La Calabria tra luci, ombre e un proverbio

La Calabria tra luci, ombre e un proverbio

Per tutta l’ultima domenica di gennaio mi sono confrontata con la follia che non sembra voler abbandonare il nostro mondo. Ho seguito le gesta dei nuovi Supereroi d’Oltreoceano, poi il sogno della Valchiria copresidente dell’Alternative für Deutschland, che al congresso del partito ha promesso di riportare indietro l’orologio della Storia tedesca.

Ho anche sentito Edith Bruck, prima su Rai-Radio 3 e poi da Fazio, raccontare delle “cinque luci” che le hanno dato la forza di sopravvivere nei lager nazisti, come, ad esempio, quella volta che un cuoco a Dachau le chiese: “Wie heißt Du?” e lei, una bambina rapata e cenciosa, abituata ad essere identificata solo col numero 11152 tatuato sul braccio, ci mise un po’ a rispondere: “Edith”. Oppure di quando la pistola che avrebbe dovuto ucciderla tornò miracolosamente nel fodero, senza aver sparato.

Poi ho saputo anche degli arresti domiciliari - nel frattempo revocati - al Sindaco di San Luca, a quanto pare per presunte irregolarità nella gestione del campo sportivo. Ho pensato: “Acqua al solito mulino”, immaginando la superficialità, a tratti davvero maligna, con la quale in Settentrione trattano le nostre vicende, approfittando di ogni occasione per timbrarci come figli di un dio minore - immagine molto utile nell’eventualità che ai nordici riesca la sospirata separazione da noi “sudici”. Purtroppo, molti di loro dimenticano o ignorano l’ammonimento di Enzo Biagi, per il quale l’Italia senza il Nord diventerebbe la Scandinavia del Maghreb, mentre senza il Meridione si trasformerebbe nel Maghreb della Scandinavia!

Ma, dopo queste riflessioni, ho incrociato una fervente apologia del Sindaco che si concludeva con l‘esortazione allo Stato ad andare a San Luca a leggervi opere di Corrado Alvaro, come se i cittadini - insegnanti compresi - fossero tutti degli analfabeti! Ora può darsi che io mi sbagli a non voler vedere nell’invito solo dolore, condivisione ed umana solidarietà, ma purtroppo mi è tornata in mente la piramide feudale che regge e governa la Calabria, anche se all’apparenza la democrazia ci ha ormai raggiunti, visto che siamo autorizzati a dare del tu a chi comanda, ed anche uno straccio di lavoro ottenuto a condizioni inenarrabili, ora si indica pomposamente come “coinvolgimento in un progetto”.

La servilità, imposta per secoli, ormai fa parte di molti DNA, per cui i propri (bi)sogni e le vere intenzioni si celano in parole di miele, e tante persone mentono non appena aprono la bocca. Per abitudine. Anche a sé stesse. E l’unico modo che hanno di racimolare qualche briciola di potere è trasformarsi in aguzzini coi propri sottoposti, truffando sui salari, sulla prevenzione, persino rosicchiando la misera pensione di un anziano parente, oppure offrendo un sostegno solidale che in realtà rappresenta un ulteriore carico per “l’aiutato”.

Nel tempo, anche coloro che stanno alla base della piramide - i “vinti”, per dirla con Verga - hanno imparato a smascherare la bontà apparente, condensando nei proverbi la saggezza dolorosamente acquisita. “Quandu vidi ‘a porta larga, trasi ‘i hjancu!”, ad esempio, significa che avendo intuito una trappola si deve entrare come se la porta offrisse appena uno spiraglio. Quest’atteggiamento di ritrosia di tanti calabresi appare incomprensibile ai più, ma denota la fiducia e le speranze puntualmente deluse anche da parte dei più intimi. Purtroppo, nella nostra terra il vocabolario è stato spesso stravolto, per cui “amico” può equivalere a “complice”, “rispetto” a “paura”, “onore” a “sopruso”, “diritto” a “favore”. Quindi, chi ancora non ha rinnegato la vecchia fede nell’Uomo, nella Natura e nel rispetto ad essi dovuto, per dedicarsi ad attività più moderne, più civili, come il look, il nail design, lo shatush, fatica non poco a (soprav)vivere in Calabria!

Ogni tanto paragono la nostra situazione a quella di un uomo che una sera, troppo ubriaco per raggiungere casa, si addormenta ai piedi di una colonna. Nella notte si sveglia, le gira intorno e non trovando vie d’uscita si mette ad urlare: ”Mi hanno murato vivo!” Quando si fa giorno, il sole illumina il poveretto di nuovo dormiente, accanto alla colonna circondata da un’infinità di spazio!

Magari io peccherò di presunzione, ma sono convinta che la Calabria, essendo già stata una testa di ponte per l’estensione della cultura greca all’intera Europa, ora potrebbe rivalutare questo suo ruolo ed agire di conseguenza. Passata l’ubriacatura delle merci sinonimo di felicità e del sogno di sottomettere la Madre Terra, è giunta l’ora di riscoprire gli antichi valori e di farli di nuovo circolare per il nostro continente ed il mondo, prima che la follia si trasformi in nuovi bagni di sangue!

Ovviamente, si tratta di un compito molto faticoso, visto che occorrono impegno, tempo, coraggio, umiltà. La Calabria è stata troppo a lungo raccontata da altri, ed ora gli intellettuali calabresi si trovano davanti all’impellenza di agire in prima persona, ma i nostri grandi del passato - se usati come Maestri e non per il “copy-and-paste” - rappresentano un’ottima nave-scuola.

In fondo, ci raccontiamo già come l’Umanesimo sia nato grazie a Barlaam di Seminara, maestro di greco e latino di Petrarca e Boccaccio, ed a Leonzio Pilato, anch’egli di Seminara, che tradusse Omero e diffuse lo studio del greco in Europa, quindi perché non ripetere un’esperienza che restituirebbe alla nostra terra la sua vera essenza?

In questo senso, buona luce, Calabria!

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