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CALABRIA. Uccidere a 15 anni

CALABRIA. Uccidere a 15 anni
violen    Il ragazzo ha preso la pistola del nonno, si è recato all’appuntamento con il quasi coetaneo- più adulto di lui di appena un anno. L’incontro, al centro di un uliveto. Obiettivo, decidere chi dei due doveva “avere” quella ragazza. La stessa che entrambi volevano. Non ci hanno neanche pensato che forse era lei a dover e poter decidere chi scegliere tra i due o rifiutarli entrambi. Il quindicenne ha sparato. Tre colpi per fulminare il nemico e prendersi la femmina. Ha quindici anni. La vittima, quasi sedici.

Soltanto per l’età dei due protagonisti la storia è straziante. Logora le coscienze di tutti. Spezza la visione positiva del mondo. Precipita la percezione del futuro nella tromba dell’ascensore per l’inferno. Adolescenti feroci e già annichiliti dalla volontà di potenza. Tigri senza coda. E la Calabria come palcoscenico infame, l’ombra della mentalità mafiosa, i telegiornali che aprono con la notizia e il nome della regione ancora una volta che gronda sangue e male.

Cosa può spingere un giovanissimo, che dovrebbe essere affamato di vita e d’amore, a compiere il gesto estremo dell’assassinio? A quale energia fa ricorso? Cosa lo motiva? L’appartenenza ad una famiglia coinvolta in fatti mafiosi è sicuramente una causa, ma non basta. Altrimenti vincerebbe quel principio, razzista e limitato, della proprietà del sangue. E neanche la cultura di provenienza basta. La pistola in casa, la regola della forza, l’onore, il rispetto e altre bufale simili, influiscono con enorme impatto sulla struttura comportamentale di un ragazzo, ma l’enormità dell’episodio rivela altro  e va oltre tutto questo.

Svela la violenza come estrema ratio di una società fondata sul disvalore dell’affermazione individuale. Svela la necessità di ragionare, in modo complesso, sulle tematiche giovanili soprattutto qui, nel sud estremo, dove l’indirizzo modaiolo dilagante trova terreno fertile nella violenza delle bande di delinquenti che infestano la società civile. Il modello televisivo, quello internettiano (l’utilizzo che il giovanissimo omicida faceva dei social è da studio comportamentale, con i suoi bluff sull’appartenenza al terrorismo, o ai cartelli della droga, ed altre fanfaronate simili), quello delle serate “da bere” e delle squadre di giovani teppisti in cerca di guai, sono il chiaro sintomo di una società malata.

 Il male di vivere. Questi ragazzi hanno una specie di buco interiore che non riescono a colmare. Sembrano in cerca di continua vendetta. Vendetta per essere nati. Non può essere solo colpa loro, o delle loro famiglie – fatti simili accadono anche in altri contesti – e, fuori dai percorsi della legge, non devono essere giudicati conla faciloneria degli orrendi salotti televisivi. Vale per l’episodio, vale per Blue-Whale e per tutta questa follia collettiva che sta permeando la gioventù.

Il fatto che all’origine vi sia stata qualcosa che assomiglia a una contesa sentimentale non è affatto tranquillizzante. Amore e morte vanno a braccetto, nelle contrade assolate di Vibo Valentia, come gioventù e disperazione. Ossimori spaventosi, dovremmo essere terrorizzati dal futuro e da questa drammatica futilità che i giovani assegnano all’esistenza, invece continuiamo a ragionare su prodotti interni lordi, espansione dei consumi, scambi commerciali e logiche d’impresa.

Un quindicenne che spara ad un coetaneo è un lutto quadruplo. Vale per la vittima, che ha trovato la fine proprio all’inizio. Vale per l’assassino, che si è rovinato l’esistenza per sempre. Vale per i familiari, che da ora in poi avranno degli spilloni conficcati nel cuore, sia consapevolmente che no. E vale per tutti noi, comunità lacerata, gli occhi sbarrati di fronte alla realtà, l’incapacità di dire e fare nulla, mentre i nostri figli si ammazzano, incuranti della vita.