Direttore: Aldo Varano    

LA POLEMICA. Il Cono d’ombra? Caro Aldo, ecco perché non sono d’accordo (la risposta)

LA POLEMICA. Il Cono d’ombra? Caro Aldo, ecco perché non sono d’accordo (la risposta)
Avvenire   Caro Aldo Varano,

Che peccato non trovarmi indicato nell’elenco da Te fatto sui giornalisti degli anni ’80 e ’90, nell’articolo “Il depistaggio del Cono d’ombra e la mancata sconfitta della ‘ndrangheta – 2 agosto 2017 - e non trovare citata una delle principali testate per le quali ho collaborato, il quotidiano dei cattolici italiani “Avvenire” che sul fenomeno ‘ndrangheta ha scritto, e continua a scrivere intense pagine di cronaca e di commento.

Per non dire che citi solo i redattori dell’Ansa catanzarese a te cari  – tralasciando Diego Minuti e Franco Scrima – i quali tutti, detto per inciso, hanno potuto scrivere e raccontare dal 1985 in poi la guerra di ‘ndrangheta di Calabria e del suo bilancio di oltre mille morti ammazzati fino al 1991, anno della pax mafiosa, grazie alle corrispondenze  di giornalisti come me Filippo Praticò da Reggio Calabria – e non è cosa di poco conto lavorare in questa città -, e come il compianto Giuseppe Parrello da Palmi, o Gioacchino Saccà da Gioia Tauro.

Non sono nomi che possono essere trascurati in un articolo che comunque va a comporre la storia del giornalismo calabrese. Non possono essere trascurati perché molti di quei giornalisti da Te espressamente citati hanno avuto input per scrivere di ‘ndrangheta solo dopo quelle venti-trenta righe di take lanciati dall’Ansa sulla scorta delle prime notizie fornite moltissime volte dal corrispondente locale.

Chi Ti scrive, lo sai benissimo anche Tu per averci colloquiato telefonicamente tante volte, è stato dal 1985 al 1996 per l’Ansa, e quindi per “Avvenire”, acca24 sulla “prima linea” di Reggio Calabria: ero sempre sui luoghi degli omicidi o in tribunale (uffici del giudice istruttore o del tribunale della libertà) pronto a fornire alla redazione centrale ogni particolare delle inchieste giudiziarie e dei processi alle testate giornalistiche stampa, radio e televisive – migliaia in Italia e all’estero – e ai loro lettori. E talvolta, di sera, tanti giornali hanno dovuto cambiare la prima pagina per l’arrivo di una nuova e sconvolgente cronaca fatta con uno o due take Ansa proveniente da Reggio Calabria.

Sul tema proprio della teoria del “Cono d’ombra” dell’informazione sulla ’ndrangheta anche Tu cadi nel tranello teso dai suoi più astuti detrattori giudicandola una sciocchezza, riducendola alla semplicistica spiegazione di “sottovalutazione del fenomeno” messo appunto “in ombra, con silenzi e omissioni – da parte di tutta la stampa - che hanno finito col favorire il radicamento e il dispiegarsi della sua devastante potenza”.

Secondo la mia esperienza la teoria è vera, ed esiste.

Non sai quante volte ho polemizzato con i miei Capo Redattori che mi dicevano “basta con questo tipo di notizie, la ‘ndrangheta non è pericolosa come Cosa Nostra”, salvo poi dovere leggere i libri da loro scritti sui casati mafiosi di Calabria.

Non è della quantità di notizie sulla Calabria criminale che si deve discutere, ma in particolare sul valore che ad esse viene assegnata dalle redazioni centrali delle testate che fanno opinione, dove molti giornalisti, per pregiudizio anche ideologico – comunisti contro democristiani, in passato – amano soffermarsi sulla lotta alla mafia portata avanti in Sicilia o sulle dinamiche criminali svolte dalle famiglie mafiose di Palermo per imporre il loro predominio nella società, sul territorio. Opinione che dai giornali si trasferisce in Parlamento, nelle sedi dei partiti di maggioranza e di opposizione, quindi nella società.

Ricordo a questo proposito nel marzo 1985, in prossimità di una scadenza elettorale, la polemica avuta con un giornalista dell’Unità sulla qualità dell’omicidio del sindaco del tempo di Platì, Mimmo De Maio, verso il quale propendevo di meglio riflettere sulle cause del delitto. De Maio sapevo dalle mie fonti che era un democristiano di quelli “buoni” per cui la notizia andava trattata con moderazione. Invece no, su Repubblica del tempo si scrisse solo che De Maio testimoniò in un processo per affermare che “la mafia non esiste” e per questo condannato per falsa testimonianza. Ergo, De Maio non era una figura limpida. Peccato però, non avere ricordato anche, che in appello venne assolto. Ma questo dettaglio, la sezione comunista di Platì non ebbe a raccontarlo al giornalista, e così la storia di questo sindaco è stata scritta a metà oppure travisata allo scopo di dimostrare nel 1985, che buona parte di amministratori democristiani non erano “buoni”. Oggi forse gli inquirenti, con immenso ritardo, stanno riscrivendo l’indagine su quel delitto, ma non hanno dietro un’opinione pubblica che sollecita risposte, tempestive soluzioni giudiziarie; che vuole sapere se è vero che Di Maio fu ucciso perché rifiutava, a modo suo in una terra come è Platì dove lo Stato è assente, di fare condizionare la propria amministrazione civica dai casati di ‘ndrangheta potenti nella jonica reggina, nel Milanese e nel Torinese dove intanto si sono espanse aggressivamente aumentando considerevolmente i propri illeciti profitti. Quanto pesa allora, nell’assenza di una opinione pubblica attenta, il giudizio di “democristiano” poco “buono” espresso, in quel tempo fino ad oggi, sulle cronache giornalistiche delle testate più autorevoli d’Italia?

Andiamo all’ultimo recente caso. Delle verità sconvolgenti emerse dall’inchiesta condotta la settimana scorsa dal procuratore capo il napoletano De Raho e dal suo aggiunto il locrese Lombardo sulla “’ndrangheta stagista” i grandi quotidiani e le tv nazionali, ed anche il tuo giornale, è stato scritto per qualche giorno e poi è calato il silenzio stampa. Ma la ‘ndrangheta ha invece, subito fatto sentire la sua presenza ordinando martedì passato, l’esecuzione dell’ex collaboratore di giustizia Gagliostro che stava mettendo a fuoco ricordi risalenti al 1994 quando era operativo nelle famiglie mafiose dell’area di Palmi. E’ difficile digerire in quanti hanno scritto mega e mega byte su Cosa Nostra e sul pericolo per la democrazia in Italia corso tra il 1992 e il 1995, scoprire oggi che accanto e con ruoli più incisivi, nella strategia di attacco allo Stato hanno operato famiglie blasonate della ‘ndrangheta di Reggio Calabria, città e provincia tutta. Per i giornalisti di Palermo, Roma, Milano, è al momento difficile accedere a tutte le carte dell’indagine della procura antimafia di Reggio Calabria, e così l’”opinione” sul valore di questa inchiesta giudiziaria è basso, e non se ne parla più. Salvo poi dover leggere su un grande giornale romano delle famiglie di ‘ndrangheta quale ispiratrici e suggeritrici della sigla delle Falange Armate in diversi attentati a crimini efferati per nascondere i veri autori, mafiosi di Sicilia e Calabria, e così lanciare segnali e avviare “trattative” con parti sensibili dello Stato e delle istituzioni politiche e militari. Ciò, senza mai citare che il lavoro investigativo è della procura e dei corpi di polizia, carabinieri e Dia di Reggio Calabria.

Cordialmente.

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Filippo Praticò, che oltre a essere un mio autorevole collega, è un mio amico, mi rimprovera perché nell’articolo sul Cono D’Ombra non ho citato lui né L’avvenire per cui scriveva. Fa bene ed ha assolutamente ragione: Filippo fu uno dei protagonisti della stagione che ricorda in cui lavorò con rigore e continuità. Gli chiedo scusa per l’errore.

A mia difesa aggiungo che l’articolo in questione non ha certo avuto la pretesa di scrivere né la storia né una pagina della storia del giornalismo calabrese. Oltre al nome di Filippo mancano anche quelli di tantissimi altri che s’impegnarono a raccontare quel che accadeva ed hanno svolto un lavoro prezioso quanto quello di tutti gli altri. E mancano tutti i nomi della generazione attuale.

Pensavo fosse chiaro che l’obiettivo non era quello di rivendicare o distribuire attestati (peraltro non avrei alcun titolo per farlo): ho citato un po’ alla rinfusa vicende dell’informazione non per dar conto di quelle vicende ma per usarle in un ragionamento che considero più importante della storia del giornalismo della Calabria, dei suoi protagonisti, dei suoi meriti (ho anche saltato ingiustamente in blocco il Tg3). E il ragionamento, che Filippo mi pare abbia deciso di non affrontare, è: perché nonostante un gran lavoro dei media ed il grande clamore sulla ‘ndrangheta, innescato anche dai giornalisti calabresi (e questo viene rafforzato anche dalla lettera di Praticò) la ‘ndrangheta, decenni dopo, non è stata ancora sconfitta com’è accaduto ai corleonesi o ai casalesi e non appare indebolita come la camorra o Cosa Nostra? Era e rimane questo il punto centrale dell’articolo.  

Il mio obiettivo, ma su questo mio pare vi sia un (legittimo) disaccordo profondo con Filippo, era sostenere che la mancata sconfitta non può essere addossata ai giornali, cioè al Cono D’Ombra che i giornali non avrebbero demolito consentendo alle cosche di nascondersi e irrobustirsi.

In ogni caso, al di là delle opinioni di ognuno, non si può sfuggire al cuore del problema che tutti scansano: perché non abbiamo ancora vinto contro la ‘ndrangheta riducendola a una fisiologica devianza? Questo è il punto. E ringrazio Filippo Praticò che mi ha consentito di ribadirlo. (alva)