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LA POLEMICA. Lamberti: ecco perché non sono d’accordo con De Rhao

LA POLEMICA. Lamberti: ecco perché non sono d’accordo con De Rhao
cafiero de raho  (riceviamo e pubblichiamo) Mi viene spesso detto di contare fino a dieci, prima di scrivere. Questa volta ho contato fino a 11. Non fosse altro che per vedere se qualcuno avesse avuto il buon senso di prendere posizione per difendere questa città, cosi detta metropolitana, da alcune affermazioni che, ahimè, vanno ad aggiungersi a quel mosaico di negatività che si sforzano di rappresentare Reggio Calabria come il luogo più mefitico del globo.

Come si può pensare di rendere Reggio città meta di turismo, luogo da scegliere per i gli studi universitari, posto da indicare per le cure mediche – che pur ci sono a rappresentare le eccellenze – se chi viene “letto” sulle maggiori testate giornalistiche e per di più con un elevato grado di  credibilità, paventa il rischio di incontrare la mafia ovunque?  Anzi, solo mafia? Indifferenziata.  Nessuno prenderà in considerazione Reggio come meta. Ovviamente.

Ora voglio tentare di ragionare assieme a chi avrà voglia di leggermi. Con pacatezza, col giusto timore reverenziale per l’Istituzione, ma con quella fermezza che contraddistingue chi sa di non aver peccato. Almeno in campo sociale e men che meno, penale.

Sono a dir poco preoccupato, oltre che contrariato, perché se dovessi aver capito bene (il condizionale è d’obbligo) dovrei consigliare ad amici, figli ed affini, o di abbandonare questa città, o di chiudersi in un qualche convento locale di clausura. La amara certezza sul da farsi, mi viene dal virgolettato attribuito niente meno che al Procuratore della Repubblica, Dr. Cafiero de Raho, secondo il quale - sarebbero parole sue - “in questo territorio bisogna stare soli, non si possono avere rapporti con altre persone perché quello che caratterizza la ndrangheta è la sua capacità di confusione, d’infiltrazione ed inquinamento dei vari settori: economico, politico e sociale. Quindi, aggiunge, bisogna vivere sempre da soli”.

Leggo altresì che secondo il Procuratore, “per battere la mafia è necessario avere esponenti delle Istituzioni che adottino un codice etico, che riporti alla rinuncia a tutti i rapporti esterni, che non siano quelli strettamente istituzionali.” Mi scuote il pensiero che queste raccomandazioni ad isolarsi possano essere indirizzate ai rappresentanti delle forze dell’ordine. Non abbiamo forse assistito a campagne promozionali che volevano “il poliziotto per amico?”, oppure il Carabiniere vicino? E che dire delle porte aperte in Procura ed in Prefettura? E’ vero che il precedente Prefetto le porte non le ha mai aperte a nessuno, nemmeno ai sindaci, con risultati nefasti, ma fortunatamente quei tempi sono lontani.

Queste vere e proprie diagnosi sul vivere civile di Reggio metropoli, seguite da terapie piuttosto drastiche, non possono passare né inosservate né non commentate.  Se fossi il Sindaco di Reggio inviterei Sua Eccellenza il Procuratore ad un sereno confronto, atto a chiarire alcuni punti fondamentali ed irrinunciabili, soprattutto a tutela di quella gran parte del popolo reggino, che non si identifica col branco ‘ndranghetistico.

Parliamoci chiaro. Che a Reggio metropoli, esista la ‘ndrangheta nessuno può e deve negarlo. Di più. Che questa maledizione umana, si travesta addirittura con la divisa dell’antimafia, pubblicando anche libri e riviste a diffusione nazionale, talvolta sponsorizzati anche da alte istituzioni, è anche verissimo. Che a questa si vada ad aggiungere la mentalità mafiosa, ancor più pericolosa delle prime due, perché immateriale ed impalpabile, è più che vero, ma da qui a voler generalizzare, addirittura inibendo attraverso, niente meno, un codice etico, i rapporti umani, ce ne corre fin troppo. Secondo questa teoria, sia nelle Istituzioni che fuori, chiunque voglia mantenere la sua integrità di uomo al di sopra di ogni sospetto, chiunque non voglia rischiare di contaminarsi inconsapevolmente, dovrebbe non avere rapporti con chicchessia. Non frequentare associazioni, circoli, luoghi pubblici. Lo stesso procuratore asserisce di non poter più giocare a tennis perchè, sono parole sue, “determina entrare in un circolo, avere rapporti con persone…..” e si preoccupa di cosa penserebbe il cittadino….addirittura ad una procura inaffidabile!” se lo vedesse a contatto con taluno apparentemente “perbene”ma invece titolare di rapporti sconosciuti……….

Immagino quali rischi corra il procuratore di Napoli! (sic!) o di Palermo , ma senza lesinare nulla a nessuno, di qualunque altra città….del mondo!

La mafia, la ndrangheta, il malaffare, non sono forse ovunque?

Ma non è esattamente vero che non si possano riconoscere. Se si pretende che un cittadino qualunque, delle istituzioni o no, sappia dove mettere i piedi e a chi tendere la mano, come è possibile che chi ha i mezzi per indagare, i più ampi possibili, non sia nelle condizioni di sapere?

Ma al di là di questo, come è possibile immaginare una vita in una città dove vige il sospetto, dove la diffidenza regna sovrana e soprattutto la fama che la circonda è quella di essere abitata solamente da ndrangheta e mafia, palese e sotto mentite spoglie?

No, Sig. Procuratore. Se non glielo dice il primo cittadino, lo faccio io, che ho pagato sulle mie spalle, solide, pulite, sicure, questa cultura del sospetto a tutti i costi. Questa cultura che ti addita al pubblico ludibrio per poi fare indietro tutta perchè avanti si scontra con la realtà ineludibile dei fatti.  Non è né giusto né equo questo “dagli all’untore” che volentieri lascio al Manzoni, per il gran male che ha fatto e fa. Soprattutto alle persone perbene. Reggio è, per come ho detto sempre, infestata dalla mafia, stramaledetta mafia, ma il suo tessuto è sano. Lo dimostrano le migliaia di giovani dediti alla musica, gli studenti di tutte le scuole che si permettono il lusso di vincere le olimpiadi internazionali di Astronomia, di matematica, addirittura di letteratura francese. Lo gridano le migliaia di professionisti della sanità, che salvano vite umane quotidianamente, operando nelle ristrettezze economiche dovute, quelle si, alla malasanità amministrativa. Lo annunciano le migliaia di artigiani, commercianti onesti, che col sudore della loro fronte sbarcano quotidianamente il lunario, con onestà.

E i giovani delle Parrocchie, quelli delle infiorate, del teatro amatoriale, insomma di un tessuto cittadino pulito, onesto che frequenta i circoli, le associazioni, le parrocchie e le poche piazze rimaste!

Questa è Reggio.

Una città sfortunata, si.  Perché ha una classe dirigente non all’altezza, che non sa dare ciò che i cittadini chiedono.  Una città senza attività teatrali, se non di importazione o amatoriali, anche se di livello. Una città incapace di accogliere perché retta dall’invidia, dove la calunnia è di casa e il pettegolezzo pure.

La Città di Nicola Giunta.

Ma se Reggio è la città di Giufà, non è certo il regno della mafia.

C’è, di sicuro, una sparuta minoranza, che la fa da padrona, difficilmente - però-  la si incontra nei circoli dove si gioca a tennis, a bridge o a burraco. Forse si gioca un po’ troppo, e poco ci si interessa alla cosa comune, ma ciò non costituisce reato. E le forze dell’ordine, che il Procuratore, giustamente osanna – anche se a mio sommesso parere ne ha dimenticato alcune di vitale importanza ed in prima linea – ne sono perfettamente al corrente.

Non posso, dunque, essere d’accordo con questo appello a chiudersi in casa o, comunque – ai rapporti umani.

Né come cittadino, né come amministratore, oggi, del mio paese e della città metropolitana.

Metterò sempre alla porta chiunque dovesse presentarsi con intenti illegali, valuterò, secondo le mie possibilità, con chi prendere o meno il caffè, ma non dirò mai ad un giovane di andare via perché qui corre il rischio di stringere la mano ad un mafioso. Cercherò di insegnargli come distinguere. Cercherò di fargli capire che la legalità è il rispetto dello Stato, ma è anche il rispetto dallo Stato.

Non demonizzerò l’avvocato che difende un indagato per mafia, perché l’indagine è fatta per dimostrare non per condannare a priori. Non invocherò le Leggi della deontologia se un medico, prima di curare un malato, omette di accertarsi circa la sua fedina penale. Non condannerò mediaticamente chi incontra un mafioso, andrò piuttosto a vedere se ha condiviso con lui pensieri ed azioni. Non lo darò in pasto ad un giornalista, perchè si sostituisca al giudice, condannandolo al pubblico ludibrio solo per fare carriera; non metterò all’indice un amministratore se non avrò le prove, fornitemi dalla magistratura, nei tre gradi di giudizio, della sua connivenza, vicinanza o peggio appartenenza alla mafia.

In poche parole al cittadino non si può chiedere né di vivere in isolamento né di sostituirsi al giudice, in tema di rapporti personali.

Forse avrò frainteso ciò che il procuratore   ha voluto dire, ma il virgolettato parla chiaro. Non posso credere che i giornalisti abbiano travisato il pensiero del più alto esponente della magistratura reggina. Accade molto più spesso il contrario: che si travisino i fatti, molto meno i pensieri.

In conclusione, faccio miei gli scritti di Cesare Beccaria, citati da S. E. il Cardinale Ravasi a Reggio. Meglio prevenire i delitti che assegnare le pene. E per prevenire bisogna incontrarsi, parlare, redimere non isolarsi.

 *Dr. Eduardo Lamberti-Castronuovo, sindaco di San Procopio e consigliere metropolitano.