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LA TESTIMONIANZA. A Torino, l’inferno nel cuore della città

LA TESTIMONIANZA. A Torino, l’inferno nel cuore della città
Smarco  Sabato sera. Gli astanti davanti al maxi-schermo di Piazza San Carlo erano rimasti col fiato in gola dopo il terzo goal del Real Madrid in finale di Champions contro la Juventus. Ed io con loro. Pensavamo ad una tranquilla serata di sport. E poi, risultato a parte, un tranquillo ritorno a casa. La piazza era invasa dai tifosi. Ma Torino è una città del sud. Migliaia, come me, di origini meridionali. Giocava la Juve, ma i dialetti erano svariati e tutti del mezzogiorno. Siciliani, calabresi, pugliesi, campani. Qualche piemontese sporadico. 

All'improvviso nella tensione generale il rumore di mille cavalli al trotto, nessuno ha capito in tempo che la slavina umana, composta da trentamila persone si stava riversando col suo effetto domino sulle file davanti.

Abbiamo visto tutto bianco, le transenne intorno a noi cadevano, hanno cominciato a urlare alla bomba, agli spari, al gas velenoso. Hanno iniziato tutti a scappare, a perdersi.

I bambini travolti, i paraplegici pure, chi cadeva sui cocci di bottiglia delle birre e si strappava via lembi di pelle, chi sveniva, chi smarriva gli amici. Ci siamo ritrovati le transenne addosso, l'aria per via dei fumogeni era diventata irrespirabile, la gente strillava, si lanciava contro le serrande degli ultimi bar aperti per cercare rifugio.

Ricordo un vigile che urlava come se il cuore gli uscisse dal petto da un momento all'altro: "andate via di qua!" Abbiamo avuto paura che ci ammazzassero, che uscissero dalle vie secondarie e iniziassero a linciare alla cieca, avevamo paura del gas, immaginavamo come nei video dei social il suo orripilante effetto collaterale di morte, soffocarci e ucciderci.

Bambini piangevano smarriti nella desolazione e nell'isteria più totale. Era uno scenario raccapricciante: i Portici di Via Po e Via Roma zuppi di sangue, di gente che scappava scalza e allucinata. Le sirene riflettevano il loro blu gelido sui vetri ormai infanti di alcuni locali, lo stridore delle sirene lasciava intorno una atmosfera da surreale, il centro città era diventato un campo di battaglia e fuga da chissà quali fantasmi.

Non potrò mai scordare la ragazza piena di sangue sorretta da due amici che piangeva e pregava farfugliando, non potrò scordare l'orrore di venire travolti e schiacciati, quel bambino all'angolo, inconsolabile dalle forze dell'ordine, e la sensazione imminente della fine, no che non la potrò mai scordare.

In realtà si è scoperto poco dopo: nessun attentato, un mare di sangue scatenato dal niente, dal puro e semplice n i e n t e. Non si sa a chi imputare davvero la colpa di tutto questo, alcuni dicono al ragazzo che ha simulato il kamikaze di turno, altri al boato dovuto alla caduta di un parapetto del parcheggio limitrofo, altri ancora a quello di un petardo.

Intanto mentre molti sono rimasti intenti a discutere il risultato della partita i feriti sono stati più di milleduecento, tra cui bambini in stato grave e donne in prognosi riservata. Abbiamo forse dato prova di essere impotenti davanti al panico? Abbiamo forse dato prova della vulnerabilità generale.? Ma davanti a quella desolazione chi avrebbe reagito razionalmente e a sangue freddo?

Noi siamo stati fortunati, ne siamo usciti quasi indenni, anche se nel cuore è rimasto un gelo catastrofico che non so quando andrà via. L'amore di mia madre che non mi ha lasciata un secondo, mi ha riportata a casa se non sana del tutto, almeno salva. Ma non tutti possono affermarlo. La madre con la bambina piccola davanti a noi ancora ora io non so che fine abbia potuto fare. Ferita, sicuramente.

Una ferita aperta nel cuore dell’occidente e della nostra tranquillità. Così vincono loro.