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LA STORIA. Aspettando che il mio amico Archimede torni alla vita

LA STORIA. Aspettando che il mio amico Archimede torni alla vita
trele   Conosco Roberto da più di quarant’anni, da quando la spiaggia di San Lorenzo Marina in piena Estate era un deserto marittimo affollato di grilli della sabbia e gli sporadici ombrelloni erano oasi rare. Ero uno dei primi “turisti” residenziali, venivo da Reggio, ero un “Piscistoccaru”- l’appellativo con cui venivamo chiamati – ma superata l’iniziale diffidenza i numerosi giovani del luogo mi accolsero bene tra loro.

Giocavamo, a pallone soprattutto. Interminabili sfide tra i due “quartieri” del minuscolo paese. Io giocavo con la squadra dello “Stabilimento”, Roberto con “La Marina”. La prima era chiamata così per via della vecchia fabbrica di inizio novecento i cui ruderi giganteggiano ancora. La seconda era quella della zona sorta dopo, nella quale abitavano alcuni pescatori di professione. Il vero nome del paese non è San Lorenzo, bensì “Sartulavecchia”, così detto da un promontorio a picco sul mare sul quale si raccontano storie di streghe precipitate nei flutti. Era il 1975.

Eravamo bambini allegri, come tutti quelli della mia generazione. Risate, scherzi e spacconerie. Invidiavo ai ragazzi del paese il loro contatto costante con la natura, la vita all’aria aperta, il mare sotto il naso da un lato e le colline pre-aspromontane dall’altro. I gufi che svolazzano tra gli alberi, i ricci che passeggiavano nei campi, il profumo di gelsomino penetrante, le strade sterrate, gli alberi di more selvatiche grosse come noci, le rane che affollavano le pozze d’acqua, l’albero con le banane selvatiche, le fontanelle di acqua buona. Roberto rivelò già da allora il suo estro. Si costruiva con facilità arco e frecce, saliva sugli alberi con l’agilità di Tarzan, correva come un missile a piedi nudi sull’asfalto rovente come nulla fosse.

Il paese conobbe il boom turistico a inizio anni ’80. Schiere di villette sorsero come funghi. A Luglio e Agosto i residenti quadruplicavano. I gelati venivano consumati a quintali. La spiaggia divenne una succursale del lido reggino. Ma erano tantissimi quelli che venivano dal nord. Turisti di ritorno (emigrati o figli di emigrati) che portavano con loro gli amici nordici. Una vera manna per i ragazzi in piena tempesta ormonale.

La sera finiva spesso a secchi d’acqua. Scherzi tremendi e risate ciclopiche. Roberto era tra i protagonisti di quella vita notturna, innocente ed entusiasta. Bambini, adolescenti, giovani. Ogni estate ci ritrovavamo cambiati, come nella famosa canzone di Gino Paoli. Ghiaccioli, Coca-cola, birra, Campari e gin, il luogo era lo stesso, il bar del “Professore”, l’entusiasmo uguale, cambiavamo soltanto noi.

Nel 1990, dopo una serata di grande spasso, proclamammo la nascita della “Repubblica Marinara di Sartulavecchia”, antesignana di ogni folle idea autonomista oggi così alla moda. Redigemmo una costituzione di massima, con poche e significative regole. Uguaglianza, libertà, fratellanza, pace. Assegnammo democraticamente i ministeri. A me toccò (sic) la cultura, a Roberto quello della Marina Mercantile. Eleggemmo il presidente (una donna, all’avanguardia anche in questo) e brindammo.

Poi per anni, con i protagonisti di quella indimenticabile notte, continuammo a chiamarci “onorevole ministro” e così via. Con Roberto ridevamo “caro Ministro della marina, come vanno le sue navi? E lui di getto “E come vanno i suoi giornali?”. Nel frattempo cominciammo a lavorare, entrambi ferrovieri.

Roberto sul posto di lavoro si fece presto un nome. Bravissimo tecnico, con quella sua dedizione e bravura nel risolvere guai. Tanto che presto cominciarono a chiamarlo “Archimede”. Benvoluto da tutti, ci incontravamo spesso all’alba sul treno. Lui sempre con il suo libro di scorta. Divorava i libri. Mi fermavo a chiacchierare e finiva sempre con uno di quei suoi sorrisi generosi.

Poi quel maledetto giorno di un paio di mesi fa. Il locomotore in officina, lui che si affanna a cercare il guasto, armeggia, ragiona, e poi, maledetta, la scarica elettrica. Migliaia di volts. Roberto cade come una quercia schiantata. Attorno a lui i colleghi diventano matti. Tirategli la lingua fuori, massaggio cardiaco. Arriva l’ambulanza e il prodigarsi degli aiuti è notevole. Il massaggio cardiaco dura un pezzo: tutti vogliono fare qualcosa. Riprende a respirare. Si salva. Pianti, commozione, urla di rabbia. Corsa in ospedale, e poi preghiere e speranze. La solidarietà totale e concreta dell’azienda. I dirigenti che fanno i turni dietro il reparto di rianimazione. I colleghi che si recano a trovarlo a gruppi. Archimede è molto amato, se questo può essere un sollievo per la sua famiglia ferita.

Roberto, ministro della marina mercantile, Archimede, amico di gioventù. Ripenso a quel tuo sorriso così generoso, a quella tua espressione così gentile, e rivolgo ogni giorno un pensiero al cielo.

Adesso sei a Crotone, e ancora non ci sei. Non rispondi, ma vivi. Noi ti aspettiamo. Hai ancora tanti libri da leggere. Tante carezze da fare ai tuoi cari. Tanti sorrisi da regalare agli amici. Ti aspettiamo.

La notte finirà e sarà di nuovo estate.