Direttore: Aldo Varano    

LA CALABRIA DOLENTE NEL CARCERE DI CATANZARO

LA CALABRIA DOLENTE NEL CARCERE DI CATANZARO
siano   L’altro giorno – su invito della bravissima direttrice del carcere di Catanzaro, Angela Paravati – sono stato per tre ore a discutere con quasi 200 detenuti, in una sala strapiena del penitenziario nel quartiere Siano, sulla Calabria dolente.

  Esperienza coinvolgente ma anche sconvolgente per molti tratti, visto che lì dentro, in quell’umanità reclusa, arrivano distintamente e senza alcuna eccezione i problemi della nostra terra; vengono colti e dibattuti in un laboratorio di lettura e di scrittura e, quando ce n’e’ l’occasione come l’altro giorno, messi a confronto con l’ospite. Anzi gli ospiti, visto che con me c’era anche la consigliera regionale Wanda Ferro.

Quello che e’ venuto fuori e’ uno spaccato di richieste e di domande che vanno ben al di là del carcerario in senso stretto, o della legalità, o della critica al funzionamento della giustizia. Temi, cioè’, attesi e normali.

  No: anche fin dentro quelle mura altissime arriva l’eco seppur soffusa di un dibattito sulla Calabria che soffre e sulla Calabria che potrebbe essere raccontata, letta, diretta, gestita in un altro modo. In un testo che mi hanno consegnato i detenuti hanno addirittura ricopiato una frase di Mao Tse-Tung: “Non siamo solo capaci di distruggere il vecchio mondo, siamo anche capaci di costruirne uno nuovo’’. E detto da loro fa riflettere…

  Un detenuto mi ha poi consegnato quest’altra frase: “Credo sia necessario ripartire dalle cose buone, ritornando un po’ indietro con il tempo’’. Un altro andando più nel profondo: ‘’Siamo noi meridionali che ci siamo rifiutati di diventare società, rimanendo una comunità dalle ristrette vedute o e’ lo Stato che non ha fatto nulla per favorire la trasformazione della comunità meridionale in società comune?’’.

  Pietro Oppedisano è stato il detenuto che ha letto il testo introduttivo al serrato dibattito: quattro fogli scritti a mano, densi e con mano sicura. Ha chiuso con due domande: quali forze occulte costringono la Calabria a vivere nell’isolamento completo? Quali partiti politici giocano sulle nostre speranze?

  Gli abbiamo risposto che di forze occulte non se ne vedono, sono tutte pubbliche e note quelle che ci costringono a questo stato di cose e che la colpa ricade tutta su di noi, nel bene e nel male, e che a fare le vittime non ci si guadagna granché’. Sui partiti politici abbiamo steso un velo, più o meno pietoso, ma lasciando ovviamente aperta la speranza. E non tanto per il luogo in cui avveniva questa discussione ma perché’ – e sta qui il cuore e la bellezza stessa di quel confronto – se coltivano possibilità di cambiamento persone che hanno sulla loro testa anni di galera già scontati e da scontare, o persino ergastolani (e c’erano l’altra mattina e sono stati i più fiduciosi per certi aspetti) allora il problema che noi abbiamo fuori da quelle mura è doppiamente più arduo e responsabilizzante. Lavorare sul troppo che non va ma cambiare la narrazione della Calabria, agire sulle leve di novità per responsabilizzare la gente, per non coprire il poco di buono che c’e’ con il manto del nero: sarebbe uno sforzo che tutti dovrebbero compiere ma – si sa – è tanto più facile urlare che cercare di capire. Quei detenuti di Siano, però, anche loro, persino loro ci chiedono l’esatto contrario. E sono cittadini italiani e calabresi e meridionali pure loro.