modello di sviluppo che sta generando la devastazione del creato, l’emarginazione di intere popolazioni, fortissime diseguaglianze, l’impoverimento delle risorse fondamentali, come l’acqua. Tutto si tiene. Ecco perché Francesco insiste: bisogna andare alla radice, cambiare il modello di sviluppo.
Questo messaggio attraversa non solo Fratelli Tutti, ma tutti i suoi discorsi e scritti. È un grande critico del sistema economico e politico contemporaneo, ma al tempo stesso esalta il ruolo della politica.
Non dimenticherò mai quella messa in Vaticano. Quel giorno Papa Francesco, durante l’omelia, ci lesse un discorso durissimo contro la corruzione: fu un vero e proprio massacro morale. Non ci guardò nemmeno in faccia, fece la sua denuncia senza sconti e se ne andò. Ma fu anche un forte richiamo positivo: alla responsabilità della politica, alla sua funzione più alta.
In Fratelli Tutti, infatti, Francesco ci ricorda che ci prendiamo cura di nostro fratello non semplicemente per un dovere astratto, ma nella misura concreta in cui ci assumiamo la sua fragilità. Racconta la parabola del buon samaritano: l’altro diventa nostro fratello nel momento stesso in cui ci prendiamo cura di lui.
Se aiuti un anziano ad attraversare la strada, compi un atto di carità personale. Ma come politico, il tuo compito è creare le condizioni perché quella persona possa attraversare la strada da sola, in autonomia e sicurezza.
Papa Francesco scombina anche la politica, ed è per questo che l’Occidente, e in particolare gli americani, non lo amano. Alcuni politici lo apprezzano solo quando parla di certe cose, ma non quando affronta altri temi: questo è sempre successo e continua a succedere.
Bisogna anche ricordare un altro aspetto fondamentale: Papa Francesco non è attaccabile sul piano dottrinale, e questo è un punto di forza enorme contro i suoi critici. Perché? Perché la Chiesa predica la verità, quella verità che si è formata e consolidata nei secoli. Il Vangelo è quello, ma il modo con cui la Chiesa lo annuncia e lo interpreta si è evoluto, anche grazie al dialogo con le culture del tempo.
Ricordiamo le parole di Giovanni XXIII sui “segni dei tempi”: il movimento delle donne, il movimento operaio e tante altre spinte sociali hanno aiutato la Chiesa a leggere il Vangelo con occhi nuovi. Pensiamo alla condanna della guerra: è arrivata solo con Benedetto XV nei primi decenni del Novecento. Prima di allora, quante guerre erano state benedette? Durante la Prima Guerra Mondiale, la Chiesa benediceva i soldati che partivano per il fronte: la teoria della guerra giusta era ancora dominante.
È quindi nell’ascolto delle culture del tempo che la Chiesa ha saputo maturare anche il modo di annunciare la sua verità evangelica. Papa Francesco, da questo punto di vista, è inattaccabile: sui cosiddetti grandi temi eticamente sensibili, non ha mai cambiato la dottrina. Non troverete una sua parola favorevole all’aborto. Però è stato il primo Papa a dire che una donna che si confessa dopo un aborto non deve più passare per l’autorizzazione del vescovo. Una volta, infatti, chi aveva compiuto quell’atto veniva rimandato al vescovo per ottenere l’assoluzione. Francesco ha semplificato: il sacerdote può assolvere direttamente, senza sospensioni.
La Chiesa è madre e accoglie tutti i peccatori. Infatti, le parole durissime di Papa Francesco contro la mafia e contro la corruzione sono legate proprio a questo: la mafia e la corruzione sono strutture di peccato che non liberano la persona, anche se chiedono il perdono.
Ma Dio è misericordioso e accoglie tutti. Ed è proprio in questo che si manifesta la vera fratellanza. È chiaro, perciò, perché dentro la Chiesa Papa Francesco ha scombussolato tante certezze. Noi siamo diventati cristiani “tranquilli”: andiamo a messa, forse un po’ meno di prima. Una volta l’Italia era considerata un Paese cattolico, con un’altissima partecipazione: quasi tutti i figli e nipoti venivano battezzati, cresimati, comunicati, quasi tutti si sposavano in chiesa.
Oggi la situazione è cambiata. Anche chi si definisce ancora anagraficamente cattolico spesso convive serenamente con un modello di sviluppo che Papa Francesco critica radicalmente, salvo piccole minoranze considerate, non a caso, un po’ “pazze” anche all’interno della Chiesa stessa.
La stessa dinamica vale per la politica, l’Europa, gli Stati Uniti, e per tutti coloro che accettano un modello che produce scarti umani.
Papa Francesco lo ripete sempre: non è comunista, non è ideologico, ma si limita a riproporre il Vangelo. E invita tutti a non imprigionarlo in categorie ideologiche o politiche, perché tradiremmo il messaggio evangelico.
[trascrizione rielaborata dell’intervento di Rosy Bindi alla terza sessione dal titolo La Chiesa nel decennio di Francesco, nell’ambito della Scuola di formazione politica promossa da Patria e Costituzione e fuoricollana, svoltasi a Roma il 6-8 settembre 2024]










